
07.05.2020 – 16.38 – Il 7 maggio di settantacinque anni fa la Germania si arrende a Reims al cospetto delle truppe alleate, con un atto formale che pone fine alla seconda guerra mondiale in Europa. Pochi giorni prima il Terzo Reich ha ricevuto il colpo di grazia, la sconfitta nella battaglia di Berlino; Alleati e Armata Rossa convergono sulla capitale con una manovra a tenaglia, trovandosi di fronte una città ridotta in macerie e protetta da ciò che resta dell’esercito tedesco: sparute divisioni composte da reduci stanchi, anziani e ragazzini. Capitale di una “Grande Germania” che non c’era più, Berlino aveva resistito due settimane prima di arrendersi definitivamente il 2 maggio. A quell’ora, Adolf Hitler si era già tolto la vita in un bunker della città, nominando come nuovo capo dello Stato tedesco Karl Doenitz.
Sarà proprio Doenitz, alle 2:41 del mattino, a Reims, nel quartier generale di Eisenhower, ad arrendersi al Comando Supremo delle Forze Alleate. Ma a prendere la penna in mano non fu Doenitz: lo farà il generale Alfred Jodl, capo di Stato maggiore del governo per volontà testamentaria di Hitler. Jodl accettò una pace incondizionata. La fine ufficiale alle ostilità in Europa la decretò il documento della notte dell’8 maggio firmato a Berlino nel quartier generale del maresciallo sovietico Žukov dal feldmaresciallo Wilhelm Keitel. (la pace firmata da Jodl punto per punto su newsgo).Trattative di resa con la Germania erano già iniziate due mesi prima, ma l’allora capo delle SS, Heinrich Himmler, voleva mettere delle condizioni: conservare l’autonomia del Reich nazista e fermare l’avanzata sovietica in territorio tedesco, e il tavolo era saltato. Nel gennaio 1945, infatti, britannici, statunitensi e francesi, a Casablanca, avevano stabilito che nessun’altra soluzione oltre alla resa incondizionata era accettabile per porre termine alla guerra.
Al momento della firma, le parole di Jodl furono l’ultima picconata sul sogno hitleriano della Grande Germania: “Con questa firma il popolo tedesco e le forze armate tedesche vengono consegnati, nel bene e nel male, nelle mani del vincitore”. Il popolo che si era ritenuto, per molti decenni, per diritto naturale destinato a governare su tutti gli altri, si consegnava a quelle democrazie occidentali che aveva descritto e rappresentato come pavide e in declino; la bandiera del nemico da annientare a tutti i costi, l’Unione Sovietica simbolo del Comunismo, sventolava sopra il Reichstag. Erano passati cinque anni e otto mesi dall’invasione della Polonia, pretesto per il più grande e spietato conflitto della storia dell’umanità. Gli ultimi giorni del Fuehrer Hitler erano stati coerenti con la sua folle visione della storia, per cui la “razza tedesca”, se non era in grado di sconfiggere le altre, meritava la distruzione totale; in questo senso va interpretata una delle ultime disposizioni del dittatore, ovvero l’incendiario “Decreto Nerone“, che ordinava la distruzione di tutte le infrastrutture tedesche, trasmesso (ma disatteso proprio dal ministro che Hitler rispettava di più, l’architetto Albert Speer) quando ormai la situazione militare era divenuta disperata. Hiltler si sparò alla testa con la consapevolezza di lasciare in balia del destino quegli stessi tedeschi che per anni lo avevano eletto a guida spirituale, prima ancora che politica, del loro paese: il popolo che non aveva saputo vincere non lo meritava più.
Il suo suicidio non fu l’unico fra i gerarchi nazisti in quei mesi di disfatta. Una sorte simile la scelse per sè Odilo Globočnik, triestino di nascita e poi cittadino austriaco, da fine 1943 a capo delle SS e della polizia nella “Zona d’operazione del litorale adriatico“, suddivisione territoriale nazista che comprendeva parte del Friuli, la Venezia Giulia e la costa adriatica slovena e croata. La sua fama terrificante si deve ai campi di concentramento che fece costruire: da capo della polizia e delle SS nel distretto polaccco di Lublino diede l’ordine di erigere i campi di Sobibor, Belzec, Maidanek e Treblinka e alcune fonti lo reputano sostenitore dello sterminio degli ebrei in serie in un campo di concentramento attraverso le camere a gas. Insediatosi a Trieste, sotto il suo comando fu realizzato un campo di detenzione cittadino dotato di forno crematorio, che sarà conosciuto poi come Risiera di San Sabba. Globočnik, il giorno dell’insurrezione cittadina contro l’occupazione tedesca (30 aprile 1945), fuggì in Carinzia, dove fu catturato, poco dopo, dagli alleati. Portato a Paternion per essere interrogato, ingerì del cianuro per non dover confessare; era il 31 maggio 1945.
[d.g.]








