22.04.2020 – 13.21 – Ne ha parlato ieri anche il premier Giuseppe Conte nella sua relazione sulle ipotesi di ritorno graduale alla normalità dopo il Coronavirus: le mascherine di protezione continuano a essere l’elemento comune di tutte le discussioni fatte, in Italia, sulla riapertura delle attività, la cosiddetta “Fase 2”: da molti vengono ritenute utili a contenere la diffusione del Covid-19, da altri invece meno o addirittura inutili negli spazi aperti, e sicuramente in Europa e Stati Uniti l’uso di maschere davanti al viso non è cosa comune. L’imposizione della maschera o della sciarpa per uscire di casa, che per adesso non segue una raccomandazione generale dell’OMS o dell’ECDC centro europeo per il controllo delle malattie (l’ECDC ricorda che l’uso di una mascherina potrebbe essere utile, ma che ancora non si sa), è vissuta da molte persone con fastidio; chi la usa, almeno nel cinquanta per cento dei casi l’usa male e non la cambia frequentemente, e al di fuori dei contesti sanitari ci sono altrettante buone ragioni per credere che non serva rispetto a quelle che farebbero pensare che possa servire. Una mascherina chirurgica non lavabile (ora si trovano finalmente con facilità) costa, secondo un’indagine di Altroconsumo, mediamente 2 euro (spesso molto di più); andrebbe cambiata ogni 4 ore, e pensare di renderla obbligatoria ad esempio per i ragazzi a scuola vorrebbe dire imporre a ogni famiglia un costo di almeno 600 euro in più l’anno, in tempi in cui gli euro non abbondano. Anche per i datori di lavoro si tratta di un costo, fra dispositivi di protezione e disinfettanti, non trascurabile. Una delle risposte data dai sostenitori a chi fa presente la mancanza di evidenze scientifiche è: “in Asia lo fanno tutti, e hanno meno malati”.
Posto che il nostro paese, per tradizione manzoniana e precedente, è un luogo di poche certezze con autodichiarazioni multiversione, decreti da trenta pagine e dirette Facebook, il numero di malati e decessi causati dal Covid-19, con l’eccezione di poche nazioni (fra le quali purtroppo la nostra), e soprattutto la tendenza delle curve e il modello di diffusione del virus, fra Asia e Occidente non sono poi così diversi anche se in Cina e Giappone le mascherine le portano tutti. In Asia le motivazioni per le quali i ‘tutti’ (e non è vero) portano la mascherina davanti alla bocca sono diverse, e già radicate anche nella cultura, da prima degli anni Sessanta e dai secoli precedenti: i produttori asiatici sono infatti in grado di realizzare fino a 20 milioni di mascherine al mese. I giapponesi indossano mascherine quando non si sentono bene, come forma di cortesia ed educazione: una gentilezza rivolta agli altri per prevenire che uno starnuto involontario possa arrivare a chi sta davanti a loro; noi europei, in realtà, dalla Francia del re Sole ma ancora da prima di Caterina de Medici ovvero dagli antichi romani in poi, se siamo educati usiamo il fazzoletto, ed è la stessa cosa. Le donne asiatiche indossano mascherine quando non hanno avuto il tempo per truccarsi, e il tessuto protegge anche le guance di chi ha la carnagione molto chiara dal sole, evitando arrossamenti; nelle Filippine, si indossa la mascherina quando ci si mette in strada su una moto, perché l’inquinamento è tale da riempire la bocca di polvere. In alcune parti della Cina, la mascherina si usa anche per tenere il viso caldo d’inverno: in Italia, lo facciamo con la sciarpa. E ancora in Cina, nelle città più grandi (ad esempio Wuhan), è sempre l’inquinamento, pesantissimo, a imporne l’utilizzo. Con il passare degli anni le mascherine in Asia sono diventate quindi via via sempre più popolari, tanto da trasformarsi in qualcosa di trendy, Gangnam-style: un accessorio di moda come un altro, senza nessuna funzione protettiva. Il Coronavirus quindi non è il motivo per usarle; e quando il virus è arrivato, è stato semplicemente istintivo e logico farlo perché lo si faceva già prima: in più, c’era già stato un caso precedente di malattia, quello della Sars, nel 2002. Non sempre gli effetti della moda di indossare una mascherina al di fuori degli ambiti sanitari sono stati positivi; anzi, in diversi casi hanno dato il via a cambiamenti sociali inquietanti. I giovani cinesi indossano spesso maschere: non lo fanno però per motivi igienici o di cortesia, ma per separarsi dal mondo, dalle altre persone, e mentre si viaggia nella metropolitana di Shangai i corrispondenti scrivono che si è ancora più lontani di prima. Le mascherine, artistiche o meno, vengono vendute dai siti di eCommerce asiatici indicando come uso consigliato anche il distanziamento sociale, non inteso come sanitario e preventivo ma come volontà individuale: nascondere la propria identità spesso indossando anche un cappello e gli occhiali, per non essere identificati dagli altri, dall’autorità, dalla polizia: la mascherina nera è diventata il simbolo delle proteste di Hong Kong.
Mascherine non professionali, sciarpe e foulard non fermano i virus presenti nell’aria, ma solo la saliva attraverso la quale il virus può essere trasportato, e quindi all’esterno, se ci si lava frequentemente le mani e si evita di toccare tutto e tutti, valgono tanto quando voltare la testa dall’altra parte nel momento in cui vien voglia di starnutire (una norma igienica che dovrebbe essere comune) ed evitare di attaccarsi a qualcuno a venti centimetri di distanza urlando. In ambiente chiuso, togliersi la mascherina nel momento in cui si deve parlare al microfono di una video conferenza è esattamente il contrario di quello che bisognerebbe fare: se proprio si vuole, la mascherina si può togliere tranquillamente all’aperto quando non si parla con nessuno e si è a una certa distanza, mentre andrebbe messa in ambienti chiusi quando sono presenti altre persone, per proteggere gli altri. Se si indossa male e non si cambia spesso, serve a poco o nulla anche all’interno, soprattutto se fa pensare di essere al sicuro. Chissà, però: liberandola da supposizioni scientifiche e sorveglianza basata su droni, potrebbe diventare una moda anche da noi.
[r.s.]


