18.04.2020 – 07.30 – Il Boschetto di Trieste nasconde, a qualche passo dalla Villa Ferdinandea, sulla collina del Cacciatore, un’elegante costruzione di pietra bianca calcarea. Si tratta di una “Gloriette“, la quale nelle sua classicità senza tempo sembra costituire un ingresso al parco; o a voler tornare indietro nel tempo, alla riserva di caccia.
L’opera in questione sembra infatti una scenografia teatrale: tre archi posti su sei colonne doriche binate, lisce e senza base, il tutto concluso da una cornice.
Il suo fascino deriva dalla sua incompletezza, dall’essere una (finta) rovina; eppure non è un’impressione così miope, perché la Gloriette in questione in realtà è solo un “pezzo” di quant’era in realtà un’altra costruzione, risalente al 1819.
La costruzione in questione compare infatti tra i disegni dell’archivio di Pietro Nobile: definita quale “Gloriette all’Acquedotto” si trattava in realtà di un chiosco quadrangolare con una cupola di piombo. Il chiosco, eretto nel 1819, era situato dietro al Politeama Rossetti (all’epoca ancora inesistente) in un quartiere all’epoca verde campagna, alle pendici del Boschetto. Approssimativamente potremmo collocare il chiosco in via Crispi, all’altezza del numero 57. La Gloriette sorgeva sopra i filtratori dell’acquedotto teresiano, da cui il nome. La zona all’epoca stava diventando oggetto di speculazione edilizia, con i primi edifici e ville; ma rimaneva in larga parte una zona periferica.
Il chiosco, dotato di una caffetteria, forniva un punto di ristoro e incontro.
La costruzione era frutto del genio (militare?) del conte Giuseppe Huyn, ex ufficiale d’artiglieria dell’esercito austriaco, all’epoca direttore dell’Imperial Regia Direzione delle Fabbriche, incaricato a sua volta dal governatore Ignazio de Capuano.
Lo stesso Huyn – tra fortissime critiche – era stato anche il responsabile della “Fontanona” della Zonta. La Gloriette rielaborava gli stili classici, depurandoli dagli eccessi del barocco, preferendo un ritorno a forme essenziali. La Gloriette affianca infatti forme primitive a complesse decorazioni, all’epoca arricchite da una statua al centro e da due puttini laterali.
Il modello di riferimento era l’architetto francese Claude Nicolas Ledoux (1736-1806) che proponeva un incontro tra tradizione e razionalità, tra mondo classico e purezza delle forme. Ledoux aveva operato una “razionalizzazione” di diversi stili architettonici del passato, ma quello classico senza dubbio fu il più imitato. Non a caso la Gloriette del Farneto ricorda le Barrieres (1784-89) di Ledoux, posti di blocco daziario di Parigi.

Uno stile all’epoca rivoluzionario che non piacque al “patrizio” Domenico Rossetti, il quale proprio nella zona aveva la sua villa estiva. Così infatti descriveva la Gloriette all’amico Pietro Nobile: “Per carità e in nome della patria e delle arti belle scongiuro a far sì che in Trieste nulla più si fabbrichi per conto pubblico senza ch’Ella ne abbia veduto i piani. Il conte Huyn ha piantato nella campagna della contessa Thurn, dietro il mio giardino, sul nuovo filtratore dell’acquedotto, un casino per caffetteria, di un nuovissimo ordine di architettura, ch’io chiamerei greco-romano-barbaro-coglione …”
Non meno perfido fu lo storico Caprin, quando definì il conte Huyn “un eccellente cannoniere abile a calcolare gli effetti d’una cannonata, ma come costruttore edile, non valeva un umile muratore“.
Stando alla studiosa Nicoletta Zanni, una simile Gloriette, identica a quelle francesi e triestine, verrà costruita nel 1928, per il padiglione dei festeggiamenti e della moda progettato da Giuseppe Pagano (1896-1945), nell’occasione dell’esposizione internazionale del Valentino. Un segnale forse che Huyn, da bravo “cannoniere”, aveva colpito nel segno anche nell’arte. Tre anni dopo, nel 1931, il padiglione triestino verrà demolito, ma la facciata verrà trasportata in cima al Farneto, dove rimane tutt’oggi.
Fonti: Irene Crusi, Scultura monumentale a Trieste fra Sette e Ottocento, Tesi di Laurea, 2003-2004.
Nicoletta Zanni, Ledoux a Trieste: “Gloriette” all’Acquedotto, in “Arte in Friuli, arte a Trieste”, 1O, 1988, pp. 84-88.


