Il costo della quarantena. L’asino di Buridano e tutti noi; oggi i guariti sono 256mila

05.04.2020 – 18.38- Oggi è la Domenica delle Palme, e i guariti dal Covid-19, nel mondo, sono 256mila; fra i malati il 95 per cento, percentuale in aumento, ha sintomi lievi o che non destano preoccupazione. Del Coronavirus che oggi uccide sappiamo ancora troppo poco. Non conosciamo la sua vera letalità, perché diverse nazioni la calcolano in modo diverso (in Italia molte persone che vengono inserite nel conteggio di morti per Coronavirus sarebbero morte comunque, entro poche settimane o qualche mese). Diverse strutture considerano un paziente morto per Coronavirus in modo diverso, il numero totale di contagiati è incerto e probabilmente si avvicina a cifre milionarie (e se così fosse, e pochissimo fa supporre che non lo sia, le note curve che girano ogni giorno andrebbero ricalcolate ed esposte alla cittadinanza in modo completamente diverso). Quello che risulta chiaro è che il Coronavirus Covid-19, nella serietà estrema della situazione, non è la peste del Manzoni. È subdolo, il Covid-19, potenzialmente mortale per chi è già affetto da patologie preesistenti, per chi è vecchio e purtroppo per pochi sfortunati più giovani, che finiscono per essere quel materiale di cui i giornali vanno a caccia ogni giorno: la lettera straziante, l’immagine di chi è morto rubata dal profilo Facebook, la canzone al marito al telefono, moderno sostituto del comodino dentro al quale frugavano di nascosto i cronisti di una volta, alla ricerca della foto della figlia scomparsa che la mamma custodiva. Per tutti gli altri, la stragrande maggioranza, i sintomi sono lievi o medi. Ci sono anche molti esempi eccellenti di celebrità, dal principe Carlo d’Inghilterra a Pink, guariti in pochi giorni; qualcuno se l’è vista più seria, ma ne è uscito bene anche se debole come dopo una polmonite. Per altri, molto spesso per i più esposti, le cose sono andate diversamente purtroppo, ma si tratta di una minoranza; le morti dei più giovani, pubblicizzate fino al parossismo, sono tragiche eppure un’assoluta minoranza.

Nonostante questo, tutti i governi, con il supporto – quasi la spinta – dell’opinione pubblica impaurita e da nessuno rassicurata, hanno adottato misure severissime, a volte indiscriminate, ancora più spesso indipendenti e disorganizzate, che rimbombano giorno dopo giorno come colpi di cannone sulle economie, spesso già fragili, delle nazioni che guidano. Di fatto, una larga parte della popolazione mondiale, che sia vecchia o giovane o giovanissima e a rischio o meno, è imprigionata a casa sotto il controllo delle forze dell’ordine per un periodo ancora indefinito; chi ha un’opinione diversa, non ha modo di esprimerla, se non su un Social Network – ma pochissimo vale – o attraverso le pagine di un giornale. Le lettere, i messaggi di lettori che segnalano situazioni problematiche, che leggiamo ogni giorno, sono molti: nel nome dell’autorità di cui ciascuna persona in grado di prendere decisioni esecutive è rivestito, ci siamo avviati sulla strada dell’abolizione della socialità della donna e dell’uomo, vietando – nel caso abitino in due condomini diversi – persino l’abbraccio fra gli innamorati, anche se dovessero giurare e spergiurare di voler restar da soli a casa, e il conforto della parola di un amico anche se da un marciapiede all’altro o di mezz’ora di sole per un bambino e un padre. Multando una persona che corre da sola nel bosco. Questo avrà delle conseguenze latenti, portate avanti negli anni, pesanti, che sono difficili da immaginare adesso, ma dalle quali gli psicologi e gli psichiatri ci hanno messo in guarda fin da subito. Abbiamo dato alle forze dell’ordine poteri speciali: certamente stanno facendo e faranno del loro meglio, eppure ugualmente resta vivo lo spettro di una inconsapevole deriva autoritaria nella vita di ciascuno di noi, lontanissima dalle nostre abitudini e dal nostro modo di vivere. Con tanto di delazione, e la paura di poter essere sbattuti in prima pagina come il mostro untore con nome e cognome: è accaduto nei giorni scorsi, accade oggi a Trieste. Siamo andati alla ricerca del braccio forte della legge, decreto dopo decreto, annuncio dopo annuncio fatto al venerdì o al sabato sera senza possibilità di fare domande, e ci siamo tolti dagli occhi e dalla testa il buonsenso e la capacità di giudizio. E dallo spirito, i più deboli e chi sta peggio.

Molte delle cose che sono state imposte a colpi di decreto e al di fuori di una decisione parlamentare sono intollerabili in una società libera, e il ripetere a voce sempre più alta accompagnando in diretta Facebook le frasi con il gesto della mano, che sono decisioni necessarie per un bene più grande, qualsiasi esso sia, è un’azione che diventa politica: e nel momento in cui lo diventa rischia di poter finire a desiderare che dall’altra parte, a obbedire, non ci siano più persone, ma quasi oggetti. Che non esprimono opinioni, che non protestano. Senza dimenticare le considerazioni già fatte da molti esperti di economia sulle condizioni in cui stiamo precipitando l’Italia: centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio, milioni di persone che non potranno essere certo sostenute da misure ancora largamente insufficienti e che comunque non avranno altro se non quel piccolo supporto da parte dello Stato per vivere. Un quinto, o forse più, delle attività commerciali che prima esistevano, dopo la quarantena semplicemente cesseranno di esistere: stanno già morendo ora, fra le mura domestiche. Gli analisti si trovano d’accordo sullo stimare che al massimo, anche se la quarantena dovesse veramente finire del tutto a maggio, gli affari riprenderanno in estate appena del 30 per cento, e questo proietterà un’intera generazione futura in una situazione in cui il debito pubblico, già prima altissimo, sarà diventato enorme, e spesso nella storia l’unica maniera di tentare di sanare un debito pubblico insostenibile è stata rifugiarsi nel nazionalismo, nell’aggressività e nella guerra. Queste cose uccidono; è necessario chiedersi quale sia il prezzo che siamo disposti a pagare per continuare a tenere l’intera popolazione a casa, e se – parole dure eppure altro non sono che la realtà – ne valga la pena. In politica non ci sono valori assoluti, neppure la vita.

Non siamo scienziati e non siamo virologi; ma possiamo leggere la letteratura scientifica e, facendo un po’ di domande e non smettendo mai di utilizzare il nostro senso critico, imparare molte cose. Un periodo di distanziamento sociale e di breve quarantena era, di fronte all’impreparazione e agli errori fatti all’inizio nei primi focolai, diventato necessario allo scopo di garantire la tenuta del sistema sanitario nazionale e per permettere un suo potenziamento di fronte al rischio portato dell’epidemia; lo abbiamo compreso e accettato. Potrebbe essere comprensibile anche proseguire nelle misure di distanziamento sociale in casi limitati e di protezione delle categorie sociali più vulnerabili, che pure invece, l’esempio è quello delle case di riposo lasciate troppo sole, sono state trascurate. Ed è necessario aumentare il numero di tamponi, lo si sente ogni giorno. Ma se continuiamo a parlare di altri tre o quattro o sei mesi di star chiusi in casa, ci avviciniamo a quella linea di confine superata la quale la cura sarà stata peggio della malattia. Con il rischio di aver combattuto una battaglia di Pirro: i virus non necessariamente scompaiono da soli, spesso rimangono nell’ambiente (finendo per entrare anche negli appartamenti chiusi), e vengono sconfitti solo nel momento in cui attraverso gli anticorpi sviluppati naturalmente (venendo in contatto con esso) o con un vaccino la maggioranza assoluta delle persone è diventata immune. È la storia delle epidemie, quella di oggi non è diversa: continuare a scappare e a nasconderci il volto in un foulard non ci protegge. Può proteggere gli altri, in una certa misura (con il foulard, continuiamo a pensare che poco si faccia), ma non noi. Siamo sicuri, oggi, che la Svezia dopo aver adottato un approccio diverso alla crisi non finirà invece peggio del nostro paese, o che la Germania, che abbiamo così tanto criticato, non ne possa invece uscire in poche settimane? No, non possiamo dirlo. Se qualcuno ne è certo e si sente di dire che la Francia ha sbagliato e l’Italia ha fatto giusto, si tratta di un genio o di un pazzo: chi si dichiarava ‘persona con solide basi scientifiche’, nei primi giorni di quarantena, ha fatto girare sui Social un grafico che mostrava un picco di contagio al 23 marzo, e poi una rapida caduta; ebbene siamo ancora qui ed è il 5 aprile, e la discesa non si vede, siamo arrivati a un pietoso: ‘ci sono meno ricoveri al pronto soccorso, le speranze sono buone’. La tentazione di ricostruire il passato in maniera da adattarlo al futuro è sempre troppo forte: è necessario invece mantenere spirito critico e comprendere che quella di oggi è una situazione senza precedenti, e che l’opinione degli esperti e degli stessi scienziati è divisa, su più argomenti e su più fronti.

Abbiamo così paura della morte, che sembriamo pronti a rinunciare alla sostanza della vita vera e all’enorme valore rappresentato dall’essere vicini – non lontani, non distanziati, non ‘sei secondi di contatto’. Vicini, a viso aperto, pronti a una parola e a un gesto. Oggi, per la nostra generazione di Single già abituata a rapporti distanti pur nella vicinanza di ogni giorno, la morte è pornografia, è oscena: tutti sappiamo che dovremo morire, ma siamo convinti di essere allo stesso tempo la cosa più importante dell’universo, ci hanno insegnato che veniamo prima di tutto il resto, e morire non ci sembra una cosa naturale. Fino a un paio di generazioni fa (e non di più), la morte era presente all’interno di ogni famiglia: tutti avevano perso un amico, un fratello, un genitore. Fino agli anni Sessanta del secolo scorso, moltissime morti avvenivano in casa: poi è iniziata l’era degli ospedali e delle cliniche, e la morte l’abbiamo allontanata da noi, è qualcosa che succede lontano dagli occhi e dal cuore, impensabile fin che non si verifica, inavvertibile fin quando non ci colpisce come il colpo di una mazza ferrata di fronte alla quale non abbiamo nessuna difesa. Per questo, di fronte alla prospettiva del nemico invisibile, reagiamo impazzendo. La nostra sicurezza deve sempre essere garantita: quando iniziamo a temere che non lo sia più, smettiamo di pensare a quale sarà il costo di reagire in maniera sbagliata, e cerchiamo qualcuno che ci dica di essere in grado di proteggerci, pronti a eseguire (se poi il risultato non sarà quello che ci aspettavamo, saremo anche subito pronti a denunciarlo: anche a chiedere di processare i medici e gli infermieri oggi eroi).

La scienza ha un limite, e per questo la responsabilità delle decisioni non andrebbe mai trasferita ai soli scienziati lasciandoli da soli o nascondendosi dietro a loro: la scienza può valutare le conseguenze cliniche delle diverse possibilità di contenimento o approccio al Covid-19, e fornirci delle opinioni, delle proposte (se la scienza avesse già la risposta, non saremmo impegnati qui in questo momento a scrivere). Ma uno scienziato non è più qualificato di noi a decidere se sconvolgere il nostro modo di vivere e provocare danni molto duraturi e forse permanenti a una nazione sia la cosa giusta. Questa responsabilità, quella di cercare di usare la testa e anche di mantenere vivo il nostro spirito critico, ce l’abbiamo tutti. La responsabilità di usare il buonsenso, ciascuno con i propri limiti e nella consapevolezza delle proprie capacità, ma senza smettere mai di provarci; è la cosa più importante, specialmente nel momento in cui molti la via del buonsenso sembrano averla smarrita.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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