Coronavirus. La situazione nelle residenze per anziani, nazionali e locali

14.04.2020 – 10.16 – La situazione nelle residenze per anziani a livello nazionale è difficile. L’Istat ha rilevato che nel 2020, a partire dalla fine di febbraio e dalla prima settimana di marzo, c’è stato un eccesso di mortalità, in particolare nei comuni del Nord presi in esame. Oltre la metà di quest’ultimi ha registrato dall’1 al 21 marzo 2020 più del doppio di morti, rispetto allo stesso periodo degli anni fra il 2015 e il 2019. La conseguenza è che evidentemente c’è una significativa sottonotifica delle morti attribuite al virus. Sottonotifica che si accentua tra gli ospiti delle case di riposo. Questi pazienti, infatti, vengono curati dal personale medico all’interno delle strutture, non vanno in ospedale e non sono quindi soggetti a tampone.

L’ISS Istituto Superiore di Sanità ha avviato, il 24 marzo, una indagine conoscitiva sulle case di riposo nazionali ed ha fornito i dati del rapporto, relativi alle strutture che hanno finora risposto al questionario. È emerso che il 37,4 per cento dei decessi tra i residenti, pari a 1443 su 3859 deceduti (dal primi febbraio) ha interessato ospiti prevalentemente con manifestazioni simil-influenzali e in minima parte SARS-Cov.2 positivi. Tra i 3859 soggetti deceduti, solo 133 erano risultati positivi al tampone e 1310 avevano presentato sintomi simil-influenzali. Va detto che le residenze per anziani rappresentano degli incubatori naturali ad alto rischio per le condizioni di confinamento, vita in comune e mense affollate in cui si trovano ospiti in età molto avanzata, spesso con pluripatologie e fragili. Qui il virus è stato introdotto dai ignari visitatori o dagli operatori stessi, in modo inconsapevole. È bene sottolineare che il virus in Lombardia aveva cominciato a circolare prima del caso del cosiddetto “paziente 0” di Codogno del 21 febbraio. In quasi nessuna realtà regionale sono stati effettuati i tamponi molecolari, per cui i decessi conseguenza del Covid-19 sono quasi inesistenti, e molti sono stati attribuiti in modo presuntivo all’influenza. All’epoca si ignorava la circolazione del Coronavirus nella popolazione generale locale e comunque l’entità della diffusione. Si rileva anche una incapacità, in almeno il 50 per cento dei casi, di garantire un isolamento efficace all’interno delle strutture ricettive e un ricorso non sistematico al ricovero ospedaliero. A questo si aggiunge che il 46 per cento del personale di assistenza non aveva ricevuto un formazione di aggiornamento specifica per il Covid-19. Numerose sono le criticità segnalate dalle strutture, che emergono dall’analisi dei questionari ISS, di seguito evidenziate. In Friuli Venezia Giulia operano 170 strutture residenziali per anziani, con 10.930 posti letto complessivi; attualmente fra ospiti e operatori sono 487 i Covid-19 positivi.

Nella nostra regione il tasso di letalità è del 7,44 per cento contro il 12,5 per cento nazionale ed il 16-17 per cento della Lombardia. L’età mediana è di 83 anni. Trieste, purtroppo, è la provincia più colpita e si registra un tasso di letalità apparente dello 11,35 per cento, mentre a Udine del 6 per cento, a Pordenone del 5,9 per cento e a Gorizia del 2,4. Va detto che il tasso di letalità plausibile è sicuramente più basso, in quanto andrebbe allargato, oltre ai soggetti Covid-19+, anche agli immuni naturali dei quali, al momento, in assenza di campionamenti con test sierologici è ignota la reale numerosità. In questo modo si aumenta il denominatore.
Anche l’incidenza dei nuovi casi è elevata a Trieste: c’è un infetto ogni 269 residenti. Per capirsi a Milano l’incidenza è del 1:245. A Gorizia 1:1152, a Udine 1:611, a Pordenone 1:591. Si evidenzia, comunque, un calo dell’incremento dei nuovi contagi quotidiani.

Le case di riposo regionali e cittadine rappresentano oggi la realtà più critica, avendo, per il momento, il Friuli Venezia Giulia superato l’emergenza dei ricoveri ospedalieri e delle terapie intensive. A Trieste esistono numerose residenze polifunzionali per anziani, con 30-40 posti letto, spesso inserite in realtà condominiali. Occupano un piano o due, e quando e si verificano questi episodi generano una comprensibile preoccupazione nei residenti, che va però ridimensionata all’effettivo rischio di contagio, estremamente ridotto, allo stato delle conoscenze attuali, non avendo loro contatti diretti con gli ospiti Covid-19+. Sono tipici esempi di agglomerazione di tipo metropolitano ad alta densità abitativa, evidentemente molto differenti da altre realtà regionali. Inoltre le strutture più sono piccole e più difficoltà hanno a realizzare un isolamento ambientale all’interno della struttura stessa, per cui si generano inevitabilmente situazioni di promiscuità sani e infetti, con il personale che può essere ulteriore veicolo di contagio intra-struttura.
Gli ospiti Covid-19 positivi devono essere trasferiti da queste strutture nell’interesse dei pazienti e a tutela degli altri ospiti, anche se, dove possibile, è corretto non sradicare gli anziani dal proprio ambiente, aggiungendo problema a problema.

[Fulvio Zorzut]

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