Ozonoterapia e test Covid rapidi: dal Friuli Venezia Giulia il contributo alla ricerca

08.04.2020 – 15.15 – A fronte del momento di difficoltà generale nell’effettuare i test per l’individuazione del Covid-19, causato dalla carenza di materiale per le analisi molecolari necessarie per i tamponi e nello specifico dalla scarsa disponibilità di reagenti per l’estrazione dell’RNA (acido ribonucleico; la molecola che si occupa della codifica, decodifica e regolazione dei geni) dai campioni biologici, proprio dal Friuli Venezia Giulia arriva un’innovativa risposta. La soluzione è stata sviluppata nel laboratorio unico dell’Azienda sanitaria universitaria di Udine, grazie al team guidato dal dottor Francesco Ciaravella, responsabile della piattaforma Centro Servizio Laboratorio, e dal direttore del Dipartimento di Medicina di laboratorio Francesco Curcio, con il coordinamento dei responsabili della Virologia e della Microbiologia, Corrado Pipan e Assunta Sartor, che con la geniale intuizione della coordinatrice dell’area biologia molecolare dell’azienda sanitaria Stefania Marzinotto, sono riusciti a mettere a punto un metodo che rende possibile prescindere dall’utilizzo degli ormai introvabili kit.

Come spiega la stessa Marzinotto ai microfoni del TGR Friuli Venezia Giulia, “Questo protocollo nasce dall’esigenza di ovviare all’estrazione del RNA con i kit commerciali, in questo momento difficili da reperire a livello mondiale”. Un nuovo sistema, spiega la biologa sul Messaggero Veneto, che “consiste nel trattare il campione con metodi fisici, come il cambio repentino di temperatura, in presenza di enzimi litici e di blandi detergenti”. Nello specifico si tratta di una soluzione che consente “di sequenziare direttamente il materiale senza usare il kit; il materiale che viene raccolto con il tampone deve essere processato, dobbiamo verificare la presenza di alcuni geni tipici del virus.” Spiega il direttore Curcio. “La fase che precede l’analisi della sequenza che ci dice se c’è il virus o no è l’estrazione del RNA. In questa fase usiamo il kit sostituito ora dal nuovo metodo”.

Tale soluzione si delinea essere vantaggiosa anche in termini di costi economici, con un risparmio di “circa il 90 per cento per quanto riguarda il costo del kit” spiega Marzinotto, e soprattutto di tempo: “il nostro protocollo impiega 22 minuti a differenza dei kit automatizzati in cui invece il tempo va dalle due alle sei ore”. Tempi di risposta di gran lunga ridotti che permettono al laboratorio di passare ad una capacità di analisi da una media di 750 a 1.600 test.
Il lavoro è stato ora inviato sulla piattaforma di pubblicazione rapida delle strutture di ricerca e sono numerose le aziende, sia a livello nazionale che internazionale, ad aver contattato il laboratorio, nonché a richiedere di rendere disponibile il protocollo.

Anche sul fronte delle terapie adottate in risposta al Covid-19, un altro grande risultato arriva nuovamente dal Friuli Venezia Giulia e ancora questa volta da Udine, grazie all’équipe guidata dal direttore del Dipartimento di anestesia e rianimazione dell’Azienda sanitaria universitaria di Udine “Friuli centrale” Amato De Monte e dall’infettivologo Carlo Tascini, che dirige la clinica Malattie infettive. Il team ha infatti messo a punto un protocollo che potrebbe ora far mutare l’approccio alla cura nei pazienti, in particolare per quelli più gravi che sono a rischio di ricovero in terapia intensiva. Si tratta dell’ozonoterapia – già praticata negli ospedali di Udine e di Tolmezzo –  associata ai farmaci antivirali che, attualmente sperimentata su alcuni malati con polmonite e difficoltà respiratorie, ha dato dimostrazione di un rallentamento dell’infiammazione e di una riduzione dei danni ai polmoni“.

La procedura nel dettaglio, illustrata dal dottor De Monte su “La Repubblica”, è stata applicata “precocemente, sui pazienti che rischiavano di essere intubati, perché con una compromissione della respirazione e già in ventilazione con il casco o con CPAP”. Nello specifico dal paziente vengono prelevati 200 millilitri di sangue, che vengono lasciati interagire con l’ozono per una decina di minuti e poi reiniettati; così per tre o quattro volte al massimo. L’infusione di ozono in sostanza contribuisce a potenziare la risposta dell’organismo nella lotta contro gli effetti dell’infezione in atto. De Monte spiega quindi come solo dopo tre sedute sia stato possibile vedere dei “miglioramenti clamorosi, con una decisiva riduzione del bisogno di supporto di ossigeno”.

In merito alla terapia, sulla base dei riscontri positivi fino ad ora ottenuti, è stata inviata la richiesta di autorizzazione all’Agenzia Italiana del Farmaco AIFA, e al Comitato etico dell’Istituto Spallanzani di Roma, di procedere con uno studio su 200 pazienti. Un percorso che punta ad un riconoscimento sia dal punto di vista metodologico che a livello di comunità scientifica internazionale. “La speranza è di ottenere una risposta quanto prima” aggiunge De Monte “perché più immediato sarà il suo utilizzo, maggiore sarà l’aiuto che riusciremo a dare”.

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Nicole Petrucci
Nicole Petruccihttps://www.triesteallnews.it
Giornalista iscritta all'Ordine del Friuli Venezia Giulia. Direttrice responsabile

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