21.03.2020 – 08.30 – Immaginate di essere una donna colta e sensibile; che giornalmente gestisce un salotto letterario nella Berlino della Restaurazione, nel “vivo” della cultura Biedermeier. Incontrate amici, conoscete scrittori, intrattenete ospiti di ogni classe e risma; passando dai poeti, ai politici, agli attori. Il vostro salotto non manca di ospiti femminili; e non per bellezza, ma per capacità letteraria e filosofica. Ma tutto questo non vi basta; perché la vostra maggiore preoccupazione è per il vostro amato, poeta anch’egli. Dopo una brillante catena di successi egli è “bloccato”, strangolato da una depressione profonda. Allora escogitate un piano per farlo uscire dal suo blocco di scrittore, per tornare a ispirarlo: un giorno, quando il vostro marito torna da teatro, vi pugnalate a morte con un colpo ben assestato al cuore. L’amato poeta vi fissa, distrutto nell’animo; e negli anni che seguono si abbandona al vagabondaggio, tormentato dalla colpa di aver ucciso con la propria depressione la moglie.
La donna in questione era Charlotte Sophie Willhöst che assieme a Rahel Levin Varnhagen e a Bettina Brentano venivano chiamate il “trifoglio femminile di Berlino“. Charlotte aveva sposato nel 1828 il poeta Heinrich Wilhelm Stieglitz. L’uomo all’epoca era reduce d’alcune, fortunate, pubblicazioni: tuttavia già alternava slanci titanici a crisi depressive.
Dopo essersi licenziato per meglio dedicarsi alla poesia, Stieglitz si era ritrovato incapace di scrivere; da cui il gesto suicida della moglie, a sua volta imbevuta di macabro romanticismo.
Dopo la morte, Stieglitz iniziò a viaggiare senza meta, annotando le sue osservazioni di viaggio, alla ricerca di una redenzione che arrivò solo con la morte per colera (1849).
Stieglitz abbandonò Berlino e si diresse verso sud; dapprima soggiornò a Trieste, poi a Venezia. La Serenissima, ormai allo sfacelo, gli diede qualche conforto.
Negli anni Quaranta dell’ottocento era una figura piuttosto nota a Trieste; frequentava il giornale liberale “La Favilla”; era amico del presidente del tribunale Paride Zaiotti.
Giuseppe Caprin lo descrive come “uno scheletro vivo, che più non sentiva né gioie né dolori, ed attendeva che gli si scavasse una fossa per sdraiarvisi dentro. Una folta zazzera nera, cresciuta sino alle spalle piatte, rendeva spaventevole il suo viso dalla tinta cadaverosa”.
Tuttavia, nell’opera Istrien und Dalmatien (1845), descrive con affetto Trieste, augurandole un luminoso futuro.
Trieste colpisce, come in altri resoconti del tempo, per il formicolare di persone e beni: tutti corrono da una parte all’altra, siglando e concludendo affari di ogni genere. La città è giovane e piena di energia, specie a confronto con la Serenissima.
“A Trieste tutto è presente e avvenire. – scrive Stieglitz – Quel che nel campo degli affari esiste o è in via di formazione, tutte le istituzioni, le attività, le manifestazioni di questa operosa massa d’iniziativa danno indizio di imprese ancor più vaste e importanti”.

La Trieste teresiana è ovviamente la “regina” di questo traffico portuale:
“Invece l’allegra città nuova sotto quelle solitarie piante esotiche, con le sue strade dritte, le case intonacate di fresco e il suo incessante movimento fa subito intendere che qui c’è la vita vera e propria, il motore della macchina gigantesca. E qui si trova la ruota motrice, il punctum saliens, il cuore pulsante, la Borsa, non senza significato l’opera più eccellente dell’edilizia nella nuova Trieste“.
“Essa – prosegue Stieglitz – è il Pantheon dei triestini, il tempio nel quale gli appartenenti alle più disparate nazionalità e fedi si uniscono sotto una sola bandiera, si dedicano ad un’unica attività e le lingue più diverse s’intendon facilmente tra loro, se non in modo pitagorico, senz’altro col materiale pitagorico, questo potente mediatore di tutti gli estremi”.
Mentre Venezia è una donna anziana, una “matrona”, Trieste “pare una fanciulletta graziosamente adorna, elegantemente acconciata, abbigliata alla moda, padrona di diverse lingue, svelta nell’espressione e nei gesti, mai imbarazzata nel discorrere di argomenti attuali e prossimi, cortese e dotata d’esperto decoro e sorriso celestiale. I nostri vicini francesi la chiamano la beauté du diable.”
Mentre Trieste un tempo era un “buco tra i giunchi” ora, secondo Stieglitz, è una “potenza marinara”. Venezia “non è più in grado di competere con questi campioni del movimento del denaro”. I triestini sono infatti “campioni del guadagno presente e futuro“.
A un poeta, tuttavia, ciò importa poco: per Stieglitz il vero interrogativo è se Trieste riuscirà a trasformarsi in una città della cultura. Se quest’accumulo di denaro, questo cosmopolitismo capitalista sarà in grado di creare un humus paragonabile a quello delle Repubbliche Mercantili e delle signorie rinascimentali. Stieglitz pensa a Venezia, ovviamente; ma cita anche Firenze con i Medici o Roma con i papi.
“Si scorgono già i sintomi favorevoli” scrive Stiglitz “anche se ai timidi inizi”.
Il poeta elenca poi i segnali di rinnovamento:
“La decorazione di una chiesa di Trieste, Sant’Antonio, occupa da qualche tempo i più celebri pittori di Venezia – possano le loro opere essere all’altezza del nome di quella città tanto famosa! Esiste una società letteraria che si è peritata di scegliersi a patrona Minerva, nel regno di Mercurio. Un intraprendente librario tedesco si è installato in Piazza della Borsa e conta di incrementare gli affari coll’aver allestito il suo negozio con appropriata eleganza; sono in formazione una società filotecnica e un Circolo artistico. Si parla pure di un Tergesteum quale sede di uffici di navigazione a vapore, con stamperia, casino, sala di lettura ed altre installazioni, in stile sontuoso”.

La domanda per Stieglitz è, ancora una volta, se Trieste riuscirà a trasformare il denaro in cultura, realizzando una propria identità.
“E se poi a Trieste, una volta passata l’era di Mida, dove tutto ciò che tocca diventa oro, con la trasformazione delle barre d’oro in guadagno spirituale per mezzo della forza magica di Mercurio, si dovesse verificare la metamorfosi opposta, quella che fa splendere ancora attraverso il mutare dei secoli la gloriosa casa commerciale dei Medici come astro protettore dell’arte e di ogni tipo di ricerca? In quest’ora un sogno di stupenda fioritura per il futuro di Trieste mi fa palpitare. Auguriamo alla giovane Tiro dell’Istria fortuna per i suoi futuri Medici!”
Bibliografia: Silvana De Lugnani, La cultura tedesca a Trieste dalla fine del 1700 al tramonto dell’impero absburgico, Edizioni Italo Svevo, 1986.
Leonello Vincenti, STIEGLITZ, Heinrich Wilhelm, Enciclopedia Italiana, 1936, dal sito Treccani.


