11.03.2020 – 08.35 – Nel mondo, i guariti dal Coronavirus sono oltre 65mila: il 94 per cento dei contagiati. “State chiusi in casa” è la frase che sentiamo ripetere più spesso in questi giorni; e i decreti di stop alla mobilità, con tanto di responsabilità penali, lo hanno imposto ormai su tutto il territorio nazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità, purtroppo, ha dovuto rivedere la percentuale di mortalità al rialzo: 3,4 per cento su un 2,3 per cento inizialmente ipotizzato. Hanno contribuito la forte diffusione in Europa e gli esiti non favorevoli della malattia in particolare nel primo periodo e a Wuhan. Tutto questo senza dimenticare che, nel mondo, i colpiti dal Covid-19 sono l’1.5 per cento della popolazione (le vittime, lo 0.05 per cento), mentre in Italia il contagio ha colpito lo 0.15 per cento della popolazione con uno 0.009 per cento di vittime. Vittime, le quali, nella grande maggioranza dei casi erano anziane e con patologie di altro tipo. Senza voler ridimensionare la serietà della situazione o il dramma di chi sta male o ha perso una persona cara; allo scopo, però, di informare e dare delle proporzioni. Il numero di casi senza presenza di sintomi è ignoto, si può solo ipotizzare e si può pensare che riguardi un numero piuttosto alto di persone più giovani che hanno avuto il virus e non se ne sono accorte; questo, quando si sarà avuto il tempo per fare valutazioni più approfondite e analizzare i numeri, potenzialmente ridurrà la percentuale di mortalità in maniera sensibile.
Torniamo, però, ai Coronavirus e all’ambiente in cui viviamo e in cui ci viene chiesto di restare. In casa, e nei locali chiusi, l’aria è più sana? Niente affatto, o almeno non normalmente. La tendenza ad aprire poco le finestre (visto che il riscaldamento costa) e a prestare poca attenzione alle temperature e ai livelli di umidità delle stanze (normalmente troppo alti, ben sopra quei 18 o 19 gradi che basterebbero) può contribuire a creare, in casa, un ambiente perfetto proprio per quei virus – non necessariamente il Coronavirus – che vorremmo tenere lontani. In realtà, se si prendono le necessarie precauzioni, si limitano gli spostamenti a quello che serve e soprattutto la vicinanza e i contatti fisici, nei confronti di un rischio da virus uscire all’aria aperta non è di per sé un rischio. Stiamo andando controcorrente e invitando a sottovalutare i decreti? Niente affatto. Un decreto è una legge dello Stato, e va integralmente rispettato. Vogliamo però andare un po’, faticosamente, ancora una volta controcorrente, e cercare di tranquillizzare per quel che si può, di raccomandare fiducia e analizzare il quadro della situazione con razionalità. Parlando dell’aria attorno a noi.
Un microorganismo – come il Coronavirus – si può contraddistinguere per trasmissibilità (la capacità di essere trasmesso da una persona infetta a una suscettibile), infettività (la capacità di penetrare e moltiplicarsi nel soggetto ospite), la patogenicità (la capacità di produrre la malattia dopo l’infezione), e la neutralizzabilità (il poterlo prevenire e curare). Nel caso del Covid-19, tutti questi elementi sono ancora allo studio e non ci sono certezze ma solo ipotesi, che mano a mano diventano più solide con l’accumularsi degli studi in laboratorio e delle esperienze sul campo: compresa l’efficacia delle procedure di profilassi. L’unica certezza che c’è, è che una cura per il Covid-19, per ora, non esiste. Il veicolo d’infezione è ormai ritenuto certamente essere l’espulsione di liquidi dalla persona infetta verso soggetti suscettibili: Covid-19 è un virus del raffreddore più temibile del normale, e quindi questa espulsione avviene in maggior parte con la tosse e gli starnuti. Se si dovesse identificare un rischio per il Coronavirus, come nei film catastrofici, probabilmente verrebbe definito dagli esperti come ‘agente biologico di gruppo 2’: numeri e percentuali alla mano ci sono un moderato rischio individuale e un moderato rischio collettivo. Covid-19 è un agente che può causare malattie nell’uomo, mentre non sembra causarne negli animali, ma è poco probabile che costituisca un serio pericolo per chi lavora in laboratorio e per la comunità, se vengono messe in atto misure d’igiene e profilassi. E non porta alcun danno all’ambiente. Se il Covid-19 fosse un’arma biologica, come nelle teorie del complotto del laboratorio di Wuhan, sarebbe veramente qualcosa di mal riuscito: basta non star vicini, e non lo si prende. L’OMS ha definito invece un livello d’allarme via via gradualmente più alto e questo è completamente comprensibile di fronte alle ripercussioni che la paura d’infezione ha generato e sta generando in tutto il mondo giorno dopo giorno: il direttore dell’OMS l’aveva sottolineato fin dall’inizio, il rischio da Covid-19 sarebbe stato più economico e sociale che sanitario, e per questo sarebbe stato molto maggiore a quello di qualsiasi atto terroristico. Una previsione che si è rivelata assolutamente esatta.
Torniamo ai virus. Per loro natura non sono organismi dotati di ali o sistemi di propulsione che permettono di navigare nell’etere inseguendoci come bersagli; un virus non è un drone, quando si trova nell’aria a galleggiare ci è arrivato perché aggregatisi ad altri microorganismi aerotrasportati, ad impurità più pesanti o all’acqua. Da questa considerazione, possiamo capire anche che i virus sono estremamente piccoli: se un batterio può essere grande qualche micrometro, da 3 a 30 micrometri, un virus è più piccolo di un intero ordine di grandezza: parliamo di nanometri. La normale mascherina, nel caso di Covid-19, se si parla del virus in sé, non è efficace – visto l’ordine di grandezza di differenza nelle dimensioni – se non per due cose: nel caso di quelle senza filtro attivo, per farci stare più tranquilli (perché a volte si ha pur bisogno di aggrapparsi a qualcosa). Quelle con filtro, nate a ogni modo per proteggere da fumo e inquinanti di altro genere, se indossate professionalmente e tenute addosso sempre, senza sollevarle per parlare o respirare, possono bloccare quelle goccioline d’acqua e quei microorganismi da mezzo micrometro ai quali il virus si è attaccato: va ricordato che le mascherine filtranti non sono confortevoli, che il personale al quale è raccomandato l’uso fa di solito un corso almeno 1 volta l’anno per indossarle e portarle nel modo corretto, e che rendono la respirazione più difficile. Nel caso di una persona già malata, che magari ha già tosse e catarro, la situazione cambia ancora: una mascherina portata dalla persona malata può proteggere chi sta vicino a lui ad esempio nel momento del colpo di tosse, in cui l’espettorato può avere dimensioni anche di una certa rilevanza: la mascherina chirurgica normale ferma qualcosa di visibile, insomma, e questo è il discrimine. C’è però la necessità per il malato, che ha già difficoltà respiratorie, di non avere ulteriori ostacoli nel flusso d’aria, e quindi si arriva al famoso casco ventilato dei reparti di rianimazione di cui si è parlato in questi giorni. O ad altri sistemi di supporto alla respirazione, professionali e appositamente studiati. Niente di tascabile. Sciarpe, fazzoletti, bandane non solo non solo assolutamente utili, ma potrebbero avere l’effetto opposto, trattenendo sporco, saliva e impurità.
Aria aperta e libera, quindi, se si può. L’aria di casa invece ricircola sempre all’interno; se, in un qualsiasi momento, è venuta a contatto con impurità esterne, le farà girare in un ambiente via via più favorevole e trasmetterà l’infezione. Come prima cosa, quindi, apriamo le finestre regolarmente: basta mezz’ora al giorno, ma sempre.
Per sentirci più tranquilli in casa, c’è la possibilità di utilizzare filtri ad alta efficienza: si tratta dei ben noti filtri HEPA (High Efficiency Particulate), sviluppati negli anni Cinquanta (e studiati anni prima) per difendersi da eventuali residui radioattivi presenti nell’aria, e tuttora applicati in maniera diffusa in strutture sanitarie e aziendali. I filtri HEPA sono normalmente inseriti all’interno di dispositivi, come ventilatori o impianti di condizionamento d’aria, che generano micro correnti d’aria lamellari, studiate per portare i microorganismi e le particelle d’acqua (con tutto quello che ci si è attaccato sopra) verso un filtro capace di bloccare tutto quello che è grande tra 0,1 e 0,3 micrometri (a seconda della categoria del filtro) o di più. Proprio come una mascherina filtrante. L’aria aspirata dai dispositivi viene convogliata attraverso i filtri e rimessa in circolo solo dopo esser stata filtrata; i filtri HEPA non uccideranno i virus (posto che i virus di cui abbiamo oggi paura non hanno periodi di vita in ambiente esterno molto lunghi, di norma), a meno che non siano abbinati a un sistema di disinfezione, ma li tratterranno al loro interno; periodicamente dovremo sostituire il filtro smaltendolo in maniera appropriata. Negli ambienti più a rischio, come gli ospedali, la pulizia del filtro viene fatta da personale tecnico specializzato. L’efficienza di un filtro HEPA arriva al 99,999 per cento, anche contro i virus, perché seppure i virus siano molto più piccoli effetti elettrostatici e fisici li catturano. Tutto questo per parlare un po’ d’aria, alla fine; e, se possiamo, per prenderne un po’. Nel rispetto delle regole.
[r.s.]
[fonti: UniTs, UniPd, Ministero della Sanità, Office of Nuclear Energy USA, CDC USA]


