Il peggio di noi. Coronavirus, paura e rischio d’isolamento

15.03.2020 – 15:58 – Il conoscente che t’insulta su Facebook perché non ce l’hai fatta, a stare chiuso da solo per tre giorni nel silenzio: sei uscito per 10 minuti a fare una passeggiata, ti devono punire. La gente del Social pronta alla spedizione di pulizia contro il gruppo di immigrati di Piazza della Libertà, che invoca per loro la reclusione (ma reclusione dove?), o la ‘sanitizzazione’ (da comprendere poi che cosa possa voler dire: detta così, suona male). I truffatori pronti a ‘far la spesa per gli anziani’. Il rifugiarsi nella protezione psicologica della mascherina, di qualsiasi tipo, anche in situazioni in cui non serve (facendone incetta e riducendo il numero di quelle che devono essere a disposizione di chi ne ha veramente bisogno). I bambini che piangono perché sono a casa da giorni e vogliono uscire di casa a giocare, e la mamma che gli dice che non possono perché fuori c’è il ‘lupo cattivo’ (così smettono di piangere, e scappano sotto il letto, guardando il mondo con terrore). Il lettore quasi multato dalla polizia perché, nel rispetto delle norme e camminando da solo, voleva prendere il giornale. La donna, lo si legge sulla stampa internazionale, che in Australia litiga per la carta igienica al supermercato e tira fuori il coltello, anche se di carta igienica ce n’è in abbondanza. La confusione nelle norme stesse, con i prefetti che per una giornata intera dicono una cosa, la Protezione Civile una diversa, gli enti regionali un’altra ancora, il Ministero dell’Interno ancora un’altra fin quando si arriva finalmente all’interpretazione comune (nel frattempo, però, su Internet ciascuno ha detto e diffuso la sua). Le camionette che girano con gli altoparlanti: “Vnimaniye! Vnimaniye!” (*); anzi no, quello era un altro film, ma i vecchi e i ragazzi si spaventano lo stesso, e se era quello lo scopo – per rafforzare il messaggio – non ci sentiamo di condividere non il fine, ma il modo.

Non siamo ancora al punto, e si spera che a quel punto non ci si arrivi mai, nel quale la paura irrazionale e la violenza iniziano ad avere il sopravvento. Le situazioni in cui si comincia a cambiare binario e a lasciarsi trascinare sono ancora l’eccezione. Ma una mentalità del “ciascuno per sé” e “si salvi chi può” inizia pian piano a emergere, non possiamo nasconderlo: ‘ciascun’ individuo, ‘ciascuna’ famiglia, ‘ciascuna’ nazione, e il mondo sembra rapidamente allontanarsi dalla capacità di far fronte comune e unirsi per affrontare il Covid-19 con razionalità, creando sinergie, trasferendo a chi è chiuso un messaggio di fiducia. Ciò che trasferiamo dalle pagine dei giornali, ogni giorno, non è che una classifica dei morti: cinque, venti, otto. Contano poco, i morti? Assolutamente no. Hanno utilità, queste classifiche? Penso di no, e lo capivano bene i governanti che sotto le bombe tedesche della Seconda Guerra Mondiale raccomandavano unione, solidarietà e di continuare al meglio possibile la vita normale, perché altrimenti il nemico avrebbe vinto attraverso la più terribile delle armi: la paura.

Chi è a capo dei governi delle nazioni in cui il Covid-19 arriva, invece, sembra affannarsi nel tentativo di cercare di mantenere o recuperare il controllo o un qualche controllo della situazione, quasi promettendo alla popolazione che ‘sarà per poco tempo’, ‘uno sforzo fatto tutti assieme per pochi giorni’; eppure si sa già quasi per certo che non sarà così e gli addetti ai lavori nei corridoi già si preparano a uno stop che durerà mesi e che lascerà un’economia distrutta e (questo ancor peggio) una possibilità che il virus, anche se momentaneamente arrestato, ricompaia a settembre. Mentre una forma universale di screening fatto sulla popolazione (i famosi ‘tamponi fatti a tutti’) e di blocco ragionato delle attività, come fatto in Corea del Sud senza voler proprio arrivare alla grande scommessa di Boris Johnson, potrebbe essere molto più efficace; eppure, non se ne parla. Ci saranno delle ragioni per non parlarne (forse l’impreparazione del nostro sistema sanitario, uno dei migliori del mondo ma purtroppo fortemente penalizzato dalle recenti riforme); nel frattempo le misure restrittive imposte in Italia strangolano l’economia, già debole, e quello che arriva è una promessa che ‘qualcosa si farà’ e ci sarà un bonus di qualche centinaio di euro a famiglia, mentre i letti per i sistemi sanitari in qualche modo salteranno fuori, la sospensione del pagamento dell’IVA aiuterà i professionisti (come, se non stanno lavorando?) e in poco tempo con i concorsi straordinari infermieri e medici aumenteranno in numero (un buon numero, però, poi rinuncia, perché non si sente sicuro di fronte a situazioni in cui i dispositivi di sicurezza individuale per chi lavora nella sanità non sono garantiti).

Fra le nazioni, su un piano internazionale, poco o nessun coordinamento: la Cina offre solidarietà, Donald Trump manda un messaggio: “Vi vogliamo bene”, la Germania, l’Austria e la Slovenia scelgono di privilegiare i loro interessi nazionali ed ecco che ci troviamo questa volta a essere noi quelli chiusi fuori dai confini chiusi. Ma anche la Corea del Sud stessa e la Russia hanno bloccato l’esportazione di mascherine, e gli Stati Uniti sospeso i voli: l’India, che produce il 20 per cento dei farmaci mondiali in volume, ha ridotto le forniture per l’estero di alcune tipologie di medicinali, un po’ perché, come riporta CNN, non riceve sufficienti materie prime dalla Cina, e un po’ perché le tiene a disposizione dei suoi cittadini. La risposta alla sfida posta dalla pandemia (fra epidemia e pandemia: nessuna differenza, in termini di fattori di rischio) appare tutto meno che globale: ciascuna nazione applica una politica diversa, sperando che sia quella giusta. L’Europa si è riunita diverse volte, ma solo martedì scorso ha messo in atto una sorta di mezza strategia comune, contrassegnata prima dall’epocale gaffe di Lagarde e poi da azioni di natura economica piuttosto che misure indirizzate alla sanità o alla gestione dell’emergenza pubblica che si sta verificando: grossissimi i dubbi in merito al successo di queste misure economiche, perché se la gente ha paura e non esce, non spende. E l’Italia che vive di terziario, turismo e partite IVA, senza una ripresa delle attività in pochi giorni, non ce la può fare. Sul piano politico, dove più ci sarebbe bisogno di un coordinamento globale e di un intervento fatto mettendoci la faccia, anche con passaggi quasi ogni sera in tivù se serve, il Coronavirus arriva nel momento in cui i partiti erano già impegnati a criticare la globalizzazione e i populisti piuttosto che unione in Europa chiedevano a gran voce ancora maggior isolamento. E il messaggio di fiducia, di nuovo, non arriva.

Tantissimo di questo dipende dalla natura umana, che ci spinge a metter davanti al resto le nostre sensazioni. Così ci hanno insegnato per una generazione intera e forse più: ‘cogli l’attimo, al centro ci sei tu, devi star bene con te stesso’: dar sfogo a quello che proviamo, privilegiare noi stessi. Siamo convinti che ciò che pensiamo sia più giusto di altro, anche di fronte alla razionalità e ai fatti: se vediamo un numero su un grafico, lo interpretiamo a modo nostro, e se il grafico non soddisfa le nostre aspettative cambiamo scala in modo che la curva ci piaccia di più, dimenticando Nash e la dimostrazione matematica del fatto che un gruppo ottiene il miglior risultato quando ciascun elemento fa la cosa migliore per sé, e per il gruppo allo stesso tempo. È una tendenza atavica, che deriva dall’evoluzione, ben conosciuta agli studiosi della percezione del rischio: esistono due modelli principali nel modo di pensare umano, uno intuitivo basato sulle sensazioni, l’altro razionale e basato sulla scienza e sulla ragione. Nei primi secoli dell’uomo che camminava a due zampe, i pericoli per lui, nell’ambiente che lo circondava, erano molti: altre tribù ostili, animali pericolosi, la natura stessa, la fame. Tutto molto diretto e concreto, e quel tipo di reazioni dirette e fatte senza pensare era utile alla sopravvivenza della specie: ‘amico’, ‘nemico’ – niente di più complesso. Non siamo però più in quell’epoca: la nostra società è estremamente più complessa e più fragile, quindi ritornare a quel modo di reagire è impensabile. Quello che domina, nelle situazioni di paura, è però proprio il modello da cui dovremmo stare lontani: quello intuitivo, irrazionale.

Nella situazione attuale di rischio da virus la maggior parte delle informazioni che riceviamo dai media e dalle fonti ufficiali è fatta di peggiori scenari possibili e di morti generalizzate: si continua a non parlare delle possibilità diverse, dei grafici ricalcolati tenendo conto degli asintomatici che stanno bene, o almeno dei casi lievi e dei molti guariti. Non è incomprensibile: è anzi assolutamente logico che un medico o un virologo lavorino sui casi di scenario peggiore, è quello che sono chiamati a fare e dobbiamo aiutarli a mettere in atto le misure che ritengono opportune nella miglior maniera possibile. Dal punto di vista dei media e delle istituzioni, non è detto però che sia l’unica possibile strada, o la migliore: l’emozione dovrebbe confrontarsi con la ragione e gli annunci dovrebbero dire anche che le persone guarite sono 500 più di ieri in Italia, che nel mondo sono 76mila con un numero di casi chiusi che ha superato quello dei casi aperti, e con un 93 per cento di malati che hanno sintomi lievi. Parlando dei rischi reali per determinati gruppi di persone, della possibile severità o meno, del come fare per ridurre questa possibilità in maniera sistematica. E ricordando che ci vorranno tre mesi, per capirne qualcosa, e non 15 giorni.

Altrimenti, la sensazione di pericolo e di accerchiamento, ora dopo ora, peggiorerà: lo “stiamo a casa!” funzionerà per un po’, e allo stesso tempo non ha speranze di reggere a lungo perché radicata nel nostro istinto c’è anche la tendenza a muoverci, a correre e a scappare. Il destino del mondo, però, non è ancora segnato: il nemico è comune, è difficile che sia sconfitto solo chiudendosi in casa e ignorando il resto. Certo uscire se non serve è inopportuno, e allo stesso modo le tapparelle blindate non hanno garanzia di proteggerci. Per questo le camionette con gli altoparlanti, e il terrore sul Social Network, probabilmente non sono la miglior risposta. Per combattere il nemico comune la strada sono la solidarietà e l’analisi, ragionata, delle informazioni a disposizione.

(*) [“Vnimaniye! Vnimaniye”, “Attenzione! Attenzione!”: così iniziava il messaggio d’evacuazione da Pripyat, Chernobyl, nel 1986]

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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