26.03.2020 – 16.30 – Un virus sviluppato in laboratorio in Cina nel 2015? Un’arma batteriologica usata dagli Stati Uniti contro la Cina, o un filone di ricerca non ufficiale? Un esperimento iniziato in un modo, e finito poi terribilmente male, sfuggito e diffusosi in maniera incontrollata? Per il Covid-19, che è stato ormai riconosciuto come un ‘bat virus’, proveniente dai pipistrelli, non c’è niente di tutto questo, dietro le quinte: è un virus naturale, che non è stato costruito. I laboratori di ricerca con sicurezza di livello 4, il massimo esistente, esistono in molte nazioni (sfortuna ha voluto che uno di essi si trovasse proprio a Wuhan, e da lì la prima teoria del complotto); in questi laboratori si fanno effettivamente ricerche su malattie che possono essere pericolose molto, molto più di Covid-19 – Ebola Zaire è un nome che incute ancora terrore in Africa – e sfortuna ha voluto che la Rai si occupasse, qualche anno fa, di uno studio in corso proprio sul salto di specie di un Coronavirus.
Il video della Rai è stato trovato, ripreso, diffuso sui Social Network ed è diventato virale: buon esempio di come da una notizia diversa ma che ha una base scientifica si costruisca un Fake. Nuova teoria del complotto, e nuovo rumore di fondo che quasi rende vani gli sforzi di chi cerca di ‘tener libero il canale’ e di lasciarlo alle notizie certe e utili. Nella diffusione del riferimento al servizio di Rai Leonardo fatta ieri non c’è però casualità: molto, troppo, fa spesso la comunicazione politica italiana, che da qualche anno (dal primo ministro in giù) ha scoperto Facebook, e di cose ne condivide tante, per spostare l’opinione un po’ qua e un po’ là.
Si possono spazzare via dallo scenario Covid-19 tutte le teorie del complotto? Si. Non si può spazzar via, però, una realtà che vede più di 25 nazioni aver lavorato negli ultimi 100 anni a programmi e studi che prevedevano la realizzazione di armi biologiche. La maggior parte di questi programmi fu di breve durata e di sviluppo molto limitato: mancavano, negli anni Cinquanta e Sessanta (quelli del Dottor Stranamore) le capacità tecniche e scientifiche per proseguire e soprattutto – altrimenti, si potrebbe dire che oggi questa capacità c’è, e ripiombare nel panico ingiustificato – non si arrivò mai alla sicurezza di poterne controllare gli effetti. La certezza di avere in mano qualcosa di temibile, ma selvaggio e disobbediente, ha portato le armi biologiche a essere simili, nella loro personale filosofia, a quelle nucleari: un deterrente di mutua distruzione assicurata, muoiono i vinti ma anche i vincitori (un vantaggio: non distruggono il mondo). Con la differenza però di essere estremamente costose in termini di studio, alla fine persino più dei missili, e lente da sviluppare, nonché complesse da dispiegare e attivare; perché realizzarle, quindi, nel momento in cui non ce n’è effettivo bisogno, abbiamo già altro e si va verso la localizzazione e la riduzione in potenza del nucleare (per poterlo usare tatticamente) piuttosto che verso armi di massa.
Carbonchio (o antrace), tularemia, encefalite, filovirus come il Marburg, vaiolo: qualcuno è più efficace di altri, tutti lo sono molto più del Covid-19. Sono due le potenze che effettivamente, in maniera documentata, possiedono sofisticate capacità di ricerca nel campo delle armi biologiche di distruzione di massa (o di danno economico di massa: esistono anche le malattie delle piante, e le coltivazioni possono essere di interesse strategico): gli Stati Uniti e la Russia. Le informazioni sulle attività dei due paesi in questo campo che sono disponibili al pubblico sono molto limitate, e quello che preoccupa di più (ne ha parlato, fra gli altri, la dottoressa Filippa Lentzos del King’s College di Londra) è lo sviluppo di agenti biologici che possano essere duali: non qualcosa di direttamente pericoloso, quindi, ma che può diventare, in certe condizioni, mortale. Non si può escludere che paesi come la Cina e l’India abbiano cercato di recuperare il terreno perduto, avviando ricerche segrete: precursori effettivi del loro uso sul campo sono stati comunque il Giappone (con attacchi biologici contro la Cina prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale) e gli Stati Uniti stessi, con esperimenti fatti contro la Germania in Europa nel corso della guerra e con azioni contro Fidel Castro a Cuba, protagonista il virus della febbre emorragica Dengue. Dal 1975, è in vigore la BWC Biological Weapons Convention, accordo internazionale che mette qualsiasi arma di questo tipo fuori legge: è stata firmata da 182 paesi, e rifiutata da 10 (Il Ciad, le Isole Comore, Gibuti, l’Eritrea, Israele, Kiribati, la Micronesia, la Namibia, il Sudan del Sud e Tuvalu, in Oceania). Si dà per certo però che la Russia abbia studiato l’impiego bellico dell’Ebola, in violazione del trattato, fermando poi gli studi di fronte all’impraticabilità di un uso militare.
Ma allora, se le armi biologiche non sono così importanti in uno scenario strategico di guerra fra potenze, perché molti personaggi estremamente influenti, come Bill e Melinda Gates (Gates ne ha parlato in un TED Talk nel 2015 e di nuovo al World Economic Forum di Davos, nel 2017), le citano spesso e temono moltissimo il loro uso? Il punto, come spesso accade, è il contesto di riferimento. L’arma biologica mantiene un potenziale estremamente alto, in determinati scenari, e l’attenzione di Bill Gates è da molti anni concentrata sui paesi in via di sviluppo, in particolare sull’Africa sub sahariana ma non solo: una nazione che volesse quindi conquistare un paese più povero e privo di difese sanitarie potrebbe quindi puntare proprio sull’impiego di un virus estremamente letale e poco persistente. Come Ebola, che uccide l’organismo in cui è ospite molto velocemente, lasciando l’ambiente intatto; la prima arma di questo tipo furono, nella storia, i cadaveri degli appestati.
Tornando al Covid-19 e lasciando da parte – speriamo definitivamente – gli scenari di complotto globale, ci rimane il Coronavirus venuto dai pipistrelli. Non è la prima volta che questi animali sono protagonisti della diffusione di un virus che fa un salto di specie e arriva all’uomo. All’Università di Berkeley, in California, gli studi hanno dimostrato che la risposta immunitaria molto forte dei pipistrelli – che sono mammiferi, seppure non tanto vicini a noi nell’evoluzione, e che riescono a bilanciare una risposta antivirale molto forte con una anti infiammatoria altrettanto cospicua – può fare da ‘ambiente di sviluppo’, accelerando di molto la replicazione e quindi la mutazione dei virus che i volatili portano nell’organismo. Cosicché, quando la bomba virale viene sganciata, è una bomba letale, che colpisce l’uomo con potenza: il corpo del pipistrello si difende alla grande, in maniera speciale, unica rispetto ad altri animali, ma così facendo rende più forte e capace di moltiplicarsi rapidamente il virus, che passa a noi già pronto ad ucciderci perché la nostra difesa non avrà una risposta altrettanto veloce e verrà stremato dalle infiammazioni.
L’ironia della natura, alla quale piace ricordarci il nostro posto, è l’averci fatto intuire come il fattore che contribuisce di più a far passare il virus dai pipistrelli a noi potrebbe essere l’aver distrutto il loro habitat, provocando la loro paura e il loro stress; e quindi aumentando il volume della saliva, delle feci e dell’urina che lasciano nell’ambiente, veicoli del virus.
[r.s.]


