Autoisolamento e Coronavirus, i migliori nel rispettare le regole

25.03.2020 – 15.09 – Secondo uno studio effettuato dalla società LogoGrab, professionisti nell’intelligenza artificiale, gli abitanti del Friuli Venezia Giulia risulterebbero i cittadini migliori in tutta Italia nel rispettare le limitazioni derivanti dal Coronavirus. La LogoGrab è un’azienda specializzata nelle tecnologie di riconoscimento delle immagini presenti in rete, fondata dagli italiani Luca Boschin e Alessandro Prest. Lo studio si basa sulla geolocalizzazione, fornendo a questo scopo un flusso di dati provenienti da un numero di moduli di intelligenza artificiale usati solitamente per il monitoraggio delle marcature degli utenti anche a fini commerciali o statistici. Laddove il contenuto fosse privo invece di informazioni geografiche, sono stati utilizzati ‘ghost data’ – ovvero dati presenti nel risultato del monitoraggio per altri motivi, non immediatamente ricollegabili a qualcosa di specifico ma che possono essere utilizzati, in maniera derivativa,  per ipotizzare la posizione a livello regionale utilizzando altri dati di profilo rilevanti (si tratta di un approccio nato nel mondo investigativo e linguistico, utilizzata per la prima volta negli Stati Uniti nel corso delle indagini sul famigerato Unabomber, e successivamente sviluppatasi e perfezionatasi nel mondo di Internet e usata in precedenti ricerche online contro la contraffazione, terrorismo e propaganda digitale).

Il risultato proposto da LogoGrab può considerarsi davvero attendibile? Andando ad approfondire il report, i dati, come dichiarato sul loro sito, sono stati resi anonimi al momento della raccolta e prima dell’elaborazione. Ciò significa che la società ha eliminato tutti i dati personali, come le informazioni relative alla profilazione utente, riducendo la precisione della geolocalizzazione, sfocando i volti laddove presenti delle immagini, e rimuovendo i metadati – elementi che potrebbero essere utilizzati per identificare le persone. Lo studio ha raccolto immagini e video da 552.000 profili e le loro storie pubbliche su Instagram (per un totale di 504.592 storie) coprendo il periodo tra l’11 e il 18 marzo 2020. L’analisi futura dei dati potrebbe anche includere tendenze e momento di rilevazione (“timestamp”). Il set di dati finale è stato quindi confrontato con le politiche rilasciate dal DPCM (Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte) e altre fonti istituzionali che definiscono le regole applicate al blocco attuale, dimostrando, in questo modo e secondo questa interpretazione, la necessita di aumentare i punti di controllo nelle aree dei parchi pubblici e delle spiagge. I risultati della ricerca hanno portato gli analisti a queste conclusioni:

  • Il 50 per cento delle persone non conformi alla quarantena partecipava ad attività di gruppo;
  • Il 40 per cento degli italiani si trovava in città, mentre il 26 per cento trascorreva il tempo in spiaggia e il 17 per cento era all’esterno, in parchi o aree aperte;
  • I livelli più alti di violazioni della quarantena si sarebbero verificati nelle regioni Lombardia, Campania, Sicilia e Lazio

Queste le percentuali ipotetiche. Cerchiamo di comprendere però meglio: inizialmente, è stato identificato un pool del 5 per cento soltanto di dati che contenevano contenuti sospetti, e quindi potenzialmente in violazione del decreto Conte. A questi, poi, sono stati applicati ulteriori filtri che hanno portato a scremare ancora di più il pool di sospetti portando ad un set (revisionato manualmente) di dati finali che si possono presumere come realmente positivi alla violazione, corrispondente al 6 per cento del pool originale positivo. I reali trasgressori delle regole anti Covid-19, quindi, sarebbero veramente molto pochi: il 6 per cento del 5 per cento di dati monitorati.

Lo studio può aiutare quindi a identificare zone di maggior rischio e trend attuali. Sebbene il lavoro apporti notevoli informazioni in un’ottica più ampia del fenomeno, però, bisogna considerare prima di tutto il reale numero di violazioni su cui si basa la classifica, base fondamentale dalla quale partire, in questo caso molto ridotto.  Secondariamente, non è facile considerare, ad oggi, come completamente attendibile una ‘classifica’ basata interamente sulla geolocalizzazione, in primis perché si riduce il campo d’analisi a chi ha la geolocalizzazione attiva (essendo, almeno in teoria, non legale poter visualizzare la geolocalizzazione di un cellulare che non dia autorizzazione a riguardo). In secondo luogo, perché spesso l’analisi può, o non vuole per motivi di Privacy e GDPR, non essere del tutto precisa (non si specificano i profili studiati ma ad esempio quelli di Facebook, che hanno una localizzazione dipendente da altri fattori, come ad esempio l’indirizzo IP: spesso questo dato indica come posizione una città anche a centinaia di distanza da quella reale, ad esempio quella del Data Center o del punto di distribuzione dal quale un utente Facebook ‘esce’ sulla Rete). In terzo luogo, perché la maggioranza dei profili Instagram sono usati solo da giovani, escludendo una grande fetta di popolazione che non usa i Social Network (e, se lo fa, lo fa in modo principalmente legato a questioni professionali). Insomma, troppe variabili da considerare al di fuori della nostra portata, prima di poter dire che siamo veramente i più virtuosi e rispettiamo le regole; ed estendere il campo di monitoraggio aprirebbe scenari sicuramente inquietanti (le classiche domande: chi raccoglie i dati? Chi vede i dati, come li custodisce, come li usa?), essi comporterebbero una effettiva rinuncia alla Privacy personale che certo si può dire nella pratica in molte occasioni sia già avvenuta – ma che non è, però, avvenuta per legge, e questo è un punto importante. Sicuramente, però, uno studio come quello fatto può aiutare ad ‘addocchiare’ i trend del momento: può essere uno ‘spioncino’ (letteralmente) sulle abitudini e può rivelarsi utile in una condizione di emergenza.

[m.p.][r.s.]

Ultime notizie

Dello stesso autore