Siria e Turchia, ancora un confronto con l’Europa assente. Gli sviluppi dello scenario mediorientale

01.03.2020 – 08.47 – È la situazione in cui versa, in Turchia, il governo di Recep Tayyip Erdogan a essere forse il principale motore di quello che sta accadendo nella regione di Idlib, in Siria. Erdogan è mosso più che altro dai problemi interni; sul piano delle relazioni internazionali, invece, la pretesa turca di poter dettare legge all’interno di un territorio che la comunità internazionale assegna comunque sotto ogni profilo alla sovranità siriana, rende impossibile creare le condizioni per ciò che probabilmente invece Erdogan spera, vale a dire un coinvolgimento della Nato nel conflitto. Questo coinvolgimento non ci sarà: se è vero che la Nato ha ribadito la propria vicinanza alle forze armate turche in questo momento in cui hanno avuto delle vittime, non può tuttavia trascurare il fatto che la presenza di quei militari in quella regione della Siria non ha motivazioni fondate, se non quelle riconducibili all’accordo stretto dallo stesso Erdogan con i russi per la gestione delle forze di miliziani legate ai gruppi di estremisti anti-Assad. Su questi miliziani la Turchia si era formalmente impegnata, e da tempo, a operare un radicale disarmo; invece, si può dire, ha praticato una sorta di loro foraggiamento e utilizzo quasi al limite dell’assoldamento mercenario.

In secondo luogo, c’è un problema molto serio legato alla reazione dei paesi arabi nello scacchiere mediorientale. In questo momento, la Turchia opera su un altro territorio di un altro paese arabo: una situazione rispetto alla quale sia le potenze del Golfo sia gli altri attori di matrice araba sono tutt’altro che entusiasti. L’atteggiamento assunto da Erdogan rispetto a questo altro teatro di guerra non è gradito dagli arabi e questo teatro, com’è risaputo, è la Libia. In Libia, all’impegno che Erdogan sta mettendo in campo in nome dell’appartenenza alla fratellanza musulmana con molte delle forze che sostengono Al Sarraj, si contrappongono gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto. E gli Emirati Arabi Uniti hanno realizzato in questi ultimi giorni un vero e proprio ponte militare per assistere in ogni modo le forze di Khalifa Haftar. Anche i russi sono presenti in quello scacchiere, guarda caso come alleati proprio di Haftar, che sostengono attraverso la presenza di propri mercenari legati alla società di contractors Wagner: questa situazione la dice tutta sul fatto che i paesi arabi non vogliono per niente il ritorno di una politica d’influenza turca nella regione a cavallo tra Medio Oriente, Africa del Nord e area dei Balcani. Quindi il tentativo di Erdogan appare quello, anche in virtù del fatto che spinge oggi i profughi siriani verso l’Europa, di movimentare la situazione, in modo da porsi come forza dirimente all’interno di uno scacchiere che vorrebbe sempre meno assoggettato al volere delle potenze del Golfo, segnatamente Arabia Saudita e l’Iran, e sempre più pronto a interpretare questa sua linea strategica e diplomatica che potremmo per l’appunto definire neo ottomana. In questa situazione, la Russia pone molta attenzione a non esasperare l’avversario alleato: ‘avversario’ e allo stesso tempo ‘alleato’ perché proprio la Russia è la stessa che ha visto in questo tentativo di espansione di riposizionamento di Erdogan, anche rispetto alla Nato dove Erdogan più volte si è proposto come fautore di una maggiore autonomia, una situazione di maggiore sofferenza rispetto ad altre potenze, giunta al punto dell’abbattimento, tre anni fa, da parte dei turchi, di un aereo russo ai confini del territorio siriano: già in quella circostanza si era rischiato molto. L’aplomb di Vladimir Putin nei confronti della Turchia ha una spiegazione molto semplice: Putin intende far capire ad Erdogan che la Russia non è il suo nemico nell’area, ma potenzialmente potrebbe essere per lui la sponda, visto che da un lato il rapporto della Turchia sia con gli Stati Uniti che con la Nato si è profondamente compromesso e dall’altro perché comunque, sullo sfondo, rimane la visione ostile dei paesi arabi, segnatamente quelli anche più legati a Washington, come per l’appunto l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti. Gli Emirati Arabi sono un paese molto particolare: piccoli come l’Austria, e con meno abitanti della Lombardia, ma con una spesa per la difesa e per il bilancio militare superiore di gran lunga a quella italiana e anche a quella turca. Quasi il sei per cento del prodotto interno lordo: e quel paese, per quanto piccolo, ha un reddito pro capite che è il decimo al mondo.

Ancora una volta quello siriano di questi giorni è uno scenario a cui fare estremamente attenzione. Dispiace che l’Unione Europea si sia completamente distanziata da esso: non si rende conto che è impossibile, per quanto riguarda l’area, mantenere qualunque posizione di natura diplomatica. Mai avranno successo tentativi come la conferenza di Berlino, o quelli fatti più in piccolo dall’Italia, per proporsi come mediatori in Libia, se non si è disposti a far vedere quantomeno il proprio ‘hard power’, vale dire se non si è disposti ad assumersi degli impegni anche di natura militare. Ciò non significa, necessariamente, fare la guerra a qualcuno: vuole dire invece far capire che alla potenza economica che chiamiamo ancora oggi Unione Europea corrisponde, sul piano potenziale, una capacità militare di deterrenza che potrebbe avere nulla da invidiare sia a quella turca, oggi così persistentemente presente nel Mediterraneo (al punto da impedire alle compagnie petrolifere Eni e Total le trivellazioni nell’area di Cipro), sia rispetto agli altri attori regionali come l’Iran e l’Arabia Saudita, che pure determinano con la loro influenza le sorti di paesi come l’Egitto e la Libia. Questo problema riguarda in particolar modo l’Italia: noi dobbiamo sempre ricordare che l’Italia è la stessa che, al momento dello scoppio della seconda guerra in Iraq, era il principale partner dell’Iraq stesso sul piano commerciale; era la stessa Italia anche nel momento in cui è tramontata la figura di Gheddafi, la stessa che era principale partner commerciale della Libia, ed è la stessa che era principale partner commerciale della Siria quando, in quel paese, sono cominciate le ostilità. Ciò non significa che ci sia un complotto ai danni dell’Italia: vuol dire invece che, nel momento in cui accadono, queste tensioni si dispiegano sul terreno su scala globale e più in piccolo sulla scala che è costituita dal triangolo Balcani, Mediterraneo meridionale, Nord Africa e Medio Oriente. L’Unione Europea deve esserci, ma soprattutto devono esserci Italia e Francia, perché perdendo loro un posizionamento geo-strategico in quest’area, inevitabilmente lasciano spazio a un espansionismo che potremmo chiamare o neo ottomano, con la Turchia al centro, o in alternativa più legato alle potenze arabe che stiamo riscoprendo in questi giorni desiderose di essere protagoniste, attraverso i propri investimenti e attraverso anche le proprie strategie di acquisti militari: 122miliardi di armi statunitensi comprate dall’Arabia Saudita attraverso un accordo con l’amministrazione Trump.

Gli sviluppi potrebbero essere complessi. Si può immagine che questa volta l’Unione Europea sia molto più restrittiva che in precedenza per quanto riguarda le frontiere: non ci sarà un nuovo fenomeno di apertura agli immigrati, come nel caso voluto e promesso dalla Germania di Angela Merkel nel momento più critico della vicenda siriana. Gli europei si rendono conto che quella di oggi è una strategia della Turchia di Erdogan per metterli in difficoltà e fare in modo che sia la cassa comune dell’Unione Europea che paghi il conto delle operazioni di egemonia turca nell’area. Allo stesso tempo l’Unione Europea sconta il fatto che non può più appellarsi ‘a prescindere’, come faceva un tempo, alla volontà di intervento degli Stati Uniti, che sembrano anche loro essersi disinteressati di questo scacchiere. È apparenza: nonostante le amministrazioni democratiche e repubblicane statunitensi non facciano altro che ripetere da dieci o quindici anni a questa parte che bisogna “riportare i ragazzi a casa”, sopratutto in prossimità di tornate elettorali, la presenza dei soldati americani in queste regioni è di gran lunga aumentata: sono di più le basi, sono di più i soldati nelle basi, e queste basi formano una sorta di cordone sanitario intorno all’Iran ma con l’incarico anche di sorvegliare turchi e sauditi. Tendenzialmente, gli Stati Uniti non si mostrano, ma ci sono, e potrebbero in qualunque momento e modo intervenire; gli europei non ci sono e non si mostrano, e a soffrirne di più è l’Italia stessa perché è quella più spinta nel Mediterraneo e più esposta alle tensioni dell’area. Nel breve, si può immaginare che la pantomima di Erdogan continui, e che la Turchia tenda a spingere i profughi siriani verso l’Europa, creando problemi. Ma questa volta, nel medio periodo, non ci sarà il solo Orban a opporsi e a erigere reti metalliche per contenere il flusso dei rifugiati: quella europea, che vede nelle strategie di Erdogan i rischi per la propria sicurezza e la propria tranquillità regionale, sarà una posizione più strutturata.

[m.m.][n.p. redazione Trieste All News][foto: profughi in fuga dalla provincia di Idlib, Ghaith Alsayed/AP]