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lunedì, 8 Agosto 2022

Storie di libri, storie di uomini. La Biblioteca dei Civici Musei di Trieste

29.02.2020 – 07.30 – Triestecittà della Letteratura“? Il Comune e parte dell’entourage intellettuale triestino avevano creduto in questa visione: la “città di carta” riconosciuta a livello internazionale dalle istituzioni, a partire dall’Unesco, con il prestigioso titolo di “città creativa”.
Lo scorso autunno, tuttavia, dopo un battage pubblicitario a base di segnalibri ed eventi Social, accompagnato da un ricco programma, l’iniziativa era stata un fallimento.
I personaggi di Svevo, le poesie di Saba, il flusso di coscienza di Joyce erano stati battuti dall’offerta “casereccia” di Bergamo e Biella.
Il programma proposto da Trieste nell’occasione era pesantemente incentrato sulla musealizzazione cittadina; cuore infatti della proposta era un Museo della Letteratura, previsto presso la sede storica della Biblioteca Hortis. Nonostante Trieste sia effettivamente una città di accaniti lettori e bibliofili, l’approccio scelto era stato celebrativo: “esibire” i propri scrittori locali, celebrarne il passato, addirittura metterlo “in esposizione”.
Questo contrasto è diventato evidente negli ultimi mesi, a seguito della polemica sul decurtamento degli orari della Biblioteca Quarantotti Gambini, polo sociale di grande importanza per Trieste e tra le poche biblioteche autenticamente “popolari” della città.
La questione, divenuta polemica con il passaggio alla politica, aveva però evidenziato come il Comune dagli inizi del duemila, trasversalmente a tutti i partiti, non avesse mai lanciato un concorso per rimpolpare le fila della Biblioteca. Nell’occasione della presentazione del Piano Triennale delle Opere Pubbliche il sindaco Roberto Dipiazza ha osservato come la priorità negli anni sia stata il bilancio, ma come effettivamente l’amministrazione comunale inizi a soffrire i pensionamenti e la conseguente mancanza di personale.
Fu sempre così? Nel 1911, nella Trieste d’inizio secolo, il Comune spendeva dal 14 al 19% della rendita annua per la biblioteca dei Civici Musei di Storia e Arte, allora una delle principali della città. Per meglio comprendere Trieste quale “città della Letteratura” occorre allora approfondire la sua storia.

Il Monumento a Winckelmann nel 1854

La Biblioteca dei Civici Musei di Storia e Arte di Trieste nasce quale collaterale iniziativa del Museo lapidario. Come racconta Carlo Kunz nell’Informazione (1879), il Museo viene inaugurato da Pietro Kandler “nel giorno dell’anniversario della morte di Winckelmann”. È il 10 giugno 1843; in realtà Winckelmann nasce l’8 giugno, ma persino i grandi studiosi come Kandler possono sbagliarsi. Il primo nucleo risale al 1870, con i 221 volumi di Vincenzo Zandonati; successivamente tra il 1874 e il 1883 si passa a 1669 volumi.
Carlo Kunz dona “l’intera sua libreria” (570 volumi) nel 1884; Giuseppe Lorenzo Gatteri, “pittore-collezionista”, dona 165 volumi assieme a quadri e mobili pregiati di ogni genere; gli eredi di Pietro Pervanoglù donano inoltre 1639 volumi di soggetto archeologico e storico (1895). Tutte queste donazioni includono pregiati volumi del Cinquecento e del Seicento che andranno a formare il futuro Fondo antico.
Il direttore Alberto Puschi scrive nel 1903 che “come tutti musei di qualche importanza, anche il nostro dispone di una biblioteca di consultazione, che al presente annovera 6260 volumi, ed al cui incremento si provvide coll’annua dote”
L’Istituto viene rinominato nel 1909 “Museo Civico di Storia e Arte” e continua a espandersi; il prestito “non è ammesso” se non in “alcuni casi eccezionali”.
Anticipando i tempi, la biblioteca inizia a raccogliere una collezione fotografica notevole, intorno ai 1250 pezzi; innanzitutto le fotografie e disegni di Giuseppe Caprin per le sue pubblicazioni delle Marine istriane, Lagune di Grado e Pianure friulane (1890). Seguono fotografie di monumenti e della stessa Trieste, con la speranza che in futuro possano essere usate “per conferenze e lezioni a beneficio della cultura popolare”.

Dopo la Prima Guerra Mondiale, la biblioteca viene spostata in via della Cattedrale; la collezione libraria viene parzialmente “smembrata” tra i vari istituti (1925).
Intanto proseguono le donazioni, sempre più ingenti; ognuna è un po’ un frammento, una scheggia della storia della città.
Un esempio paradigmatico è la biblioteca privata di Carlo Marchesetti, donata nel 1926. Marchesetti, nella qualità di direttore del Civico museo di storia naturale, così come di medico, archeologo, zoologo e botanico dimostra l’ampiezza di interessi della Trieste “scientifica” a cavallo tra 1800 e 1900.

Marchesetti sulle tracce dei castellieri carsici

Questo carattere strettamente positivista di Marchesetti trova un suo contraccolpo nelle donazioni degli irredentisti triestini e istriani che andranno a formare il primo nucleo del Museo del Risorgimento. Tra queste spicca la donazione di Filippo Zamboni (1826-1910).
La biblioteca privata che il “poeta combattente” aveva collezionato a Vienna; così come i suoi manoscritti, i suoi volumi stampati, la collezione numismatica, le (tante) foto, la corrispondenza con personaggi importanti a lui contemporanei nell’ultimo quarto dell’ottocento, i cimeli della guerra della “Primavera dei Popoli”.
Filippo Zamboni nacque a Trieste, ma trascorse la giovinezza a Roma dove partecipò con il Battaglione Universitario Romano a quanto la storiografia italiana definisce la prima guerra  d’indipendenza (1848). L’esperienza sul fronte in Veneto lo trasformò da un adolescente liberale a un ardente mazziniano e garibaldino; lo ritroviamo pertanto nella difesa della Repubblica Romana, dove ha modo di incontrare Giuseppe Garibaldi. Il carattere anticlericale e repubblicano lo estranea da ogni lavoro in Italia (1856); paradossalmente è a Vienna, “capitale del nemico” che Zamboni trova impiego quale insegnante d’italiano.
La biografia di Zamboni delinea un personaggio complesso, il cui amore per la “fratellanza dei popoli” mazziniana trova una sua originale comunanza con la molteplicità di nazioni sotto l’ombrello dell’Austria-Ungheria, mentre l’anticlericalismo repubblicano “piace” alla borghesia liberale austriaca.
La vita a Vienna negli anni lo influenza con uno spiccato cosmopolitismo, dandogli un ruolo di mediatore culturale ante litteram tra le comunità nazionali del periodo. Negli ultimi anni egli mescola la visione mazziniana di un tempo con convinzioni socialiste estranee al clima darwiniano di “lotta tra i popoli” che preparerà il terreno alla Prima Guerra Mondiale. La donazione “Zamboni” purtroppo diverrà già negli anni Venti monopolio della storiografia patriottica e nazionalista, uniformandolo ad altri “santini” risorgimentali.

Molto particolare la donazione di Eugenio Popovich: un personaggio particolare, dalla fede irredentista, ma transnazionale, il quale è amico del Re Nicola del Montenegro e corrispondente di guerra durante l’annessione della Bosnia-Erzegovina. Lo ricordiamo anche quale fondatore del Comitato Triestino di Pisa. Il suo fondo- a carattere diplomatico – permette di abbracciare la realtà dei Balcani a cavallo tra Ottocento e Novecento.

Ultima biblioteca privata conservata nella sua interezza nella Biblioteca dei Civici Musei di Storia e Arte è quella di Aldo Mayer: figlio di quel Teodoro fondatore del Piccolo, comprende 2200 volumi. Aldo Mayer era conosciuto all’epoca come uno scrittore di romanzi patriottici, dal gusto “pomposo”. Mayer si forma nell’ambiente della borghesia triestina liberal-nazionale, per passare senza soluzione di continuità tra le fila dei fascisti. La sua collezione testimonia la decadenza della città: opere dozzinali, d’inizio secolo, quasi tutte in lingua italiana; poche opere straniere, neppure in traduzione. Come Marchesetti aveva testimoniato con la sua donazione l’apporto scientifico della Trieste asburgica, così Mayer testimonia il provincialismo di Trieste negli anni centrali del Novecento.

La biblioteca dei Civici Musei di Storia e Arte

Impossibile non menzionare poi la biblioteca di Mario Morpurgo, conservata nell’omonimo Museo: 2500 volumi collezionati da un personaggio particolare. Come lo descrive la storica Anna Millo, è un ricco possidente, un ebreo convertito, figlio di una famiglia che ha acquisito il titolo nobiliare grazie all’impegno nella finanza. Curiosità: Morpurgo collezionava anche opere antisemite, con l’idea di leggere cosa scrivevano i suoi nemici e informarsi così sulle loro macchinazioni.

E proprio le persecuzioni nazifasciste mettono in pericolo, negli anni Quaranta, la biblioteca privata di Salvatore Sabbadini, successivamente donata ai Civici Musei. Sabbadini, grazie all’amicizia di Pietro Sticotti e Silvio Rutteri, “salva” la collezione libraria dalle mire del Reich. Quale ebreo praticante, la biblioteca comprende una raccolta di testi religiosi in ebraico piuttosto rara nel suo genere.

Nel secondo dopoguerra la Biblioteca viene gestita per quarant’anni dalla direttrice Gabriella Foschiatti Coen (1948-1988); dal 2000 la biblioteca utilizza il software Kentika per la catalogazione; mentre dal 2017 è entrata a far parte del Polo Sebina. È infatti reperibile sull’ormai famoso BIBLIOEST. Intanto, tra il 2007 e il 2008 la Biblioteca viene trasferita nella nuova, attuale, sede: Palazzo Gopcevich.

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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