“Bella ciao”, una cosa di sinistra? Le canzoni e la Resistenza

15.02.2020 – 15.35 – “Di ‘Bella ciao’, in questi anni”, scrive oggi Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, “è stato fatto un uso improprio, trasformandola nell’inno di una fazione”. Passato il Giorno del Ricordo, passa pian piano anche la coda di polemiche, e resta lo spazio ancora per qualche riflessione prima che arrivi un nuovo momento di confronto su uno dei periodi più bui della storia italiana: quello sul quale gli italiani non riescono a fare pace con sé stessi. ‘Bella ciao’, e sinistra italiana: dalle Sardine ai centri sociali, ai no TAV di qualche anno fa, è l’inno di apertura e di chiusura di tutte e ciascuna manifestazione. La resistenza.

La resistenza italiana ai nazisti raccolse donne e uomini di tutte le ideologie: antifascisti cattolici, comunisti, anarchici, socialisti, monarchici, liberali, e anche chi non aveva e non voleva avere alcun orientamento antifascista, come gli “autonomi” del Piemonte e altri; un tanto per ricordare che c’era anche chi non si opponeva all’ideologia di Mussolini. Il loro comune denominatore era la lotta nei confronti dell’occupazione straniera che, con la liberazione di Mussolini stesso e l’adesione alla guerra contro gli Alleati di formazioni militari radicali come la Decima Mas di Borghese, aveva inglobato quello che restava in Italia del fascismo, mettendone a capo di una ‘repubblica’ di carta un fantoccio e trascinando gli italiani in una sanguinosa guerra civile. La resistenza era iniziata già a Roma, immediatamente dopo l’8 settembre, quando i soldati della Sassari, assieme ad altre divisioni come la Piave e i Granatieri di Sardegna, con i Carabinieri in prima linea, si erano preparati alla difesa della capitale – alla quale, poi, il re Vittorio Emanuele aveva rinunciato. Altri scontri fra militari italiani e tedeschi erano iniziati da subito nei territori del Lazio e della Toscana, simbolo dei quali fu la resistenza a Piombino: molti dei soldati che si erano opposti alla marina germanica scapparono poi nei boschi, formando i primi reparti di opposizione partigiana armata.

Fuori dal paese, altri soldati di quello che era il Regio Esercito decisero di combattere per l’Italia, contro i nazisti: sul confine orientale, formarono la Divisione Garibaldi, che si unì all’esercito di liberazione di Tito. La sua bandiera, il tricolore italiano con la stella rossa, è spesso al centro delle contestazioni; metà dei soldati della Garibaldi, formata certamente da comunisti ma anche da socialisti e uomini di centro, non tornò a casa. I capi della Garibaldi avevano anche nomi come Aldo Gastaldi o Mario Musolesi, apolitici, o Emilio Canzi, anarchico; e combattevano assieme a monarchici, come il conte Luchino Dal Verme, e studenti cattolici come il veneto Luigi Pierobon. Le differenti visioni politiche e i contrasti di ideali fra gli uomini della “Garibaldi” non li distrasse dalla loro volontà comune: scacciare i tedeschi dall’Italia. Certo via via si trasformò, acquistò i contorni dell’ideologia di Tito, d’altra parte difficilmente avrebbe potuto essere diverso. La stessa volontà di resistere all’oppressore animò più di 600mila nostri soldati presi prigionieri dai nazisti, che rifiutarono di collaborare con loro, e ai quali venne negato lo stato di prigionieri di guerra: il comando tedesco li etichettò come ‘internati militari italiani’ e li spedì nei campi, dove 50mila morirono.

Nella prima metà del 1944, la resistenza italiana aveva una forza di circa 80mila uomini; raggiunse i 250mila un anno dopo, verso il finire della guerra, accogliendo anche molti disertori della Repubblica Sociale Italiana, in particolare in Veneto e Lombardia; le donne attivamente impegnate nella resistenza combattente furono 35mila. Nel momento in cui la guerra finì, i partigiani avevano perso circa 50mila uomini. A eccezione delle formazioni già strutturate di soldati italiani, erano scarsamente organizzati, male armati e con pochi mezzi. Via via la situazione migliorò, man mano che l’armamento catturato ai tedeschi diventava utilizzabile e quello continuamente paracadutato e sbarcato dagli Alleati arrivava ai reparti: la chiave del successo delle formazioni partigiane erano la mobilità e l’abilità nel nascondersi, grazie anche al supporto della popolazione – che la stessa pagò duramente, in più occasioni – ma senza il forte supporto di americani e britannici nessun successo sarebbe stato possibile, se non in maniera molto limitata. C’è chi scrive che, nella guerra civile, era giusto combattere anche contro i soldati italiani stessi, perché erano “dall’altra parte”, erano fascisti; che “non furono quella brava gente” mitizzata nei film, e che prima (e dopo) avevano fucilato, stuprato, massacrato – in Africa, in Grecia, in Yugoslavia. Nello scrivere questo dice una cosa difficile da negare, di fronte all’oggettività della storiografia moderna; trascura però l’osservazione su cosa sia la guerra, e da Clausewitz in poi la filosofia ha spiegato come essa non sia altro che una continuazione della politica. La politica della prima metà del Novecento è stata, in tutto il mondo – dal gas di Verdun, alla Libia, alle fosse di Katyn, alle due bombe atomiche – una tempesta di barbarie, a qualsiasi stato e politica si guardi. Una estensione del coinvolgimento dei popoli interi nella guerra: invenzione non di Guglielmo II, o di Benito Mussolini o di Adolf Hitler, ma di William Sherman, primo generale a bombardare sistematicamente i civili nel corso della sua avanzata verso i territori dei Confederati e a distruggere le infrastrutture degli stati che attraversava. In nessun atto di guerra c’è giustificazione: trovarne una per Marzabotto, per le Ardeatine o per i 15mila civili italiani uccisi in operazioni antipartigiane è impossibile, così come non esiste giustificazione per le foibe.

“Bella ciao”, canzone alla fine di origine non certa che riprende forse una melodia klezmer, che raccoglie parole di lavoro nei campi del nord Italia, che si è trasformata, che è stata resa popolare fra i giovani a un festival negli anni Sessanta, che suonava ogni giorno dall’altoparlante di Radio Capodistria negli anni Settanta di Tito – ormai diventata un’etichetta – non era, trent’anni prima, una canzone popolare fra i comunisti: parlava di libertà senza colore, univa tutti. Ora, per chiudere assieme a Cazzullo, non può più essere così: molti non la canterebbero più, ‘Bella ciao’, perché “è roba di sinistra”. Al nonno, penso, questo non sarebbe piaciuto; ricordando i suoi amici, partigiani di altri tempi, e altre canzoni cantate assieme a loro, lo avrebbe reso triste.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

Ultime notizie

Dello stesso autore