Cina contro USA, destinati al confronto: se la Cina rallenta, è già comunque la prima.

19.01.2020 – 15.36 – Sulla stampa economica, protagonista è stato in questo inizio 2020 l’accordo Cina-Stati Uniti, che segna – perlomeno fino alle elezioni statunitensi di novembre – la fine della guerra commerciale, dalla quale Donald Trump non esce vincitore, in quanto a questo accordo, sia da questioni economiche che dalla situazione politica interna, è stato se non quasi costretto sicuramente fortemente indirizzato dai suoi consiglieri. L’Europa ha già annunciato un eventuale ricorso al WTO – l’organizzazione mondiale per il commercio – se la nuova politica commerciale degli Stati Uniti dovesse danneggiare principalmente le aziende europee, intaccando lo spirito degli accordi di Bretton Woods fra paesi occidentali; vale la pena di ricordare che gli Stati Uniti, sulle decisioni del WTO, hanno il potere di veto, e passare a cercare di capire meglio che cosa succede, e perché, fra Cina e Stati Uniti, chi continua a restare alla finestra, disunita e priva di una politica comune, e a fare la parte del vaso di vetro fra giganti di marmo finendo per essere il nuovo bersaglio di Trump, è l’Unione Europea. Quanto potente è la Cina? Fra Stati Uniti e Cina ci sarà una guerra?

Le ragioni per cui, nel 1914, iniziò una guerra che cambiò per sempre il mondo (e che finì per distruggere, oltre all’Europa, l’Impero Britannico, consacrando di fatto il Regno Unito, un tempo nazione più potente del mondo, a nuova colonia degli Stati Uniti) sono piuttosto semplici: nel 1910 la forza dell’economia della Germania, nazione emergente, aveva già superato quella britannica, e i prodotti britannici erano stati soppiantati dalle esportazioni tedesche. Mentre la Gran Bretagna possedeva un vasto impero e una flotta titanica per difenderlo, la Germania no, e per poter consentire alla propria economia di prosperare aveva bisogno di affacciarsi al mondo, costruendo una flotta altrettanto potente. La visione del mondo del Kaiser Guglielmo II era commercialmente ambiziosa, e proprio solo come avversario commerciale la Germania era vista inizialmente dal Regno Unito: come poi gli inglesi si allearono con i loro avversari e acerrimi nemici di un tempo – Francia, Russia, Italia, e alla fine Stati Uniti, che cosa accadde, e a cosa portò di nuovo nel 1939, è storia. Tutto ebbe inizio però da un desiderio, da parte di una nazione emergente, di poter avere la possibilità di essere protagonista. Che, economicamente, potremmo definire legittimo. La grandezza di un paese, infatti, come si usava dire nella Francia di Napoleone III, è relativa, e il potere di un paese può diminuire per il semplice fatto che nuove forze si concentrato attorno a esso, e per nessun altro motivo – né politico, né religioso, né ideologico – che questo. Quello di Bretton Woods e poi del Secondo Dopoguerra era un contesto nel quale gli Stati Uniti, superata già nel 1870 la potenza industriale britannica, si erano sostituiti al Regno Unito come nazione più potente del mondo; situazione che è durata fino a oggi. O, per meglio dire, ieri.

La Cina, si legge sul Sole 24 Ore, nel 2019 è cresciuta ‘poco’: solo il 6.1 per cento, rispetto a quella sottile linea rossa identificata dagli analisti con il 7.5 per cento sotto al quale diventa difficile per l’enorme nazione sostenere il proprio sviluppo. La soglia del 7.5 è stata fissata però per la prima volta quasi trent’anni fa, e la Cina del 2020 è una nazione diversa. Vediamo, per capire che cosa questo ‘poco’ significhi, i numeri della Cina, confrontando quella che era la sua posizione negli anni Ottanta con quella di oggi: nel corso di una sola generazione, una nazione che non compariva in nessuna classifica internazionale ed era tenuta in considerazione solo per la manodopera a basso costo è arrivata in prima posizione. Via al confronto:

  • la popolazione della Cina è di 1,38 miliardi di persone rispetto ai 327 milioni degli Stati Uniti;
  • nel 1980, il PIL della Cina era inferiore a 300 miliardi di dollari; nel 2015 era arrivato a 14mila miliardi, con un PIL pro capite in proporzione di circa 1 a 4 rispetto agli Stati Uniti sul calcolo del quale va tenuta in considerazione la proporzione in numero di abitanti;
  • Nel 1980 gli scambi commerciali della Cina con il mondo equivalevano a circa 40 miliardi di dollari; nel 2015, a 4 mila miliardi di dollari. Un aumento di 100 volte;
  • L’economia cinese, a partire dal 1980, è raddoppiata ogni 7 anni. Anche nei momenti di crescita più bassa, la Cina è stata in grado di creare ogni trimestre un valore equivalente a quello di uno stato europeo come la Grecia;
  • Oggi i lavoratori statunitensi hanno una produttività di circa 4 volte superiore a quella dei lavoratori cinesi. Quest’ultima, però, è in rapida crescita: se la produttività dei lavoratori cinesi dovesse eguagliare quella degli americani, la sua economia sarebbe quindi potenzialmente di 4 volte quella degli Stati Uniti.
  • la Cina è sia il più grande produttore di molti beni al mondo, che contemporaneamente il più grande consumatore: per quanto riguarda Internet, ad esempio, è il più grande mercato mondiale di Smartphone, ha il mercato di eCommerce più imponente e il maggior numeri di utenti della rete;
  • la Cina non è più, da tempo, un paese in cui si è capaci solo di copiare: ora registra ogni anno un numero molto grande di propri brevetti (più di 1,5 milioni nel 2018); in molti campi, in particolare nella tecnologia delle telecomunicazioni e nei microprocessori, è di 4 o 5 anni più avanti rispetto al mondo occidentale;
  • la Cina è uno dei più grandi produttori al mondo di energia nucleare: ha superato la Francia, e per quest’anno 2020 ha pianificato di raggiungere il valore di 58 Gigawatt di produzione, ed è diventata autosufficiente nella progettazione e realizzazione degli impianti. Sotto la pressione cinese, gli Stati Uniti, che rimangono tuttora la potenza nucleare principale, hanno iniziato a discutere di un ‘revival’ nucleare con ipotesi di progettazione di nuovi reattori;
  • naturalmente, la Cina è una potenza nucleare anche da un punto di vista militare: con il primo esperimento eseguito nel 1964, la Cina possiede circa 290 testate nucleari ed ha vettori tecnologicamente avanzati. Sono un numero più che sufficiente a sostenere un confronto con le altre potenze, anche se è risibile in confronto alle 70mila testate nucleari che gli Stati Uniti hanno prodotto, per qualche motivo, nel corso della Guerra Fredda;
  • sempre da un punto di vista militare, gli analisti hanno ipotizzato che la Cina sia già pari agli Stati Uniti come potenza, soprattutto grazie alla tecnologia che si espressa in progetti come il caccia Stealth J31, e alle sue capacità nella guerra informatica;
  • Anche oggi, nel momento in cui la sua crescita ‘rallenta’, la Cina continua a essere il motore principale per la crescita economica globale secondo il World Economic Forum.

Quando potrebbero, quindi, gli Stati Uniti ritrovarsi ad essere secondi come potenza mondiale? Di fatto, anche se il loro PIL è ancora superiore, questo è già accaduto: la Cina ha già superato gli Stati Uniti diventando il più grande produttore mondiale di acciaio, alluminio, abbigliamento, tessuti, autovetture, mobili, costruzioni navali, tecnologia. È un’idea ancora difficile da comprendere per chi è nato e cresciuto in un mondo in cui gli Stati Uniti erano la nazione più potente e influente nel mondo: con il passare degli anni, la sensazione che il primato economico, e di conseguenza politico, sia un diritto inalienabile, tende a radicarsi, diventa parte dell’identità nazionale. Nel 2014 il Financial Times è stato però abbastanza cupo nel riassumere il messaggio del Fondo Monetario Internazionale: “La stima del 2014 fa risultare le dimensioni dell’economia statunitense di 17,4mila miliardi di dollari, mentre quella dell’economia cinese è 17,6mila“. L’FMI ha confrontato Cina e Stati Uniti utilizzando il criterio della parità del potere di acquisto, o PPA, che è oggi lo standard in uso presso le principali istituzioni internazionali nel momento in cui si tratta di confrontare economie fra loro profondamente diverse, che non seguono le stesse tradizioni e meccanismi (l’economia, va ricordato, non è una vera scienza: di fronte a situazioni di partenza uguali, e a fenomeni e situazioni apparentemente uguali, i risultati economici possono essere diversi) e determinare la loro forza e benessere. Oggi, facendo riferimento al PPA la Cina non solo ha già superato gli Stati Uniti, ma rappresenta, utilizzando la parità di potere d’acquisto come criterio, il 18 per cento del PIL mondiale rispetto al 2 per cento del 1980.

In conclusione, mentre in queste ore come Europa prendiamo porte in faccia dalla Libia di Serraj e Haftar e restiamo ancora alla finestra in attesa di trovare una strada verso una maggior unità, possiamo cercare di capire se la Cina ci possa far paura, o no, e su quali possano essere le decisioni future da prendere. Le condizioni oggettive dei paesi in cui si nasce o si vive vengono lette dagli uomini e dalle donne sempre attraverso una lente influenzata dalle emozioni, e le paure delle potenze che hanno dominato il corso della storia hanno spesso alimentato percezioni diverse dalla realtà e timore del nuovo e del diverso; fino ad alimentare, a volte, convinzioni errate, esagerando persino i pericoli, involontariamente o sulla base di un disegno politico. A differenza della Cina, retta fortemente da un potere non democratico, le scelte politiche degli Stati Uniti, e ancora di più dell’Europa, riflettono la maggior parte delle volte i compromessi necessari tra i partiti all’interno del proprio governo, e non una visione coerente o razionale. Compresa questa differenza, però, rimane la certezza che le culture d’oriente e occidente sono profondamente diverse; per poter convivere, devono ancora reciprocamente guardarsi e capirsi, e l’unico modo è un contatto maggiore. Il rischio per il mondo, più che la Cina, potrebbe essere la presunzione di superiorità e soprattutto di diritto alla superiorità, che può sfociare in paura irragionevole, e paranoia: saranno i prossimi dieci anni a darci la risposta.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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