28.11.2019 – 16.08 – Riprendiamo la tematica della figura dell’arbitro e del suo rapporto con l’allenatore della squadra o dell’atleta parlando di come l’approccio stesso alla gara e il comportamento da tenere nei confronti dell’arbitro siano la conseguenza di una necessario e accurato processo di educazione che l’allenatore deve compiere, non solo nei confronti dei propri giocatori ma, in primis, su se stesso. Pertanto, la consapevolezza che l’arbitro non è infallibile e l’accettazione delle conseguenze, persino negative e inappellabili che potrebbero compromettere irrimediabilmente il raggiungimento dell’obiettivo prefissato, devono entrare a far parte dell’esperienza e del bagaglio dell’allenatore.
A livello pratico, l’allenatore deve essere in grado di mettere l’arbitro nelle condizioni di svolgere la propria attività il più serenamente possibile, attraverso un atteggiamento rispettoso e corretto, evitando di favorire gli atteggiamenti scorretti dei propri atleti: infatti, un modo di porsi ostile o irriverente o superficiale, contribuirà a predisporre negativamente il direttore di gara nei confronti dell’allenatore e del team. Cercare di guadagnare un atteggiamento positivo del direttore di gara, senza ricorrere naturalmente a “lusinghe” o comportamenti non regolamentari, è un obiettivo da raggiungere per contribuire a al nasce di un ambiente sereno. Anche se il dirigente o l’addetto all’arbitro sono le figure istituzionalmente preposte a tali incombenti, anche l’allenatore vi può contribuire attivamente, sia sensibilizzando i propri collaboratori che incoraggiandoli in comportamenti rispettosi dell’altrui ruolo e autorità e a prescindere dall’importanza del contesto sportivo. Così, limitando la nostra analisi al mondo del calcio giovanile, abbiamo potuto sperimentare che durante l’appello contribuiscono a produrre un impatto e un clima sereno e positivo:
- farsi trovare in piedi e dietro ordine numerico di lista all’arrivo del direttore di gara in uno spogliatoio ordinato e preferibilmente pulito;
- dire “grazie” al momento in cui l’arbitro ha identificato nominalmente i singoli giocatori in lista durante l’appello pre-partita;
- richiamare gli atleti disturbatori o distratti al momento dell’appello, magari seduti o con l’equipaggiamento di gara irregolare, evidenziando loro la mancanza di rispetto nei confronti di chi con la semplice presenza, comunque, consente lo svolgimento della partita;
- concludere l’appello con un sorriso o un esplicito “buon divertimento” o “in bocca al lupo” rivolto al direttore di gara;
- soffermarsi pochi minuti, ad appello concluso, prima dell’inizio della partita, ad esaminare le caratteristiche del direttore di gara emerse dal suo modo di presentarsi (stretta di mano, abbigliamento, acconciatura, pignoleria, tono della voce, e via dicendo) per intuirne i possibili lati comportamentali con riferimento al modo di arbitrare (lascerà correre il gioco, sarà troppo pignolo, sarà sicuro di sé, ci tiene alla gara, e via così)
Per quanto attiene, invece, il comportamento da tenere durante la gara e prescindendo dall’esito finale della stessa, abbiamo riscontrato che contribuiscono al mantenimento di un clima favorevole a condurre in porto la partita:
- richiedere all’arbitro istruzioni su dove operare la ripresa del gioco;
- evitare atteggiamenti ostruzionistici o vittimistici;
- rivolgersi all’arbitro, come prevede il regolamento, attraverso il capitano;
- accompagnare le decisioni, qualunque esse siano, con un semplice “va bene”.
Naturalmente, oltre al comportamento degli atleti, tanto prima, quanto durante e dopo la gara, è proprio l’allenatore a dover dare per primo l’esempio positivo, e cioè:
- richiamando energicamente, ma educatamente gli atleti contestatori delle decisioni arbitrali pronunciando frasi semplici e chiare del tipo «vuoi arbitrare tu?» oppure «decide lui e non tu» o «anche tu sbagli, non dimenticarlo»
- cercando di tenere sempre un atteggiamento positivo, rispettoso dei regolamenti e preferibilmente distaccato, anche quando le circostanze, la tensione per la posta in gioco o l’ingiustizia che si ritiene aver subito, indirizzerebbero l’allenatore a suggerimenti e comportamenti meno pacati;
- richiedendo al proprio collaboratore in panchina di monitorare la condotta tenuta nei confronti del direttore di gara, per prevenire il rischio di un possibile allontanamento anzitempo dal campo per proteste;
- richiamando l’attenzione dell’arbitro, anche energicamente, unicamente nel caso in cui sia messa a repentaglio (infortuni, gioco scorretto, ecc.) l’incolumità dei propri atleti.
Nel caso di qualche interpretazione difforme, magari a scapito della sicurezza e incolumità dei propri giocatori, non esitiamo a chiedere con educazione e decisione all’arbitro d’essere garante della giustizia in campo, richiamandolo all’etica professionale, ma soprattutto alla responsabilità d’educatore nei confronti dei giocatori.
C’è, poi, un elemento altrettanto importante: l’insegnamento agli atleti. Spesso si tende a scaricare le responsabilità dei risultati negativi della prestazione sugli altri, e cioè sia verso compagni di squadra quanto sugli arbitri. Così ricerchiamo la colpa per i nostri insuccessi negli altri, perché è sempre di qualcun altro, cioè del campo scivoloso, della pioggia, del pallone, del ruolo in campo, dell’allenatore che non ci capisce, del buco nell’ozono. Per cercare di costruire una mentalità vincente e comunque non vittimistica sarebbe opportuno invitare i propri giocatori a concentrare le energie psicofisiche nella comprensione e correzione dei propri errori, non solo per migliorarne la prestazione, ma soprattutto per limitare la possibilità d’incidenza o di dipendenza alla performance dell’arbitro, specie se non all’altezza della situazione. Per prevenire comportamenti ostili o antiregolamentari, qualora la società sportiva non abbia inteso o non abbia avuto il tempo di compiere un’opera di sensibilizzazione, è opportuno che l’allenatore si adoperi sin dalla categoria dei “primi calci” o “piccoli amici” nel compiere l’opera di “education” a beneficio dei propri atleti poiché:
- se è vero che in assenza dell’avversario non ci sarebbe lo spettacolo, sicuramente senza l’arbitro non si potrebbe disputare la gara;
- l’arbitro è un uomo e come tale imperfetto, quindi non è infallibile: sbaglia come tutti, come l’attaccante a porta vuota o il portiere che si fa passare la palla tra le mani o sotto le gambe;
- l’arbitro non è un ostacolo al conseguimento della vittoria;
- il risultato del campo non può prescindere dal rispetto delle regole di gioco che l’arbitro interpreta, giudica e fa applicare;
- un atteggiamento ostile non produce nulla di buono, in primo luogo per se stessi, quindi per l’intero team;
- in rarissimi casi, che si potrebbero contare forse sulle dita di una mano, le proteste sono risultate utili a cambiare la decisione dell’arbitro.
Proveremo dunque a dimostrare ai nostri ragazzi le difficoltà pratiche di “giocare” in un ruolo tra i più scomodi ed esposti alle critiche, cercando durante gli allenamenti di coinvolgere a turno tutti i componenti del gruppo per arbitrare le partitelle. In questo modo, contribuiremo a infondere un senso di consapevolezza sull’effettiva conoscenza dei regolamenti (conosco tutte le regole?), sull’esatta interpretazione dei regolamenti (conosco la regola e quindi la applico al caso di specie?), sull’importanza del posizionamento in gara (dove mi devo trovare e come devo correre?), sulla tenuta atletica (quanto devo correre e quindi devo prepararmi a dovere?), sulla frequenza e sulla riconoscibilità di commettere degli errori (ma allora è facile sbagliare?) e, infine, sull’accettazione da parte del gruppo delle decisioni adottate da chi, divenuto arbitro “di giornata” non fa più parte del gruppo (ma come, i miei amici mi contestano?). Tale impostazione si rivelerà particolarmente efficace, in chiave preventiva e correttiva, con gli atleti che sono soliti avversare anche le decisioni dell’allenatore. In caso di contestazioni ripetute o all’insorgere di malumori o polemiche su un fallo non assegnato, è sempre preferibile interrompere il gioco, consegnare al giovane contestatore il fischietto e invitarlo garbatamente ad arbitrare: l’inesperienza dovuta alla giovane età, il peso di gestire il “potere” e le decisioni impopolari, la sfida comunque costruttiva proposta davanti a tutto il gruppo, potrebbero rivelarsi un fardello molto pesante, che solo pochi dimostrano di accettare e sopportare di buon grado. Esortare nuovamente il giovane calciatore a cimentarsi nel difficile compito e aiutarlo, a partitella ultimata, a compiere una autovalutazione serena del proprio comportamento, è il successivo passo da compiere nell’avvicinamento all’educazione e al rispetto del ruolo di arbitro: tutto ciò dopo avergli comunque ricordato che “nessuno è perfetto” e quindi immune dal commettere errori. Questi, sono insegnamenti che, impartiti in giovane età, pagheranno negli anni successivi a beneficio dell’intero sistema.
[r.a.][foto: Jenna Schroeder, arbitro NBA]


