27.12.2019 – 08.50 – Dai primi allarmi sulla crescita del numero di attraversamenti sul confine sloveno, a Carola Rackete, al commento dell’allora Ministro dell’Interno Salvini sul filo spinato attorno a Trieste, alle proteste delle Forze dell’Ordine per la mancanza di uomini e mezzi, a Strade Sicure: protagonista dell’anno 2019 che si avvia alla fine è stata, senza dubbio, l’immigrazione. Che, in Italia, la politica sia ancora piuttosto confusa sulla gestione del fenomeno, con Matteo Salvini e Giorgia Meloni che accusano l’attuale governo di aver semplicemente spostato i riflettori lontano da un problema che diventa più serio di giorno in giorno, e l’attuale governo giallorosso che spiega come la situazione non sia affatto così drammatica come diceva Salvini – salvo poi non commentare più di tanto i numeri dati dal nuovo Ministro, Luciana Lamorgese, che confermano di fatto quelli di Fratelli d’Italia – che in Italia ci sia confusione, insomma, lo si sa. E negli altri paesi europei, come si affronta l’immigrazione? Non solo in Ungheria, o in Croazia, paesi che sono direttamente la porta delle nuove rotte terrestri di disperati: guardiamo più in là. In Svezia, paese modello, che cosa si fa?
Partiamo dalla politica. La Svezia ha un parlamento composto da due schieramenti grossomodo equivalenti nelle percentuali, ed entrambi al 40 per cento; nelle elezioni del 2018, nessuna di queste due forze – l’ormai consueto duopolio ‘centrodestra contro centrosinistra’, che ha dimostrato di star mostrando la corda in molti stati europei – è stata capace di imporsi sull’altra e di conquistare una maggioranza. I rosso-verdi di Stefan Lofven, o socialdemocratici, hanno ottenuto pochissimo più dei moderati di centrodestra, guidati da Ulf Kristersson. I populisti, che includono l’estrema destra, guidati da Jimmie Akesson, sono arrivati terzi a qualche distanza ma con un sensibile aumento del consenso tanto da essere considerati i veri vincitori. Per formare un governo sono stati necessari lunghi negoziati, e il 18 gennaio di quest’anno Lofven è stato rieletto primo ministro. Una situazione, quindi, di instabilità politica, con difficoltà di governabilità, che la Svezia condivide con altri paesi (per citarne uno oltre all’Italia, la Spagna). L’obiettivo dei populisti svedesi in crescita è quello di difendere la cultura svedese tradizionale e contrastare l’immigrazione e l’islamizzazione: sono temi, da qualche tempo, anche questi ricorrenti in molti partiti europei, che nascono da una base di consenso popolare e che sono segnali di un malcontento diffuso. La Svezia è, all’interno dell’Unione Europea, lo stato che è sempre stato portato come esempio quando i temi di discussione diventano quelli dell’integrazione, della gestione delle politiche migratorie e del pluralismo. Di fronte a una percentuale di stranieri naturalizzati in Svezia, semplificando, molto alta (quasi sette nuove cittadinanze svedesi per ogni cento stranieri residenti), e con un numero di rifugiati più alto di ogni altro stato europeo, con oltre venti rifugiati per ogni mille abitanti contro i due dell’Italia secondo i dati UNHCR, “In Svezia sanno cosa fare” e “la Svezia può insegnarci” sono frasi sentite spesso. Come per il clima e Greta Thunberg, però – il caso simbolo in cui la ‘verde Svezia’ insegna come tutelare l’ambiente, partendo però da una situazione di quasi metà del fabbisogno energetico interno soddisfatto con il nucleare – anche per quanto riguarda la gestione dell’immigrazione le cose, dagli anni Settanta e Novanta, sono molto cambiate, e le spaccature emerse su una facciata di perfezione sono profonde.
Il modello svedese di gestione dell’immigrazione nato quarant’anni fa si deve oggi confrontare con due problemi che solo il tempo è capace di far emergere, e che sono fondamentali: l’aver tenuto gli immigrati separati dagli svedesi ha determinato di fatto la nascita di ghetti, e la disoccupazione giovanile è fortemente cresciuta, tanto da far introdurre leggi temporanee con permessi di ricongiungimento limitati a 3 anni di durata, che prima non esistevano.
Il modello svedese ha avuto da sempre come suo punto cardine l’istruzione e l’inserimento lavorativo, ritenuto oggi fondamentale anche in Italia ad esempio da Confindustria: l’immigrato, per poter rimanere in Svezia, deve poter lavorare per la Svezia stessa. Il primo boom di rifugiati al nord, quello che ha indirizzato il modello stesso, è stato però composto principalmente da chi scappava dalla ex Jugoslavia, in particolare dalla Bosnia. Si trattò di un momento storico nel quale in Svezia si combinavano recessione economica e tasso di disoccupazione molto alto, uniti a un cambiamento nell’economia con calo della richiesta di manodopera a basso costo, tipicamente fornita proprio dagli immigrati. Lo stato svedese decentralizzò quindi le politiche di integrazione, affidandole agli organismi locali e alle municipalità: questo generò sia il gap occupazionale fra gli stranieri che avevano meno lavoro degli svedesi che la segregazione abitativa ancora oggi presente. Con i governi socialdemocratici dei primi anni 2000 e fino al 2014, partendo da questa situazione prese forza una politica di gestione derivante dall’affermazione, concretizzata nel 1997 dall’atto “Sweden, the future and diversity”, di una politica di integrazione basata su uguali diritti, responsabilità e opportunità indipendentemente dal paese d’origine: anche in questo caso, però, fu più facile mettere queste idee in pratica perché la seconda ondata di immigrazione, seguita all’ingresso della Svezia nell’Unione Europea stessa, fu composta principalmente da migranti europei, in maggior parte polacchi e dei paesi centrali, che andavano in Svezia per trovare nuove opportunità di lavoro ma che europei lo erano già.
È nel momento in cui la situazione mondiale cambia, con le tragiche guerre in Africa e Medio Oriente, che anche la Svezia si trova pesantemente di fronte a migranti di etnie già venute prima in contatto con i paesi europei mediterranei come la Spagna e l’Italia: Iraq, Afghanistan, Siria. Avvenimenti di proporzioni e complessità completamente diverse da quelli precedentemente verificatisi. In particolare dopo il 2010 molti comuni svedesi hanno deciso il blocco degli assegni e dei sussidi sociali, non accogliendo più immigrati: il motivo usato per spiegare il cambio di politica è, spesso, la mancanza di alloggi. Altri comuni e municipalità svedesi invece non hanno mutato le loro politiche, e questo è causa di squilibri consistenti nella distribuzione geografica degli immigrati, che sono finiti per aumentare i fenomeni di ghettizzazione già iniziati precedentemente. Parallelamente, anche l’inserimento nel mondo del lavoro svedese ha avuto un forte rallentamento: se nel 2009 il 15 per cento degli uomini otteneva un lavoro dopo un anno di permanenza in Svezia, il dato attuale è che per più del 50 per cento di essi ci vogliono almeno cinque anni, nonostante la ri-centralizzazione della gestione delle politiche di integrazione, che oggi non sono più delegate agli enti locali ma gestite da servizi pubblici ministeriali, compresa l’introduzione, già nel 2010, di una figura di ‘navigator’ che ha il compito di ridurre i tempi di collocamento. Vale la pena di soffermarsi anche sui numeri: se è vero che la Svezia ha il numero di richieste di soggiorno da parte di stranieri più alto, in percentuale, fra tutti i paesi europei, è altrettanto vero che si rimane sull’ordine del centinaio di migliaia, mentre i numeri della Germania sono arrivati fino a oltre 1 milione e 300 mila. La considerazione che un paese più grande possa anche ospitare più persone è oltremodo semplicistica, e non centra il problema: ciascun paese ha una propria realtà fatta di risorse economiche, posti e tipologia di lavoro, sanità e, non meno importante, cultura. Gli stranieri regolari in Italia sono circa 5,5 milioni ai quali va aggiunta una stima di circa 700 mila irregolari: si tratta di un po’ meno del 10 per cento della popolazione del nostro paese, nazione nota per non avere quasi più neanche un metro quadrato di spazio libero. In Svezia, si parla di circa un 20 per cento di immigrati su una popolazione complessiva di circa 10 milioni di persone, distribuite su un territorio molto vasto anche se dal clima ben più severo, che hanno già contribuito a mutare radicalmente la cultura del paese partendo però da una base composta principalmente da bosniaci, serbi, turchi, greci e polacchi, e confrontandosi solo ora con popolazioni di lingua asiatica o africana, completamente extraeuropee e religione quasi esclusivamente musulmana. Da qui, l’ascesa dell’estrema destra svedese, che non è in alcun modo definibile ‘moderata’, e lo scricchiolare, di fronte ai fatti, del ‘modello esemplare’ del nord europa e di quella che solo tre anni fa veniva data da ‘US World and News Report’ come la miglior patria adottiva al mondo per i migranti. A sottolineare ancora di più come forse l’Italia, con il dovuto sostegno, possa essere, avendo avuto da ben prima maggiore esperienza nella diversità, addirittura forse meglio preparata ad affrontare il fenomeno rispetto alla Svezia, quando esso diventa complesso e inizia a riguardare tradizioni e religione. E come l’Europa, da qualche anno sotto i colpi continui non solo dei conflitti d’interessi fra nazioni sue componenti ma anche di paesi un tempo alleati economici e ora divenuti avversari, abbia bisogno di una politica comune di gestione delle migrazioni che vada al di là dei particolarismi e trovi un compromesso fra l’eccesso di spinte integrative, impossibili da gestire e mosse anche da interessi neppure tanto nascosti e non solo umanitari, a sinistra, e l’antagonismo radicato per tradizione a destra ma sostenuto, in mancanza di proposte sostenibili, da una larga fascia di cittadini. Nella speranza che il 2020 possa essere l’anno in cui qualcosa inizia a prender forma concretamente: l’unica certezza della politica, infatti, è che non ammette il vuoto.
[r.s.]


