Greta Thunberg e i muscoli facciali. Studi, non studi, ipotesi e realtà

19.11.2019 – 13.03 – Contro Greta Thudberg [sic], ora anche gli analisti dell’espressione facciale. La portavoce mondiale e simbolo dei ‘venerdì per il futuro’, infatti, secondo documenti inviati alle redazioni dei giornali da chi avrebbe condotto studi basandosi, così si intuisce, su suoi ritratti fotografici e passaggi televisivi, mostrerebbe una ‘prevalenza di espressioni di rabbia e disprezzo’ e contrarrebbe ‘frequentemente i muscoli della fronte, in particolare il muscolo corrugatore del sopracciglio, il depressore del sopracciglio e il procero; in gergo tecnico inerente al sistema di codifica, si tratta del Movimento 4. Stringe spesso anche il muscolo orbicolare dell’occhio nella parte interna […] Sono azioni collegate alla rabbia”. In conclusione: “Alla sua età, le emozioni positive, espresse con il sorriso di gioia, dovrebbero essere più frequenti, perché fondamentali per uno sviluppo dell’equilibrio emozionale”. Insomma ridere fa bene; e fin qua. Di analisi dell’espressione facciale e di sua diretta riflessione sulla vita di ogni giorno, in termini di possibilità di comprensione della personalità e di previsione del comportamento, si parla nell’ultimo periodo con una certa frequenza. Alcuni ricercatori e psicologi, attualmente, proseguono negli studi e nella pubblicazione di documentazione che ricondurrebbe a credere che alcune emozioni siano inequivocabilmente rivelate dalla configurazione di una parte dei muscoli facciali, o dalla combinazione di espressioni involontarie del corpo: ad esempio la sorpresa, la paura, la felicità. Attraverso il nostro viso e il nostro corpo siamo veramente sempre una fotografia leggibile per chi ci guarda? Una persona addestrata a riconoscere alcuni segni può leggerci dentro e capire il nostro stato emotivo?

La scienza, in realtà, non lo sa, e anzi ritiene poco probabile che sia così. Con buona pace di alcuni analisti e Personal Coach. È un fatto certo che la maggior parte di noi non possa fare a meno di rivelare una parte del suo stato emotivo, anche involontariamente, attraverso alcuni segni comunemente riconosciuti; però ci sono numerosi però. Più specificatamente, sono quattro i criteri che, per dare una base scientifica all’osservazione, dovrebbero essere rispettati sempre: affidabilità (ovvero: se siamo arrabbiati, la parte frontale del viso cambia espressione sempre), specificità (ovvero: quel tipo di espressione, ad esempio, è dovuta proprio ed esclusivamente alla rabbia), possibilità di generalizzare l’espressione (ovvero: differenti popolazioni, in diverse parti del mondo, devono reagire allo stesso modo), e validità (ovvero: oltre all’espressione che si porta in faccia, altri segnali devono poter dimostrare in maniera consistente che quella persona è veramente arrabbiata). L’esame di studi condotti su popolazioni sane e adulte sia in nazioni sviluppate, che in gruppo sociali che vivono in ambienti distanti dal nostro modello di vita e luoghi remoti, nonché nei bambini e in persone legate da un legame genetico, come i gemelli, hanno dato risultati molto differenti e dimostrato che questa possibilità di ‘modellizzazione’ dell’espressione nella realtà non esiste, confermando, a quanto pare, qualcosa che si sapeva già da tempo: chi ha avuto modo di lavorare o vivere in Cina sa ad esempio che un cinese a volte sorride per sottomissione, non per felicità, o che le popolazioni della fascia mediterranea sono portate ad esprimersi come se fossero su un palcoscenico quando parlano e si muovono, mentre certamente non è così in Finlandia o in Peru. Dire quindi: “insieme dei movimenti facciali osservati”, in uno studio, potrebbe avvicinarsi a qualcosa di scientifico, ma parametrizzarli e arrivare a dichiarare che sono una “espressione emotiva” non ha basi affidabili: le “configurazioni facciali” non indicano scientificamente una specifica emozione, non necessariamente. E questa conclusione è supportata anche da come individui diversi percepiscano le espressioni di chi gli sta di fronte in modi altrettanto diversi, eventualmente catalogabili – fino a un certo limite – sulla base di una cultura di appartenenza e area geografica in cui si vive piuttosto che attraverso schemi di calcolo e osservazione facciale: gli indigeni di Nuova Zelanda e Nuova Guinea scambiano alcune espressioni di un europeo come intenzione di attaccare piuttosto che come paura.

Come constatava già Konrad Lorenz ne “L’anello di Re Salomone”, persino all’interno di una stessa specie animale e in particolari condizioni alcuni segnali e pose del corpo, ad esempi quelli di sottomissione e resa, possono non essere interpretati e fallire nel fermare l’aggressione dell’altro; fino a portare, attraverso una terribile serie di reiterazione della resa e ripetizione dell’aggressione, alla morte, letteralmente per incomprensione. E di incomprensioni, la storia delle tragedie umane è costellata. I movimenti facciali comunemente ritenuti ‘universali’ e indicatori di un particolare stato emotivo, estrapolati dal contesto della persona, situazione, esperienze e cultura, non lo sono affatto; allo stato attuale non c’è nulla che lo dimostri scientificamente. Andrebbero eventualmente collegati non a una fotografia ma decine di altri indicatori, come la voce e la modulazione della stessa, per un totale di almeno venti o trenta fattori da tenere costantemente sotto controllo via video ad alta definizione durante una conversazione, secondo per secondo, che cambiano continuamente nell’arco della stessa. E anche così non riuscirebbero a superare il problema posto dalla ‘Poker Face’, l’espressione inespressiva ‘da tavolo da gioco’ che ha ad esempio chi soffre delle fasi iniziali di una malattia della galassia del Parkinsonismo, che può svilupparsi su un arco temporale molto lungo. Però, come per altre cose, è il pubblico stesso, ad aspettarsi una conferma a ciò che crede, a influenzare la ricerca e ad aver creato attorno a essa un florido mercato di consulenze e di studi ulteriori: l’unico modo per arrivare a una dimostrazione scientifica inequivocabile, come proposto dalla maggioranza della comunità dei ricercatori, sembra quello di proseguire in questi studi affiancando a essi le neuroscienze, la genomica e il machine learning, fino a sviluppare un modello di calcolo che possa dirci attraverso verifiche innovative se esiste, veramente, un qualcosa in noi di universale, di sempre prevedibile, di replicabile anche nei robot di domani fino a scoprire la natura vera delle emozioni. Inquietante. Concludendo, però, oggi come oggi Greta Thunberg resta Greta, e non ci sarà facile leggere attraverso il suo viso che cosa pensa. Sarà lei a dovercelo dire attraverso il pensiero, la parola e la libertà d’espressione. Per fortuna.

[fonti: pubblicazioni A. Cowen Università Berkeley CA, L.Tracy Università British Columbia, D.Sauter Università di Amsterdam, S.Marsella Università di Glasgow. BBC.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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