Ius Culturae, necessità di cambiare e rischio di sbagliare. La scelta fra sinistra e destra

07.10.2019 – 17.47 – È ripresa, questa settimana, la discussione in Commissione alla Camera dei Deputati sul disegno di legge, prima firmataria Laura Boldrini, che intende, se il percorso di approvazione giungerà a compimento, riformare il diritto di cittadinanza italiano con l’introduzione sia di quella derivante dall’istruzione, il cosiddetto Ius Culturae, che di quello dato dalla nascita in Italia, il più noto Ius Soli. Il primo prevede la possibilità di acquisizione della cittadinanza del nostro paese da parte di un minore straniero, nato o entrato in Italia entro il dodicesimo anno di età, che abbia frequentato regolarmente per almeno cinque anni un percorso di studio – le scuole elementari e le scuole medie, ad esempio – o almeno una formazione professionale qualificante per tre o quattro anni. Il secondo richiama il testo di legge già presentato durante la scorsa legislatura e successivamente arenatosi, e prevede l’acquisizione della cittadinanza come conseguenza della nascita sul territorio italiano, indipendentemente dalla cittadinanza dei genitori se gli stessi risiedono in Italia con regolare permesso di soggiorno. In caso di approvazione, verrebbe superato il cosiddetto ‘diritto di sangue’, ovvero l’acquisizione della cittadinanza dal genitore, per tradizione in vigore da sempre nel nostro paese e che definisce come italiano il figlio di un italiano. Oggi, in Italia, è già possibile per un bambino nato da due genitori stranieri richiedere la cittadinanza, ma solo dopo aver compiuto i 18 anni e con la condizione di aver vissuto in Italia legalmente e ininterrottamente. Si tratta di una decisione sulla quale lo stato italiano è sovrano: l’Unione Europea non ha competenza in materia.

Sono molti, in Italia, e già da tempo, i sostenitori del diritto di cittadinanza per nascita; viene richiesto ad esempio dalle associazioni cattoliche già dal 2007. Quello auspicato dai sostenitori della riforma sarebbe un ‘diritto temperato’, che garantirebbe al nostro paese di superare l’attuale situazione restrittiva allineandosi ad altri paesi europei che hanno legislazioni più aperte: in Germania, ad esempio, è automaticamente cittadino tedesco chi nasce in Germania se almeno uno dei genitori risiede nel paese da 8 anni, mentre in Francia è francese, al compimento dei 18 anni, chi ha vissuto stabilmente nel paese per 5 anni. Nel Regno Unito è cittadino britannico chi nasce da genitori con permesso di soggiorno a tempo indeterminato; in Svezia, che non ha Ius Soli ma cittadinanza proprio per ‘diritto di sangue’, può diventare però cittadino svedese un minore che abbia vissuto nella nazione per 5 anni. Stati Uniti, Canada e buona parte degli stati dell’America Latina concedono la cittadinanza per nascita senza condizioni: negli Stati Uniti, il bambino figlio di stranieri ottiene la cittadinanza automatica nel momento in cui inizia a respirare.

Contro la proposta Boldrini  e un voto in Parlamento si sono già schierati Lega e Fratelli d’Italia. Il partito di Giorgia Meloni ha promesso battaglia attraverso l’avvio di una raccolta di firme nelle piazze, anche a Trieste, che ha l’intenzione di rendere difficile il lavoro delle commissioni parlamentari stesse. Seguirà la richiesta al presidente della Repubblica, Mattarella, se la legge dovesse essere approvata, di non promulgarla. Se fosse promulgata l’intenzione è quella di proseguire verso un referendum abrogativo. “Lo Ius Culturae in Europa non esiste, è un’idea della sinistra, che intende usare i bambini e l’istruzione per uno scopo politico”, hanno dichiarato Claudio Giacomelli e Nicole Matteoni di Fratelli d’Italia Trieste. “Ed è un’idea peggiore di quella dello Ius Soli. Sulla materia e sul come si riceve la cittadinanza nel mondo, Fratelli d’Italia ha raccolto fra gli altri i dati di Global Citizenship Observatory. Non vediamo perché Laura Boldrini debba farne una questione ‘di civiltà’, nel momento in cui la nostra cultura non lo prevede: non siamo per niente ‘gli ultimi, che non si stanno adeguando a questa grande battaglia di libertà’. Perché farlo, e svendere la nostra cittadinanza e il senso di appartenenza al nostro paese? Perché il primo provvedimento del governo rosso-giallo è proprio questo? La sinistra, che ha perso le fasce deboli della popolazione italiana e il proletariato, bacino storico di voti degli anni Settanta, vuole sostituirlo con gli immigrati”.

Se, come detto, i sostenitori della necessità di arrivare alla cittadinanza per nascita – ovvero al diritto, quindi, come si sente dire spesso da chi viene da oltre oceano e ha un passaporto americano, di essere considerati e giudicati per chi si è e per quello che si fa nel paese in cui si è venuti al mondo, e non per chi sono stati o sono il padre e la madre – sono molti, diversa è la strada verso un diritto di cittadinanza ottenuto per formazione scolastica. Paradossalmente, proprio lo Ius Soli, che ha una sua base etica, è un terreno su cui i partiti non si azzardano più a scendere per timore di scivolare; quella dello Ius Culturae appare invece, dopo il cambio di colore del governo da giallo-verde a rosso-giallo, una via politicamente più agevole, con spiragli di discussione fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle stesso anche se quest’ultimo è apparso diviso al suo interno. Eppure, quella del diritto di cittadinanza per cultura è una strada che, vada come vada in Parlamento, appare come fortemente in salita da un punto di vista di accettazione degli italiani. E una ragione di fondo, molto forte, c’è.

La cultura è ciò che va a formare, in ciascun individuo, quelle regole di comportamento, quella condivisione di pensiero e di idee che costituiscono la società, dando forma e concretezza al termine. Ne sono esempi la letteratura, le espressioni di cortesia che usiamo quando ci rivolgiamo agli altri, il tipo d’umorismo, la filosofia, lo sport che amiamo di più. Ma anche le fonti del diritto, la struttura della famiglia, il modo di rivolgersi a Dio, la liturgia. E ancora il matrimonio, il celebrare una nuova nascita e il modo in cui la comunità decide di celebrarla assieme a noi. Modi di comportarsi che identifichiamo anche negli altri che ci stanno attorno, e che si fanno sentire: sono presenti, ci confortano e ci ricordano che siamo parte di qualcosa, anche nella vita privata. Forte espressione della cultura di un popolo sono la politica e la dignità delle istituzioni. Fra le diverse culture e tradizioni ci sono anche profondi conflitti: il conflitto attuale, di cui si parla ogni giorno, è quello fra la legge dell’uomo e quella di Dio, esemplificata nella contemporaneità dal confronto fra l’Islam e l’Europa. La seconda, l’Europa, profondamente immersa in radici cristiane, che si sono evolute in nazioni laiche nelle quali il principio di libertà di religione, di autodeterminazione e di parità fra uomo e donna, seppur non ancora completamente raggiunti, sono l’impalcatura su cui si regge la vita civile. E il primo, l’Islam, come mondo in difficile, tormentata anche se avviata evoluzione, ancora fortemente ancorato alla religione che scende dall’alto su tutte le cose e a forme di disparità e di privazione dell’autodeterminazione stessa che ormai per noi sono inaccettabili. Sono conflitti che arrivano all’esistenziale, e che, se non trovano un punto d’incontro, vanno a costituire, assieme alle motivazioni economiche, la radice delle guerre.

Si è d’accordo di solito sul fatto che la cultura abbia due componenti: una parte, a volte definita come quella più ‘alta’, che può essere insegnata, fatta di consapevolezza, di storia e di riflessioni. E una che viene ‘dal basso’, fatta di esperienze, di costume e di consuetudini; nonché, ed è un fatto che non si può mettere da parte, di religione. Quella ‘bassa’, ma non per valore, è la parte di cultura che si può definire, senza dubbio, la più significativa: ti viene incontro già da bambino, muta nel tempo, si evolve con il passare dei decenni, però è lì e ignorarla sarebbe un terribile errore. È in questo che il ragionamento sullo Ius Culturae verso il quale ci si sta orientando rischia di fallire: nel momento storico in cui, in Europa, lo Stato, nella sua accezione più ampia, si trova già in difficoltà a mantenere coesi interi strati di popolazione che la cultura di base, per motivi se non altro di nascita nello stesso luogo, già la condividono – e di questa cultura lo Stato stesso ha bisogno, perché costituisce i suoi fondamenti – si inserisce una volontà di premiare con la cittadinanza chi studia nel paese in cui è ospite ma che come legami con esso rischia di non avere nient’altro. Certo, si parla ora di bambini e di ragazzi; posto che proprio quello dei bambini e dei ragazzi è il mondo più difficile da un punto di vista educativo, come regolamentare tutte le possibilità, come tener conto di cosa accadrà dopo, verificando che non ci siano poi effettive strumentalizzazioni, o aperture verso altre situazioni ed età, o ancora discriminazioni indirette? Nel momento in cui la cittadinanza diventa un accessorio o solo un’etichetta, il concetto stesso di appartenenza a una nazione inizia a disintegrarsi e a essere sostituito con un nulla, e i luoghi diventano ‘non luoghi’. Sono interrogativi ai quali sarà necessario dare una risposta: non darla vorrebbe dire caricarsi di pesanti responsabilità per il futuro.

[r.s.]

Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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