Vajont 9 ottobre 1963, 1900 morti. Oggi l’anniversario di una tragedia che si poteva evitare

09.10.2019 – 16.29 – Cinquantasei anni fa, il 9 ottobre 1963, il violento franare di una grande massa di roccia e detriti dal monte Toc nel lago artificiale realizzato per lo sfruttamento idroelettrico attraverso la costruzione della diga del Vajont causa un’enorme onda. La diga è alta 260 metri; alle dieci e quaranta di sera l’onda la supera, si incanala verso valle a e spazza via in pochi minuti 1900 persone. La tragedia è improvvisa, ma non per tutti inattesa: già due anni prima, nel 1961, la giornalista Tina Merlin, de “L’Unità”, indagando fra gli abitanti della regione e consultandosi con specialisti aveva anticipato quello che sarebbe potuto succedere: “Si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre più incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sentiva un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. Larghe fenditure sul terreno abbracciavano una superficie di interi chilometri”. La giornalista, inascoltata dalle istituzioni, fu denunciata per diffusione di notizie false e tendenziose, per essere poi assolta; la tragedia però si era compiuta, e solo troppo tardi erano stati messi in piedi tentativi di svuotamento del lago artificiale che finirono per accelerare il disastro e compromettere definitivamente la stabilità della montagna. Si era nell’epoca della nazionalizzazione dell’energia elettrica e la società SADE, che aveva realizzato il bacino e l’impianto, l’aveva venduto allo Stato il 14 marzo 1963, senza rendere noti al ministero competente i risultati di uno studio allarmante che prevedeva una concreta possibilità di frana imminente. I costruttori e progettisti, processati, vennero ritenuti colpevoli; nessuno, naturalmente, aveva più il potere di fare qualcosa per le vittime trascinate per chilometri nella valle, verso il mare, dalla forza di quell’acqua che avrebbe dovuto costituire fonte di ricchezza per la regione e che invece trasformò l’area in un deserto di detriti.

Il Vajont, dal giorno del disastro in quel 1963, rimane cicatrice insanabile nella storia del Friuli Venezia Giulia e dell’Italia, ed è diventato un simbolo emblematico di come gli interessi privati, trasformatisi in dolo, e la trascuratezza nella realizzazione di opere pubbliche e nella tutela e difesa dell’assetto idrogeologico di una regione possano trasformarsi in immane tragedia che si poteva evitare. Eppure, un anno fa, il Ponte Morandi.

[r.s.]