Flextronics e gli altri, Colautti (USB): “Per Trieste manca la comprensione delle strategie industriali”

28.09.2019 – 14.04 – Nessuna ipotesi realistica per una conservazione dei posti di lavoro a rischio della Flextronics di Trieste; resta solo la ricollocazione. La multinazionale americana che produce componenti ottici ad alta tecnologia, come fibra ottica e multiplatori, per reti di telecomunicazioni, ha confermato nei giorni scorsi, nel corso di un incontro con i sindacati e le agenzie di lavoro interinale, la volontà di non rinnovare 23 contratti con altrettanti dipendenti, tutti interinali, con scadenza il prossimo 30 settembre. La multinazionale ha giustificato la scelta con una flessione del mercato dovuta alle difficoltà dei clienti, il principale dei quali è Nokia, noto leader di mercato proprio nelle telecomunicazioni. I sindacati hanno manifestato preoccupazione sulle politiche industriali e per un possibile ridimensionamento dello stabilimento. La perdita di posti di lavoro in Flextronics, che ha anticipato solo di pochi giorni la notizia dell’ulteriore riallineamento di posizioni lavorative in Wärtsilä e che si verifica, è il caso di dirlo, all’ombra della discussione che sta per aprirsi sulla Ferriera di Trieste, è l’occasione d’incontro con Sasha Colautti, di USB, Unione Sindacale di Base, che ha seguito direttamente l’evolversi della situazione. Con Colautti parliamo di Flextronics, ma anche di politiche industriali a Trieste.

Sasha Colautti di USB, impegnato su Flextronics. Foto Andrea Lasorte

Colautti, che cosa succede in Flextronics?

Inizio col dire che i lavoratori hanno grande solidarietà e si sono interessati molto a quello che sta succedendo. L’assemblea ha visto la partecipazione di 500 persone. Per quanto riguarda la vertenza ‘Flex’, il gruppo dirigente con cui stiamo dialogando è formato in parte da italiani e in parte da stranieri, che ricoprono i ruoli più alti. La prima cosa detta è stata che la peggior cosa che possa accadere in una grande azienda multinazionale è avere una dirigenza non preparata ad affrontare queste situazioni.

La vostra opinione, come sindacato, è che non lo sia?

Si. Questo è comprensibile, perché Flextronics ha un mercato globale e stabilimenti in più nazioni; chiaramente, quello che ci interessa di più è Trieste, però il suo essere parte di una organizzazione internazionale, con ciò che comporta, è qualcosa di cui siamo ben consapevoli. È proprio in questa ottica che abbiamo riscontrato una certa impreparazione.

L’azienda ha motivato la decisione di non rinnovare i 23 contratti con una flessione del mercato e riduzione degli ordini. È così?

Da un punto di vista di mercato, la flessione è oggettiva. È dovuta sia alla concorrenza straniera, che alle politiche dei clienti di Flextronics. Pensiamo però che qualsiasi azienda dovrebbe essere in grado di gestire le flessioni del mercato, perlomeno sul breve periodo; la prima sensazione, invece, è che la flessione sia arrivata in maniera inattesa e l’azienda non sia in grado di affrontarla. Questo non va bene: se mancano la pianificazione e almeno un minimo di capacità di reazione, si è sempre esposti.
C’è poi l’aggravante di quanto è avvenuto: come sindacato avevamo già intuito che il trimestre non sarebbe stato favorevole, e chiesto a metà luglio informazioni precise sull’andamento generale, per poter tracciare, attraverso una serie di incontri, un quadro della situazione. Flextronics è in attesa dell’avvio della produzione a Trieste di un nuovo prodotto di punta; l’azienda aveva quindi giustificato il calo, negli incontri con il sindacato, anche come causa della dismissione del vecchio prodotto, cosa che si sarebbe risolta non appena entrati a regime con il nuovo. L’azienda ha spostato quindi parte della produzione, mandandola nei suoi stabilimenti esteri; da metà luglio c’è stato un pesante calo del carico di lavoro, ed è stato utilizzato come strumento quello delle ferie collettive, che hanno fatto percepire di meno la situazione.

Flextronics non ha la possibilità di ricollocare i 23 dipendenti al proprio interno su attività che non siano manifatturiere?

Purtroppo no. Flextronics utilizza componentistica ottica che arriva dall’esterno, principalmente dal Giappone. La progettazione non viene fatta a Trieste, ma tipicamente negli Stati Uniti o in Germania; a Trieste c’è quindi solo il lavoro manifatturiero, che l’azienda normalmente esegue per conto di terzi. Altre aziende che non hanno sufficienti mezzi di produzione o si trovano a far fronte ad alti carichi di lavoro imprevisti commissionano a Flextronics le attività manifatturiere, che vengono fatte a Trieste. E qui viene alla luce uno dei problemi: uno dei principali committenti di Flextronics è Nokia: dalle decisioni di Nokia dipende quindi il volume di lavoro di Trieste. Ed è l’altro problema di questa partita: Nokia, essendo di fatto quasi l’unico cliente, guida le decisioni. Si può quasi parlare di succursale.

Torniamo a Flextronics e all’estate di quest’anno. Dopo la percezione del calo nel lavoro, che cosa succede?

Come sindacato, per accertare ulteriormente la situazione, decidiamo di chiedere un incontro alla Regione Friuli Venezia Giulia. È una prassi che si è consolidata nel tempo. L’assessore Rosolen si impegna a incontrare l’azienda, e questo avviene; dopo l’incontro ci viene detto che l’azienda ha manifestato tranquillità rispetto alla situazione, riferendo a sua volta di una fase di calo di lavoro, normale, che non avrebbe avuto impatti sul proseguimento delle attività. Invece, appena un mese e mezzo dopo, siamo alla situazione che è ora pubblica: senza nessun preavviso. Questo è grave.

Da un punto di vista sindacale era stato già messo in atto qualcosa?

All’inizio dell’estate avevamo iniziato un discorso sulla salvaguardia di queste 23 figure che ora rimangono senza lavoro: si tratta delle posizioni più deboli, le ultime rimaste con il contratto di somministrazione lavoro. L’azienda voleva però che la salvaguardia fosse legata a un accordo che, di fatto provocava un aumento di utilizzo dei precari in azienda portandolo oltre il 20 per cento stabilito come massimo dalla legge. Cosa che nessuno di noi aveva accettato. Saltata questa richiesta d’accordo, l’azienda è diventata più rigida anche sui 23. Il numero dei precari in Flextronics era talmente alto da averci indotti a concentrare la nostra attenzione principalmente sulla loro stabilizzazione, mettendo in secondo piano la visione globale sulla gestione industriale dell’azienda. Dopo l’accordo che ha portato alla stabilizzazione a tempo indeterminato di 100 lavoratori, si è dato per scontato che il passo successivo sarebbe stata la stabilizzazione degli altri. Non è stato così.

Se capisco bene, è proprio questa mancanza di visione generale che vi preoccupa.

È un punto che consideriamo molto importante. Il vuoto rappresentato dalla mancanza di garanzie industriali sta tutti qui: dal punto di vista di una discussione, che si spera arrivi fino al ministero, non si parla solo di garanzie che si traducano in una tutela del posto di lavoro in una situazione contingente: nel caso Flextronics, l’azienda ormai non è nelle condizioni di poter garantire niente. È il soggetto istituzionale a dover chiamare al tavolo i soggetti coinvolti fra i quali, sicuramente, visto quanto abbiamo detto, ci deve essere il cliente dominante, Nokia stessa. E Nokia deve prendere posizione nei confronti di un accordo che assicuri le posizioni di lavoro a Trieste.

Le prospettive di rimanere in Flextronics, per i 23 coinvolti, non ci sono.

Non vediamo possibilità. Il contratto è chiaro: è uno dei contratti meno tutelati del mondo del lavoro italiano. Essendo stati assunti a tempo indeterminato dall’agenzia interinale, i lavoratori avranno un periodo di tutela e poi si apriranno le porte della ricollocazione. Rimane il fatto che non ci sarà comunque la possibilità di mantenere la professionalità acquisita in Flextronics, neppure nel caso di ricollocazione a parità di condizioni: questo è il vero tema. Con le situazioni Flextronics, Sertubi, Burgo, Ferriera di Trieste, Wärtsilä si va via via ampliando uno scenario in cui comprendere che cosa significhi ‘industria’ a Trieste è importante. Sulla Ferriera ad esempio abbiamo già dichiarato chiaramente di non avere un amore particolare per quel tipo di stabilimento o prodotto: siamo pronti a condividere un percorso di dismissione dell’area a caldo. Diventa centrale far diventare parte di discussioni più ampie e strategiche anche la professionalità. Se la risposta alla perdita di certi tipi di professionalità diventa sempre uno: ‘state tranquilli, li mettiamo a fare altro, lo stipendio è assicurato’, senza una visione d’insieme, non ci siamo.

Ha parlato di Ferriera, di Wärtsilä: realtà importanti che cambiano in una Trieste che cambia. Le istituzioni devono intervenire?

C’è, in Italia, un problema di mancanza di comprensione delle strategie industriali, da una parte, e di quali siano le industrie strategiche dall’altra. Trieste oggi ritorna al centro dell’attenzione anche dell’industria grazie alle sue caratteristiche particolari, legate, come sappiamo, alla logistica e al porto. L’azione politica però mostra, direi, scarso coraggio. Poca ambizione. Questa è la sensazione che, come sindacato USB, abbiamo, ed è il tema che proponiamo a ogni tavolo del quale facciamo parte. Il porto non è un jolly che possa risolvere tutto, e la stessa Autorità Portuale l’ha messo bene in chiaro. Senza una progettualità complessiva che riguardi tutta la città, una città che è in Europa, il porto non può proporre soluzioni di respiro più ampio. Che sono necessarie.

[r.s.]

 

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