Valentina e Victoria’s Secret, quando non è bianco o nero

07.08.2019 – 12.05 – Che cos’è, quella cosa che ti rende attraente, all’uno o all’altro? Le mani, gli occhi, il modo in cui ti muovi, il sorriso, il seno, i fianchi, la barba o l’espressione? Solo tre anni fa, nel 2016, negli Stati Uniti, un governatore è stato autore di una legge che prevede sanzioni a chi si introduce nel bagno pubblico non corrispondente all’etichetta del proprio sesso, anche se in caso di bisogno. Ben prima del nome, durante la gestazione e alla nascita viene il sesso, attribuito in base all’aspetto dei genitali. È maschio, è femmina. È normale; è fondamentale per il medico, necessario alla società, semplicemente comprensibile. Ciò che avviene dopo, nel corso della vita, può esserlo di meno, può sfumarsi.

Che cos’è la transessualità? Che cosa significa essere transessuale? Valentina Sampaio è la prima modella transessuale di Victoria’s Secret. Le reazioni alla notizia del coinvolgimento nella campagna ‘Pink’ dell’attrice brasiliana ventiduenne, che ha iniziato la sua carriera sfilando al Fashion Week di Sao Paolo e ha lavorato poi per l’Oreal e Vogue, ha sollevato un mare di domande e dominato negli ultimi giorni la platea dei Social di tendenza e dei siti specializzati, arrivando, complice un po’ l’agosto, fino ai quotidiani. Victoria’s Secret non ha commentato, ma ha confermato; Victoria’s stessa è stata accusata di non proteggere sufficientemente le proprie modelle dalla cattiva condotta sessuale, purtroppo ancora tristemente diffusa nel mondo della moda e dell’immagine, e di aver coinvolto la Sampaio in una campagna importante solo per aumentare i propri profitti e dare scandalo. È il mondo della moda; è il mondo dell’immagine. Non c’è poi così tanto di nuovo. Quello che porta a una riflessione in questo caso non è l’immagine, ma il sesso.
Dichiarare di essere in grado di categorizzare con precisione le variazioni nella sessualità umana, sulla base degli attributi fisici, sarebbe da una parte molto pretenzioso; dall’altra parte, l’acronimo LGBTQQIAAP, considerato il più esaustivo ma non inclusivo di tutto dalle comunità di chi non è semplicemente ‘maschio’ o ‘femmina’, non rende facilmente comprensibile al pubblico il: ‘di che cosa si stia parlando’. Chi è un ‘LGBTQQIAAP’? Come mi rendo conto del fatto che lo sia, che cosa lo contraddistingue, lo rende particolare e diverso – diverso come: ‘rivolto in un’altra direzione’ – da noi?

Le etichette, come femmina o maschio o gay o trans, possono essere utili in alcune situazioni, in certi contesti; restano etichette, ci aiutano a vivere le situazioni sociali. Etichettare è parte della natura umana, non è così facile sfuggire alla necessità di categorizzare, e non necessariamente un’etichetta è un’offesa: è, sempre, una semplificazione. In natura, l’identità sessuale non è così geneticamente definita come si possa pensare: è un tema complesso. Il modo in cui l’appartenenza all’uno o all’altro sesso è codificato in natura non è un ‘bianco’ o ‘nero’: alcune specie passano da un sesso all’altro nel corso della loro esistenza, anche più di una volta, e ci sono, su questo pianeta blu, molte più opzioni che il ‘maschio’ o ‘femmina’. Naturalmente, ciò non vale per i mammiferi, fra i quali c’è una fortissima predominanza della differenziazione sessuale. I transessuali, oggettivamente una minoranza della popolazione umana, sono le persone che si identificano in un sesso diverso da quello che la natura ha dato loro alla nascita. Un transessuale è quindi l’opposto di quello che il suo corpo mostra: non uomo ma donna, non donna ma uomo – o non esclusivamente uomo o donna – e sceglie una strada che porta alla riassegnazione sessuale attraverso, in ultima istanza, la chirurgia. La transessualità è stata a lungo associata con la cattiva salute mentale, e definita fino a pochissimo tempo fa disforia di genere, o disordine d’identità sessuale: l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha rimosso, nel giugno dello scorso anno, 2018, la transessualità dall’elenco dei disordini mentali, definendo come ormai chiaro il fatto che non si tratti di una malattia e come continuare a riferirsi a essa come tale possa essere fortemente discriminatorio, fino al rischio di emarginazione e di violenza; la transessualità è stata inserita fra le ‘condizioni di salute sessuale’ e mantenuta fra le classificazioni dell’OMS solo per poter supportare il bisogno di attenzione medica della quale una persona che decide di accompagnare la sua condizione vivendola attraverso terapie, fino all’intervento chirurgico, necessita.

Del perché si è transessuali, si sa molto poco; più di uno fra gli studi fatti fra gli anni Settanta e Novanta si è rivelato poi inconcludente alla luce dei fatti. Le ricerche di psicologia che si sono occupate delle cause della transessualità non hanno avuto molto riscontro: non sembra che la transessualità sia riconducibile a traumi infantili, non sembra che le preferenze sessuali siano indirizzate alla fine dall’educazione ricevuta dal padre o dalla madre; non sembra sia possibile dare una spiegazione che sia riconducibile all’etnia, all’intelligenza, all’influenza dell’ambiente. La scienza ha alcune informazioni, basate sulla biologia e sulla genetica, e come prima cosa sembra che la risposta alla domanda: ‘si è geneticamente transessuali’, sia un sì. Se un gemello omozigota è transessuale, lo è spessissimo anche l’altro, mentre fra gemelli nati da due diversi ovuli questo non accade. Le donne transessuali sembrano avere strutture cerebrali simili a quelle delle donne nate donne, piuttosto che a quelle degli uomini, e questo prima delle cure ormonali, che hanno effetto anche sul cervello: è la mente, quindi, che influenza il comportamento spingendolo verso il sesso con il quale si identifica piuttosto che con il sesso di nascita. Questo potrebbe accadere perché il feto è stato esposto a livelli diversi di estrogeni prima della nascita, o a una più bassa sensibilità agli ormoni del feto stesso nel grembo materno; non si sa ancora con precisione, e sperimentare e creare modelli non è semplice. Mentre si continua a studiare, una constatazione sembra spiccare fra le altre: la transessualità non è una scelta cosciente. Per una transessuale, bellissima, che diventa modella di Victoria’s Secret – la scelta del femminile, ‘modella, bellissima’, è motivata dalla scelta che Valentina Sampaio ha fatto – la larga parte degli altri non vive una vita facile in una società che discrimina con facilità, non comprende, non accetta il diverso; e sono difficoltà e sofferenze psicologiche e fisiche fra terapie e desideri a volte impossibili, spinti dall’immagine, quella di assoluta perfezione, che la società stessa vorrebbe vedere. Pochissimi transessuali si costruiscono una vita, non certo facile, sfruttando l’attrattiva sessuale stessa data dal diverso, dalla ‘donna che è anche uomo’ e che si trasforma in sogno proibito o conquista da fare; moltissimi vivono una vita normale, spesso cercando di non apparire e di non far intuire. Fatta di molte rinunce, di tanta confusione e della voglia di esser guardati così come si guardano gli altri. Che cosa rimane? La certezza scientifica che, mentre nel mondo animale vicino a noi il maschio e la femmina continuano a essere nella larga maggioranza dei casi distinti e spinti a formare coppie fra scimmie, cigni, pinguini, uomini – tendenza che nel corso della storia il formarsi delle società, delle comunità, degli stati ha raccolto e strutturato in leggi – il sesso non è binario, e non è neppure una linea retta: sessualità e desiderio, come componente naturale della vita di ogni maschio e femmina, possono incrociarsi, perdere distinzione, sovrapporsi in un modo che forse non riusciremo mai a comprendere pienamente. Nel desiderio e diritto di pari dignità.

[r.s.][foto: Getty Images]