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venerdì, 2 Dicembre 2022

“Attenzione, non posso parlare con la tua batteria”. Gli Smartphone e il diritto di riparare

16.08.2019 – 16.11 – Sembrava tutto a posto, con Apple che aveva finalmente accettato di fare assistenza anche agli smartphone che presentavano una batteria non originale, e invece no: adesso montare una batteria originale si può, ma sugli ultimi Apple phone la sorpresa è che se l’intervento non viene fatto da un riparatore autorizzato, la batteria smette di comunicare con il telefono: l’infelice utente si trova così a non sapere più quanto durerà fin che lo smartphone non si spegne, e questa, vista la necessità odierna di essere sempre connessi, può essere molto imbarazzante. È un po’ come quando, se non si va con l’auto dal concessionario autorizzato, che è il tenutario del programmino con cui parlare al computer della macchina, si accende una spia che ti dice: ‘manutenzione scaduta’, senza che sia più possibile spegnerla; anzi, un po’ peggio.

Ci sono associazioni dei consumatori e avvocati di parte civile che negli Stati Uniti e nel Regno Unito stanno combattendo una battaglia che non è ancora arrivata qui da noi, ma che potrebbe essere protagonista del nostro futuro di piccoli utenti dipendenti dalla tecnologia. Diciamo ‘piccoli utenti’ perché le aziende più grandi hanno anche tasche e studi legali altrettanto grandi, in grado di sostenere i costi per le discese in tribunale spesso proibitivi per il semplice cittadino, e riescono quindi a far valere meglio i diritti, mentre ad ascoltare noi resta solo l’operatore del Call Center.
Parte tutto da una constatazione: le grandi società produttrici di smartphone e di computer – e l’ultimo caso è proprio quello della batteria degli smartphone Apple che smette di parlare – costringono i loro clienti a sopportare, se qualcosa si guasta, costi di riparazione molto alti. Rendendo, con accorgimenti come il ‘trucco della batteria’ e processi di fabbricazione via via più complessi, sempre più difficile il ‘fai da te’ e la riparazione ‘di concorrenza’. È un comportamento, questa l’opinione delle associazioni dei consumatori citate, da monopolista, che sfida o infrange le leggi e mette in difficoltà le persone proprio in un periodo storico in cui le economie non sono molto floride. E va contrastato a livello di singola nazione.
Gli attivisti del cosiddetto ‘diritto di riparare’ denunciano questo comportamento già da anni: potersi rivolgersi a chiunque per una riparazione, invece che al solo produttore e agli autorizzati, deve essere un diritto di tutti. Il mercato ‘della concorrenza’, oltre a essere normalmente più economico, permette anche di trovare soluzioni magari personalizzate e componenti realizzati per necessità specifiche che la casa madre, concentrata su precisi margini di profitto e a volumi molto grandi, non andrebbe mai a fabbricare. Impedire ai laboratori ‘di concorrenza’ di riparare uno smartphone, quindi, equivarrebbe a violare il diritto di concorrenza, perché chi ripara non infrange nessun copyright e mal che vada non è in grado di assicurarti un componente della stessa durata o prestazioni (ma appunto, non è detto).

Le riparazioni, però, danneggiano il ricambio e la vendita di oggetti nuovi, e quindi – come per la ben nota obsolescenza programmata – perché rendere facile il riparare piuttosto del cambiare? Meglio fare il contrario, rendendo il riparare difficile o perlomeno sufficientemente proficuo, e Apple sembra essere la leader di questa corrente di pensiero. La casa della mela, naturalmente, ha smentito immediatamente, dichiarando: “Vogliamo che i nostri clienti abbiano sempre la fiducia di avere un prodotto riparato correttamente, in sicurezza e in un modo che supporta il riciclo e la sostenibilità. Per questo espandiamo continuamente la nostra rete di centri d’assistenza certificati”. In nome della sostenibilità e del riciclo, a dire il vero, le aziende, specie le più grandi, stanno iniziando a far passare un po’ di tutto, posta la necessità poi di verificare quanto del riciclo e della sostenibilità promessa siano reali e non nascondano terribilmente molte altre cose. Il Coltan e il Congo e il Sudamerica, o il reale costo di produzione dei consumabili per le stampanti rispetto al prezzo sul mercato, o i turni di produzione da miniera dell’Ottocento in Cina.
La Federal Trade Commission americana ha costituito una task force tecnica per indagare sulla questione, alla quale si è unito il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti. La battaglia per il diritto di riparare è all’inizio, e l’Europa è ancora in tempo per dire una parola.

[r.s.]

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Roberto Srelz
Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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