13.07.2019 – 07.30 – Teatro Tripcovich è destinato, dopo protratta agonia, alla demolizione: una decisione della cui responsabilità si fa carico la Giunta Dipiazza, dopo una riqualificazione di Piazza della Libertà particolarmente difficile, tra ingorghi alla viabilità e (tante) polemiche, specie per l’abbattimento degli alberi nel mese di novembre 2018. Nonostante il pericolo di un ulteriore stravolgimento (con annesso taglio) delle aree verdi della piazza, il clamore maggiore è derivato dalla decisione di abbattere la sala Tripcovich.
Tuttavia, alcune volte, la distruzione di qualcosa può svelare, come il ghiaccio che si scioglie in montagna, come la montagna che frana, nascosti tesori. È il caso della sala Tripcovich, la cui distruzione potrebbe far tornare la Piazza a un assetto molto più naturale e in sintonia con la sua storia.

Correva l’anno 1935 quando il sovraffollamento di bus e corriere in Piazza della Libertà convinse l’amministrazione del Comune di Trieste a costruire un’apposita stazione di transito, onde non strozzare un traffico già all’epoca irrespirabile. L’edificio, situato sul lato affacciato al mare, in Largo Santos, a un passo dall’ingresso del Porto Vecchio e dalla stazione ferroviaria, era un edificio semplice e funzionale. Un blocco di cemento disadorno e senza segni particolari, dalla forma rettangolare. Unica concessione un secondo corpo semicircolare quale biglietteria e area per i “servizi”.
Le mani dietro il progetto erano degli ingegneri Giovanni Baldi ed Umberto Nordio, ma l’edificio era un grido lontano dall’amalgama di bellezza e funzionalità caratteristico delle costruzioni di qualche decennio addietro: un casermone squadrato privo di qualsivoglia ornamento. L’unica novità era l’utilizzo del cemento armato, all’epoca innovativo. La nuova “Stazione Comunale Autolinee” raccoglieva in particolare le corriere dal Friuli e/o dirette verso l’Istria.
Quando, nel secondo dopoguerra, il traffico venne re-direzionato nel “Silos”, ci si pose la questione di cosa farne, di una stazione così grezza. Il Teatro Verdi, così come il Politeama Rossetti, attraversavano all’epoca un periodo di impegnativi restauri, pertanto l’amministrazione optò per convertire la “vecchia” stazione. La pianta rettangolare divenne la base per la sala e il palcoscenico, il foyer e i servizi negli altri spazi. L’edificio era vincolato, pertanto il recuperò non osò nulla di straordinario. L’interno seguì il vecchio concetto teatrale della “scatola nera”, mentre all’esterno vennero collocate delle posticce colonne neoclassiche, il tutto ridipinto di rosso e nero, per meglio “legare” l’intero recupero. Il nuovo “teatro”, inaugurato il 15 dicembre 1992, vantava 900 posti. Col tempo la “Tripcovich” accolse diversi spettacoli ormai parte della storia di Trieste, lanciando future promesse della musica e sceneggiando capolavori notevoli: dall’Orfeo di Gluck, alla prima assoluta della Signorina Julie di Antonio Bibalo, alla Messa in si minore di Bach, al debutto del Maestro cinese Lu Jia, ora direttore nientemeno che dell’Arena di Verona e dell’Opera di Pechino, musicale ponte tra due mondi lontani. Il nome “Tripcovich” derivava dalla società triestina di armatori che aveva permesso il recupero, ironicamente fallita due anni dopo il recupero dell’edificio. Ultima novità era stata, nel 2008, la targa con la quale si dedicava la sala principale del teatro a Raffaello de Banfield-Tripcovich: da un lato figlio del mare, perchè erede degli armatori, dall’altro dell’aria, perchè figlio di quell’iconico barone e asso dell’aviazione che era Goffredo de Banfield, ultimo difensore di Trieste negli anni della Prima Guerra Mondiale.

La posizione del Teatro Tripcovich “strozza” la naturale ariosità di Piazza della Libertà, la quale risulterebbe altrimenti molto più grande, molto più ariosa, molto più mitteleuropea nella comune appartenenza ottocentesca degli edifici. Il teatro Tripcovich, inoltre, copre con la sua corpulenta stazza i cancelli del Porto Vecchio di Trieste. Noti come “varchi” e risalenti ai primi del ‘900, dividono nettamente il porto e la città. La corazza del bugnato cede il passo agli archi e ai cornicioni aggettanti, mentre ricompare – come unica “leggerezza” concessa – le transenne a motivi stellari. Fu una delle prime opere di Giorgio Zaninovich quando sovrintendette al Porto Vecchio, successivamente costruendovi all’interno la Casa degli Operai e la Sottostazione Elettrica di Riconversione (1913). Le transenne con le stelle erano infatti già presenti nella sede della società Triestina Austria, del 1906, ora Circolo Unificato dell’esercito (via dell’Università 8).
Mai contrasto potrebbe essere più grande: da un lato una stazione delle corriere di cemento armato, sgraziata e robusta; dall’altro i fragili cancelli del Porto. Pratici, innanzitutto, ma senza rinunciare a quell’eleganza, quel tocco artistico proprio dell’epoca. I cancelli nacquero come pratici e belli, la Tripcovich come pratica e nient’altro. Giorgio Zaninovich, a differenza di Nordio architetto poco amato dall’amministrazione italiana, progettò i tre cancelli come naturale complemento di Piazza della Libertà. I varchi hanno la funzione di una “quinta architettonica” per la piazza, completano una naturale scenografia. Una bellezza negata dal 1935, fino ad oggi.
Se l’abbattimento di un teatro desta scalpore, ci si potrebbe allora domandare perché non susciti altrettanto clamore l’abbandono del Filodrammatico (Via degli Artisti 8), rudere plurisecolare ignorato in pieno centro cittadino. Se invece si lamenta la perdita di un possibile centro per i giovani, ci si potrebbe domandare perché non recuperare il Gasometro del Broletto, pregiata reliquia di arte e archeologia industriale, ventilato più volte come possibile sede di club e associazioni. Sono edifici, specie nel caso del Gasometro, dove la praticità della costruzione non detrae dalla ricchezza dell’ornamento; un elemento invece assente con la Tripcovich, nata come stazione senza coraggio di “osare” artisticità. Non andrebbe inoltre sottovalutato come la conversione della Tripcovich a teatro nascesse come un’esigenza pratica, derivante dai lavori di restauro negli altri teatri. Una soluzione temporanea, non lo scopo per il quale l’edificio era nato.