21.1 C
Trieste
lunedì, 8 Agosto 2022

Quando l’Italia bombardava Trieste (1915-1917)

22.06.2019 – 08.37 – “Il re d’Italia mi ha dichiarato guerra”. L’imperatore Francesco Giuseppe così commentava, all’alba del 23 maggio 1915, il tradimento dell'(ex) alleato italiano a fianco della Triplice Intesa. Lo stupore del sovrano non era però contraccambiato dalle gerarchie militari, le quali avevano da tempo preventivato una simile mossa. E in quest’ambito la zona del golfo di Trieste costituiva dallo scoppio del conflitto una zona sensibile, un settore strategico a cui dedicare speciale attenzione.
Il comandante del distretto della marina, controammiraglio Koudelka, predispose già dai primi mesi un’adeguata difesa dai possibili attacchi via aria e via mare. La cronica mancanza di risorse dell’impero incontrava infatti un’inventiva e un coraggio raro a vedersi, tale da garantire la protezione della città fino agli ultimi giorni di conflitto.
Verso il maggio 1915 a Trieste arrivarono i primi velivoli austroungarici, rispettivamente due idrovolanti, un L 35 e un L 47. Un mese dopo, a giugno 1915, Gottfried Banfield veniva nominato – giovanissimo e già con licenza di volo – comandante della base idrovolanti di Trieste. Quest’ultima, vero e proprio fulcro della difesa di Trieste dalle navi che la bombardavano, i cosiddetti “monitori” e dalle incursioni di aerei e dirigibili, era situata nell’Objekt 94 dell’Arsenale del Lloyd (Vallone di Muggia). La Seeflugstation, come venne definita nell’agosto 1916, era organizzata in due diverse sezioni: la parte orientale era deputata agli aerei da bombardamento e costituiva la Bombenstapel (deposito di bombe); quella occidentale era la Abwehrstape (deposito della difesa) riservata invece agli idrovolanti. La Bombenstapel prevedeva anche una gru a vapore con la quale calare gli apparecchi per il decollo. La piccola, ma agguerritissima stazione degli idrovolanti era in grado di eseguire voli di ricognizione, Minenrude, sortite verso eventuali obiettivi avvistati all’orizzonte, azioni di supporto all’esercito di terra e infine violente rappresaglie quale “risposta” ai bombardamenti su Trieste. Se gli aerei italiani non venivano individuati per tempo o il preallarme non funzionava, gli idrovolanti non avevano il tempo sufficiente per alzarsi in volo e contrastare la minaccia. In quel caso il peso della difesa ricadeva sulle postazioni fisse e i riflettori. Quando vennero in visita a Trieste personalità di spicco – l’imperatore Carlo, ad esempio – alcuni aerei erano già preventivamente in volo, onde combattere ogni possibile minaccia. Man mano che le risorse e i velivoli diminuivano, questo ruolo spettò sempre più all’unico Banfield, solitario contro ogni avversità. L’abilità di Banfield, “Aquila di Trieste”, risalta specie alla luce delle peculiari condizioni di Trieste, i cui venti di Bora rendevano difficile alzarsi in volo.

Un morto nell’arsenale (29 agosto 1917) Europeana

 

Tra maggio e giugno 1915 l’Italia tentò i primi voli, le prime sortite sopra Trieste.
Il primo allarme aereo risuonava già il 27 maggio 1915. Solitamente le formazioni italiane – composte in prevalenza dai “Caproni” – bombardavano Salvore, il Vallone di Muggia con l’Arsenale del Lloyd, Pirano e infine Trieste stessa. La minaccia più psicologica che reale dei dirigibili preferiva invece colpire o Trieste o Opicina. Le incursioni aeree seguivano le direttrici di Salvore, oppure di Grado-Gorizia-Opicina.
Le continue schermaglie sopra i cieli di Trieste non produssero danni rilevanti fino a un massiccio bombardamento, il 20 aprile 1916. Tra le quattro e le cinque del pomeriggio una formazione di 7 Caproni bombardò Trieste. Un idrovolante austroungarico s’involò in tempo per attaccare uno dei Caproni e costringerlo alla ritirata. I sei velivoli rimanenti sganciarono tre bombe su san Sabba, quattro su Zaule, quattro su Servola, due su San Giacomo, sei sull’ippodromo, sette sull’arsenale del Lloyd e una sul colorificio di Zaule. Morirono sotto le bombe nove persone, quasi tutte donne e bambini, in zona Servola. Tuttora una lapide del cimitero locale commemora le tante vittime.
Il 1 agosto 1916 i giornali registrano un altro bombardamento, stavolta esito di una più vasta guerra aerea sul golfo. Quattordici Caproni infatti si diressero sopra Salvore e infine si divisero, colpendo rispettivamente Trieste e Umago. Banfield ne atterrò due, ma gli altri flagellarono la città colpendo nell’ordine le rive, Piazza Grande (Piazza dell’Unità) e via Commerciale. Stavolta non vi furono grandi danni, se non tanta paura per la popolazione. Va ricordato come non sempre la bomba esplodesse, anzi, i casi di cilecca erano piuttosto frequenti.
Il 15 agosto 1916 l’Intesa tornò ad attaccare Trieste, dapprima con un idrovolante francese che mirò all’Osservatorio marittimo, seguito a ruota da altri sei aerei protetti da tre caccia Nieuport. Il secondo passaggio permise di sganciare, nell’ordine, 2 bombe sulla campagna Giorgetto (San Giacomo), 3 sulla campagna Sega (San Giacomo), 2 sulla strada di Servola, 2 su Piazza Vico, 1 sull’orfanotrofio di San Giuseppe, 1 su Servola, 1 pericolosamente vicino agli altiforni della zona, 1 presso il Gasometro di Broletto, 1 bomba incendiaria – che non prese fuoco – sul tetto dell’Arsenale del Lloyd, 1 dietro la fabbrica di Linoleum, 1 sul vicolo San Vito, 1 nel cimitero e 1 su un’abitazione popolare. Quest’ultima uccise due donne e ferì gravemente un bambino, che morirà di lì a poche ore.
La settima battaglia dell’Isonzo fu preceduta, il 13 settembre 1916, da una corposa incursione aerea: 18 Caproni, 3 caccia Nieuport di scorta e dal mare 6 cacciatorpediniere, salpate da Grado. Unica difesa della città, due idrovolanti che si erano immediatamente involati verso il nemico.
Secondo le testimonianze, le bombe colpirono dapprima il parco di Villa Necker, altre sette le case vicine, quattro lo Stabilimento di San Marco e una l’hangar aeroportuale. Danni ingenti vennero rilevati soprattutto presso l’Arsenale del Lloyd e la stazione del gas, con un unico ferito, un temerario che si era posizionato sul tetto di villa Necker.
I bombardamenti italiani riscossero un’altra vittima tra Trieste e Opicina tra l’11 e il 12 febbraio 1917. Un anticipo di quanto sarebbe avvenuto a pochi giorni di distanza, quando l’11 marzo 1917 una gigantesca formazione di Caproni sorvolò Trieste. Dapprima Muggia venne colpita da alcune bombe, poi toccò a Barcola con il fortino Kressich, San Bartolomeo e San Rocco. Secondo il diario di guerra del comandante del distretto della marina, in questo caso vi fu un elevato numero di bombe inesplose, tra cui nella sola Muggia 16 bombe incendiarie e 3 dirompenti.
In seguito a un attacco austroungarico a Cervignano (31 maggio 1917) gli italiani tornano a eseguire bombardamenti in pieno centro a Trieste, stavolta con tre Caproni che danneggiarono una conduttura idrica, bombardarono San Giacomo, uccidendo un ragazzino e ferendo due donne e proseguendo poi su Opicina, dove sganciarono altri tre ordigni.
Il primo giugno 1917 si rischiò a Trieste la tragedia, quando cinque Caproni sganciarono otto bombe nella zona tra la caserma di fanteria e l’Ospedale della Croce Rossa. Una di queste finì dritta dentro una casa popolare, ma non esplose, senza pertanto causare morti o feriti. Una successiva incursione nel pomeriggio venne sventata dal coraggio dei difensori di Trieste, ma una terza, alla sera, ripiegò su Opicina e Sesana, dove danneggiò gravemente le comunicazioni telefoniche, uccise un uomo e ferì altri 13.
Il 2 giugno 1917 – a breve distanza di tempo dalla visita nello stesso giorno dell’imperatore Carlo a Trieste – gli aerei italiani sganciavano una bomba presso il Canal Grande, ammazzando una donna e un bambino, un’altra presso il comando militare e una terza vicino alla base dei sommergibili.
Quando la decima battaglia dell’Isonzo si concludeva, nella notte tra il 3 il 4 giugno 1917, gli aerei italiani colpivano nuovamente Salvore, danneggiavano presso Aurisina il motoscafo corazzato “Linz” e infine colpivano il riflettore di Ronchi con una bomba a gas.
Man mano che il fronte si avvicinava a Trieste, le incursioni dal mare della flotta dell’Intesa divennero sempre più ardite, sempre più violente. Verso il 19 agosto 1917 un monitor italiano iniziò a cannoneggiare Trieste. Tre proiettili colpirono il giardino di Notre Dame de Sion, il quarto una villa di Via Navali, il quinto Villa Bartole in via Besenghi, il sesto il secondo tunnel stradale dietro lo stabilimento del gas, il settimo il ponte ferroviario. I danni stavolta furono ingenti, con sei morti e due feriti gravi.
La minaccia dei bombardamenti dal mare convinse finalmente l’Austria-Ungheria a rinforzare la difesa marittima, destinando per il golfo due navi da guerra, la SMS Wien e la SMS Budapest. Manovra di propaganda, perché le navi erano vecchie e sorpassate, capaci solo di attirare l’attenzione dell’aviazione italiana. Lo stesso controammiraglio Koudelka confessò come le ritenesse “navi antiquate” utili quantomeno “a distogliere gli italiani dal proposito di effettuare manovre diversive sbarcando tra Duino e Umago”.
Nemmeno dieci giorni dopo, il 29 agosto 1917, le due navi da guerra confermavano di attirare come calamite i bombardamenti, perché la città si ritrovò sotto attacco da una formazione di idrovolanti inglesi. Forse può venir definito il più violento bombardamento di Trieste durante la Prima Guerra Mondiale, con oltre sessanta ordigni sganciati. Una bomba colpì il Municipio, una la Unionbank, tre Piazza della Borsa, tre lo scalo ferroviario, venti Servola. Tre persone rimasero uccise, cinque ferite e vi furono notevoli danni; erano infatti bombe incendiarie.
La distruzione proseguì il giorno dopo con un altro passaggio dell’aviazione, stavolta mirato alle due navi da difesa costiera. Una bomba cadde anche in Val D’Oltra (Muggia), ammazzando una bambina.
Il terzo giorno di seguito, il 31 agosto 1917, gli aerei proseguirono a colpire le due navi, stavolta sganciando sulla zona industriale di Muggia e danneggiando gravemente con due bombe il palazzo arcivescovile.
Non c’era sosta, perché il 1 settembre 1917 le incursioni aeree continuarono, con quattro bombe presso lo scalo ferroviario e alla sera altre ventidue accanto alle due navi e presso la baia di Muggia, con tre feriti, tra cui un soldato della contraerea. Tra il 3 settembre e il 4 veniva colpita la località di Lazzaretto e con altre quattro bombe San Rocco. Il 5 settembre 1917, infine, la SMS Wien veniva finalmente colpita dall’aviazione, con diciassette bombe, causa di notevoli danni.
La conclusione dell’undicesima battaglia dell’Isonzo vide finalmente diradarsi i bombardamenti, con un ultimo colpo di coda del 24 settembre 1917, quando quattro bombe caddero a Trieste, colpendo Via Ugo Foscolo, Via Solitario e Via Rossetti. L’artiglieria italiana intanto aveva iniziato a martellare di colpi Miramare. Un obiettivo – come osserva Peter Jung nell’opera “L’ultima guerra degli Asburgo” – privo di valore strategico, ma emotivamente molto forte. Il 18 ottobre 1917 le batterie dei cannoni di Punta Sdobba colpivano con un proiettile di grosso calibro l’edificio di Miramare dove risiedeva l’amministrazione.
La dodicesima battaglia dell’Isonzo e la disfatta di Caporetto nei giorni seguenti permisero di allontanare definitivamente la minaccia delle incursioni aeree dai cieli di Trieste, man mano che il fronte si spostava nuovamente. L’aviazione austroungarica residente a Trieste dovette così accompagnare l’esercito e compiere imprese sempre più difficili, perché lontani dalla loro base e con velivoli che non ricevevano ricambi. Il contrattacco austroungarico non godeva infatti di quell’inesauribile flusso di materiali e carne da cannone caratteristici dell’Intesa. L’Aquila di Trieste, tuttavia, assieme ai pochi velivoli rimasti, mantenne fino alla fine una coraggiosa difesa, dimostrando così tanto il coraggio di questi aviatori, quanto l’abilità dei propri meccanici nello riparare idrovolanti così resistenti.

Bomba inesplosa in Via della Valle (29 agosto 1917) Europeana

Se i morti durante i bombardamenti della Prima Guerra Mondiale su Trieste possono sembrare pochi e circostanziati, merita ricordare quale terrore producesse nella popolazione l’idea di ricevere la morte dall’alto, dal cielo, senza avvertimento. Una consapevolezza tanto più dolorosa considerando come tanti dei morti qui ricordati fossero donne o bambini. A questo proposito merita riportare un editto, pubblicato dal giornale filogovernativo L’Osservatore triestino (5 settembre 1917), dove si rammenta come nascondersi e difendersi dalle bombe italiane.
Si parte con generali avvertenze: “L’apparire di aeroplani nemici che ognuno può tosto discernere dal subentrare del fuoco di difesa le persone che trovansi sulla via si metteranno al riparo nei portoni delle case. Questi portoni saranno tenuti aperti fino all’ora di chiusura in modo da essere senz’altro accessibili. A persone che cercano riparo si concederà l’accesso in qualsiasi momento. In caso di minaccia immediata chi non fa in tempo a mettersi al sicuro si stenda al suolo”.
Ma non si trascura di rilevare i danni prodotti dalle schegge: “Non si salga sui tetti nè si vada sui balconi. Lo stare alle finestre è pericoloso per la dispersione obliqua ascendente prodotta dall’esplosione della bomba”.
Senza dimenticare i più piccoli: “In modo corrispondente si insegni ai piccini come debbano comportarsi sulla via e in casa”.
Quando si celebra il volo di Gabriele D’Annunzio su Trieste bisognerebbe ricordare come gli aerei italiani all’epoca sganciassero bombe, non poesie; come i triestini venissero colpiti non solo da proclami, ma da schegge e morte. E come a difenderli vi fosse un unico, fragile, scudo, ovvero gli idrovolanti di Banfield, Aquila di Trieste.

spot_img
Avatar
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

Ultime notizie

spot_img

Dello stesso autore