Domenico Rossetti, difensore di Trieste. La statua, l’uomo “di grande sentire”

01.06.2019 – 08.45 – Strumentalizzare i morti per asservire la propria causa è una vecchia storia e lo è ancor più a Trieste, città sacrario di targhe e monumenti, lapidi e busti, dove la guerra ideologica la si combatte pietra dopo pietra, un toponimo dietro l’altro. Un conflitto con tanti morti illustri: innocenti figure storiche, la cui complessità intellettuale viene lobotomizzata per l’ennesima battaglia politica.
Questo è stato a lungo il caso per Domenico Rossetti, considerato incongruamente uomo del Risorgimento e addirittura irredentista ante litteram.

Lo storico Pietro Kandler, nella Commemorazione a un anno dalla morte (29 novembre 1843) lo descrive “come di media figura, di gracile sanità, di gradito aspetto; la testa di lui ricordava tipi antichi; ampia, spaziosa la fronte, fermo lo sguardo, rilevato e ben formato il naso, composta la bocca a mestizia anziché a sorriso, grave di modi, come di parole; una veneranda calvizie ben gli si addiceva”. Domenico Rossetti nacque da una famiglia veneta, il 19 marzo 1774, dapprima dedita al commercio e in seguito, grazie a una nomina di Maria Teresa d’Austria, integrata nel patriziato, dal quale derivava quel “de Scander” che seguiva al cognome “Rossetti”. Dopo gli studi di filosofia a Graz e di legge a Vienna, il giovane Rossetti si laureava nell’anno del nuovo secolo, il 1800. Quattro anni dopo tornava a Trieste, dedicandosi all’attività politica e pubblica, fino a quando la terza occupazione napoleonica non lo costringeva agli studi letterari, presso la Villetta dell’Acquedotto (1811-13). In quegli anni Rossetti fondava quella Società del Gabinetto di Minerva tutt’ora sopravvissuta (1810), a cui affiancò presto la rivista “Archeografo triestino” (1830). La passione per l’antichità si tradusse negli stessi anni nel Programma per un monumento sepolcrale da erigersi a Giovanni Winckelmann in Trieste (1811) dove l’archeologo tedesco era infatti morto, nella Locanda Grande (1768). Merita menzionare negli stessi anni (1814) l’opera teatrale “Il sogno di Corvo” dove la città di Trieste accoglie riconoscente il ritorno degli Asburgo, a seguito della traumatica parentesi napoleonica.

Domenico Rossetti rappresenta tutt’ora il perfetto “anello mancante” tra il vecchio patriziato triestino e la nuova classe mercantile: colui che meglio concilia l’eredità cittadina di Trieste con la modernità del porto franco. Tutta la vita di Rossetti può essere considerata come un unico, gigantesco, sforzo di preservare i diritti di Trieste, individuando nella novità del porto franco un’opportunità per una rinascita triestina, senza tuttavia nell’operazione cancellarne il passato.
Sarà questo un ruolo esplicitato soprattutto con il ruolo di procuratore civico, mantenuto fino alla morte (29 novembre 1842), per venticinque anni consecutivi, attraverso cui Rossetti perorerà la causa triestina alla corte di Vienna, difendendo sempre l’autonomia, le franchigie e i diritti fiscali della città. Senza trascurare, accanto alla pratica di ogni giorno, la teoria, con il testo la Meditazione storico-analitica sulle franchigie della città e porto-franco di Trieste (Venezia 1811).
Nell’occasione dei cento cinquant’anni dalla morte (1992), lo storico Giulio Cervani riassunse la complessità intellettuale di Rossetti con una felice espressione: “un italiano di grande fierezza, ma anche un leale cittadino austriaco”. La definizione giungeva sulla scia delle polemiche per un anniversario sostanzialmente ignorato dalla Trieste degli anni Novanta. In una lettera dell’epoca, conservata dalla Società di Minerva, Cervani si lamentava del disinteresse verso una così augusta figura. Quando era ricorso il centenario (1942), Trieste aveva organizzato un Comitato cittadino ad hoc, che aveva convocato un accademico d’Italia, affinché illustrasse la vita di Rossetti a una platea del Teatro Verdi gremita di triestini. A due anni di distanza, il Comune aveva inoltre pubblicato due volumi di inediti “rossettiniani”, in un anno, quale il 1944, di eccezionale difficoltà per la città e l’Italia.
Trieste durante la Seconda Guerra Mondiale trovava nonostante tutto i fondi per ricordare un proprio concittadino, un proprio triestino: finanziamenti per la cultura, pure in un’Europa travolta dal conflitto. Tra le poche conseguenze di un anniversario mancato quale il 1992, vi fu proprio la decisione della Società di Minerva di restaurare il monumento dedicato a Domenico Rossetti, nella zona antistante il Giardino Pubblico. Un vero e proprio complesso monumentale, intricato e affascinante, che resiste tutt’ora la prova del tempo.

Cartolina, disegni di Cesare Polli (1903). Dal sito Itinerari e culture

I primi progetti per il monumento a Domenico Rossetti risalgono al centenario dalla sua nascita (marzo 1874), quando l’avvocato Giovanni Benco propose una statua in fondo al Viale dell’Acquedotto, davanti a quel Giardino Pubblico tanto amato da un Rossetti incline alle meditazioni e alle passeggiate. Verso il 1876 il Comune di Trieste preparò un programma di concorso, a cui seguirono anni di stallo, fino a un’iniziale raccolta di duemila fiorini dai cittadini nel 1888 e a un apposito comitato riunitosi nel 1890. Un passaggio fondamentale si verificò nel 1892, quando a cinquant’anni dalla morte, il progetto per il monumento prese finalmente avvio, con lo svelamento di una targa dell’Hortis (via Carradori) e un avviso di concorso.
La giuria selezionò tra i trenta progetti proposti tre finalisti, sottoposti a un’attenta analisi dai giudici, tutti nomi noti della Trieste ottocentesca: Eugenio Gairinger, consigliere municipale, Ruggero Berlam, per il Curatorio del Museo Revoltella, Carlo Hesky, per la Società degli ingegneri ed architetti, Attilio Hortis, bibliotecario civico, l’architetto Enrico Nordio quale relatore e infine Antonio Dal Zotto, scultore di Venezia. Il primo finalista, Virtus, era un complesso monumentale notevole, ma dove le diverse figure allegoriche, ciascuna chiaramente riconoscibile, erano collocate in maniera “spezzata” e disorganica, senza collegamenti le une con le altre.
Il secondo finalista, Per Trieste, presentava a detta dei giudici un Rossetti troppo pomposo e arrogante, lontano da quella figura umile di servitore dello stato che aveva incarnato in vita.
Il terzo finalista, Tergeste, divenne infine il progetto ufficiale grazie alla leggerezza della proposta, caratterizzata dalle tre figure allegoriche in atto di librarsi verso un Rossetti severo e composto. Una composizione d’innegabile eleganza, originale, ma dalle proporzioni corrette. I vincitori erano il prof. Augusto Rivalta e Antonio Garella di Firenze. Dopo un breve dibattito, i vantaggi del bronzo sopravanzarono la volgarità del metallo e la Commissione decise nella costruzione di adoperare granito per il basamento e bronzo per il monumento principale, a cura della ditta Pietro e Leopoldo Galli di Firenze. Un nome scelto non a caso, perché vantavano alcuni tra i più impressionanti bronzi ottocenteschi, tra i quali l’Abele di Duprè e la riproduzione del David di Michelangelo.
Verso la metà di giugno del 1901, a trent’anni dall’iniziale proposta, il monumento a Domenico Rossetti veniva rivelato tra il giubilo della folla. Merita osservare come nell’occasione venne anche rifatta la cancellata del Giardino Pubblico, ad opera di Ruggero Berlam.

Il monumento presenta una piattaforma quadrata di granito rosso di Baveno a cui segue lo zoccolo e una trabeazione dorica, su cui poggia la statua di Rossetti, opera di Rivalta. Questi guarda pensoso all’orizzonte, una mano che regge uno dei suoi tanti libri della biblioteca personale, poi donata a Trieste; mentre l’altra punta ieratica verso il cuore, le labbra socchiuse a voler pronunciare un appassionato discorso in difesa dei diritti di Trieste. La maestria della forgiatura diventa evidente nelle pieghe del mantello e negli elaborati panneggi.
Le tre figure allegoriche, le quali sembrano risalire lo zoccolo fino a culminare, come sospinte dal vento di Bora, nella figura di Rossetti, sono invece opera di Galera.
La prima figura, l’Archeologia, emerge dal lato sinistro, in basso, con la fronte ornata della stella del “buon genio”, una falce in una mano e una statuetta di Pallade Atena nell’altra.
La seconda figura, la Poesia, con il capo coronato di lauri, incide la scritta dedicatoria “A Domenico Rossetti – I concittadini – MCM”.
La terza, infine, non a caso la più vicina a Rossetti, simboleggia quella legge tanto difesa nelle aule dei tribunali e alla corte di Vienna: l’allegoria infatti porge una palma votiva verso Rossetti e trasporta una targa con la parola lex. Il bel capo è adorno di raggi di luce.

Trieste, monumento a D. Rossetti. Tram cioccolata Suchard. Cartolina [Ebay]
Quando il monumento venne restaurato nel 1998, i lavori sul basamento scoprirono quattro fori posti a distanze regolari; quanto rimaneva di una targa, collocata proprio sotto la dedica della Poesia. E’ l’unica traccia di una targa posizionata dal commissario di governo, nell’ottobre 1916, in una Trieste impaurita dalla Prima Guerra Mondiale. Dopo la distruzione vandalica del monumento a Giuseppe Verdi (1906), il Commissario decise di apporre un’iscrizione per chiarire la fedeltà di Domenico Rossetti all’Austria e dunque evitare “vendette” verso possibili simboli dell’irredentismo.
Non a caso, infatti, la targa recitava i seguenti versi dall’opera di Rossetti “Il sogno di Corvo”:

Ed odio eterno ed ira
cada in colui che, già dal sangue
nostro generato, né secoli futuri
esser potrà dell’austro trono infido

Com’è facile immaginare, la targa venne immediatamente “smarrita” dopo il 1918 dall’amministrazione italiana, assieme a tanti altri manufatti e statue. Testimonianze di un passato destinato a tornare a distanza di secoli, nonostante tutto.

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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