27.05.2019 – 11.00 – Quando si parla di musica tendiamo spesso a categorizzare il mondo musicale all’interno di un limitato numero di generi e sottogeneri. Tuttavia, se da un lato questa semplificazione risulta fondamentalmente necessaria e la tendenza da parte dell’essere umano a categorizzare il mondo che lo circonda è da sempre una caratteristica che gli appartiene, potremmo in un certo senso definire questi generi come una sorta di categorie “astratte”, che si sfiorano e s’intrecciano l’una con l’altra, dando a loro volta origine a una ben più vasta gamma di generi, se così si possono definire.
E’ infatti molto difficile, se non impossibile, individuare un brano, un album o un artista, che appartenga e si identifichi con un solo genere musicale, quando è invece del tutto naturale che all’interno del percorso artistico di un musicista piuttosto che di un cantante, sia proprio l’incontro con i diversi generi, il vero punto di forza della sua musica.
Saper essere poliedrici e versatili, in un’ottica di apertura verso influenze musicali sempre nuove, deve rappresentare infatti un valore aggiunto per l’artista e del resto la musica, come gran parte delle arti, non può essere statica in quanto la sua forza è dettata proprio dalla dinamicità con cui essa si muove e si sviluppa, elemento che le permette di rinnovarsi di volta in volta.
Irene Brigitte, giovane ed eclettica cantautrice triestina, ben rappresenta questa concezione dinamica del mondo musicale. Il suo percorso infatti, che affonda le sue radici nella musica folk, viene nel corso del tempo influenzato non solo dall’incontro con altri generi e stili musicali diversi, ma anche da quelle che sono le esperienze personali dell’autrice stessa, che la porteranno a sviluppare nel corso della sua carriera una vera e propria passione per la musica antica. A sottolineare la poliedricità di Irene Brigitte vi è poi il connubio che l’artista è stata in grado di far scaturire tra i due generi musicali che più la appassionano, la musica folk e la musica antica, le quali emergono entrambe con le loro peculiarità e le loro caratteristiche, in una sintesi perfetta nel suo progetto “Canary pipe“.
Irene come nasce e come si sviluppa il tuo percorso musicale?
“La musica è da sempre stata presente nella mia vita. Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia all’interno della quale la musica era particolarmente amata; grazie a mio padre ad esempio, durante la mia infanzia ho avuto la possibilità di avere a disposizione numerosi strumenti musicali con cui giocare, un’attività che si è poi tramutata in una vera e propria passione, sviluppatasi attraverso la formazione del mio primo gruppo rock ‘Watashiwa Cactus‘.
Nel corso degli anni è andato poi a delinearsi quello che è il mio gusto musicale, teso verso una sonorità folk, con un particolare interesse per la musica greca, portoghese e brasiliana; fino alla musica antica, passione scoperta quando un giorno mi capitò di ascoltare per caso alla radio un brano musicale del 1600. Casualità, questa, che mi ha portato a trasferirmi a Vicenza, in Veneto, una regione dove vi è una grande tradizione di musica barocca.
Attualmente sto quindi seguendo questo doppio filone in diverse ‘vesti’, a partire dalla formazione di una band da poco scioltasi, composta da Matteo Bortolussi alla batteria e da Michele Todescato al contrabbasso, grazie ai quali ho avuto l’opportunità di dare molto più corpo e molte più sfumature alle mie canzoni; e dall’ensemble di musica antica ‘O vive rose‘, attraverso il quale vi è l’obiettivo di unire la prassi esecutiva ad una certa dose di spontaneità.
Infine vi è Lilla Alice, la mia “sorella in musica”, assieme alla quale ho arrangiato a due voci e a due chitarre, i reciproci brani e quelli delle nostre muse.”
Nel corso della tua carriera musicale hai collaborato a diversi progetti. Quali sono quelli che ritieni essere maggiormente importanti o che hanno comunque rappresentato un momento significativo all’interno del tuo percorso musicale?
“Nel 2018 ho partecipato al progetto ‘WAV – Women Against Violence‘, un grande collettivo formato da 17 cantautrici provenienti da tutto il paese e riunitesi assieme per la creazione di un disco, i cui proventi sono poi stati destinati al sostegno del Centro Donna Padova Auser, punto di riferimento per le vittime di violenza e stalking. A ciascuna di noi era stato chiesto di portare un proprio brano che sentissimo vicino al tema e che avrebbe poi, assieme agli altri brani, creato la compilation del disco. Si è trattato di un’esperienza particolarmente forte, soprattutto per quanto concerne la sfera riguardante la musica d’autore; solitamente in questo ambiente vi è un’accesa competizione, mentre in questo contesto si è data prova di come i musicisti, talvolta, siano anche in grado di unirsi.
Un altro progetto molto significativo a cui ho partecipato è stato poi sicuramente quello fatto assieme a Laura Samani, giovane regista triestina, autrice del cortometraggio “La santa che dorme”, finito nella sezione cortometraggi al Festival di Cannes, per il quale mi era stato chiesto di creare una colonna sonora totalmente vocale. Un’esperienza, questa, che mi ha messa particolarmente alla prova, ma che ho al contempo amato in quanto ha visto l’unione delle nostre immaginazioni e mi ha condotto a scrivere musiche che forse non avrei mai composto.”
Una delle tue due grandi passioni è rappresentata dalla musica folk. Innanzitutto, che significato ha per te questo termine e da dove nasce questo grande interesse per il genere?
“Il folk del quale mi interesso io nello specifico è quello che affonda le sue radici nella tradizione, ma che al contempo passa attraverso uno sguardo autoriale, che opera su di esso una trasformazione.
Quella della musica folk è un’esperienza che mi porto dietro da ‘D’altri luoghi‘, un progetto realizzato assieme a Giovanni Settimo, leader della band di musica irlandese “Wooden Legs“, che mi ha permesso di avvicinarmi e di conoscere un’ampissima varietà di musica d’autore e con il quale abbiamo esplorato parte della musica greca e nello specifico ‘l’entechni mousiki‘, una peculiare tipologia di canzone più ricercata, che molto spesso utilizza testi molto elaborati di poeti quali Saffo, Elitis o Kavafis, attraverso i quali oltretutto, si incentiva l’avvicinamento e la scoperta da parte dei giovani alla letteratura. Da questo incontro è nata poi una mia personale rielaborazione dell’unione tra musica e poesia in chiave però del tutto triestina, riprendendo le poesie di Virgilio Giotti, celebre autore locale vissuto a cavallo tra il 1800 ed il 1900, nei cui testi troviamo un impiego quasi lirico del dialetto, il cui utilizzo nella musica risponde bene a quell’idea di tradizione che è peculiare della musica folk così intesa; il dialetto di Giotti è infatti da un lato una lingua che affonda le sue radici nella tradizione, quella che si parla a casa e in famiglia, ma che dall’altro viene al contempo sublimata dalla sua visione personale.”
Secondo te, quale potrebbe essere un buon punto di partenza per chi desiderasse intraprendere la carriera musicale?
“Sicuramente dalla passione, in quanto credo risulti essenziale essere innamorati di ciò che si sta facendo, elemento fondamentale per chi vuole intraprende la carriera musicale; è importante quindi crederci, molto di più di quanto ci credano gli altri. Inoltre, un altro elemento importante è sicuramente la lucidità; bisogna essere infatti in grado di comprendere il tempo in cui viviamo e soprattutto di non farsi fregare da chi finge di non comprendere o non riconosce il valore della musica e tutto il lavoro e la dedizione che vi sono dietro.”
Che significato ha per te la musica?
“In queste vite ed in queste giornate così distratte che abbiamo, nelle quali prevale uno stile di vita dettato da ritmi spesso frenetici, la musica musica e in particolare il concerto, è in un certo senso un modo per sospendere il tempo, un attimo in cui è ancora possibile farsi ammaliare nel senso letterale del termine, qualcosa di magico e indefinito, che ti nutre più di qualsiasi altra cosa.”









