“Seabin”, il ‘bidone’ che pulisce il mare triestino. E fornisce indicazioni preziose.

20.05.2019 – 13.03 – È un ‘bidone’ vero e proprio, ma vale tantissimo. Il ‘Seabin’, il ‘cestino del mare’ che Wärtsilä ha messo a disposizione nel settembre del 2018 alla Lega Navale di Trieste e che abbiamo conosciuto meglio nel corso del fine settimana a Mare Nordest assieme a Ester Colizza, ricercatrice, e Stefano Cirilli, docente, entrambi dell’Università di Trieste, e a Emanuela Fregonese di Wärtsilä Italia, è un oggetto, nella sua semplicità, rivoluzionario e un grande amico dell’ambiente naturale.

Si tratta di un contenitore filtrante per l’immondizia che galleggia in mare, che si sposa perfettamente agli ambienti come marine turistiche, moli, piccoli porti, spiagge che abbiano almeno una parte con fondale sufficientemente profondo, e dove ci possa essere del personale addetto, o un gruppo di volontari, per la manutenzione. Il movimento alternato, lento e costante, del cestino che va su e giù crea una tensione superficiale sull’acqua e micro correnti che attraggono pian piano gli oggetti che galleggiano: l’acqua di mare viene risucchiata al suo interno e passa attraverso una borsa-filtro, per essere poi reimmessa in mare; i rifiuti restano intrappolati sul ‘Seabin’ o nella borsa, dalla quale vengono rimossi a mano. Lo ‘spazzino’ può anche attirare alcuni tipi di oli, in piccole quantità, e inquinanti liquidi che galleggiano in superficie; funziona con pompe sommergibili a bassa tensione, e quindi è adatto a essere alimentato da fonti a energia rinnovabile, come quella solare o quella eolica, in un ciclo assolutamente virtuoso. Chiediamo a Stefano Cirilli quale sia l’impatto della presenza del ‘Seabin’ proprio sull’ambiente che sta attorno a esso. “È molto prezioso”, ci dice. “Certamente uno strumento come questo non può, da solo, risolvere il problema dei rifiuti in mare, soprattutto se parliamo di aree industriali: ci vogliono altre soluzioni, studiate e pensate per volumi diversi. Però è un componente molto utile, soprattutto perché svolge una funzione di ‘termometro’ locale delle condizioni ambientali”. “Spesso”, racconta Ester Colizza, “quello che si vede in un laboratorio, e il ‘Seabin’ davvero lo è, può costituire uno strumento che fornisce dati importanti sulla tipologia dei rifiuti e sui momenti in cui l’inquinamento cala o aumenta. Questi dati sono poi la base per la creazione di modelli applicabili ad altri contesti; è quello che stiamo facendo ora, attraverso il lavoro degli studenti. Presto saranno presentati i primi risultati”.

Il progetto ‘Seabin’ è stato creato da imprenditori australiani; il loro scopo, aiutare a indirizzare le azioni di tutela e pulizia del mare di fronte alla minaccia rappresentata dalla plastica e dagli altri rifiuti che inquinano le acque marine di tutto il mondo. Wärtsilä è stata la prima grande società industriale ad aderire al progetto: l’eredità culturale finlandese di tutela dell’ambiente è molto profonda e le città di Helsinki, Vaasa e Turku sono state parte del progetto pilota. Oltre al ‘Seabin’ di Trieste, a quello di Genova e a quelli finlandesi, ce ne sono più di settecento in tutto il mondo, e il progetto continua a svilupparsi. Chiediamo ancora a Cirilli e Colizza che cosa gli studenti ora impegnati nella ricerca trovino come rifiuti: “Dalla plastica, alle sigarette, ai rifiuti naturali come sterpaglie e rami che vengono strappati dal maltempo e portati dalla risacca. Sono i primi oggetti che rimuoviamo, poi passiamo a quelli più grandi, normalmente le bottiglie e le lattine”. Il problema diventa via via più grande man mano che si riducono le dimensioni degli oggetti che il ‘Seabin’ risucchia: se le cassette di plastica cadute dai pescherecci sono un fastidio, i frammenti di plastica in cui si trasformano quando vengono distrutte dal mare diventano un pericolo per l’ambiente. “Poi ci sono i classici mozziconi di sigaretta; ma, ad esempio, e non ci si pensa, un grosso problema sono gli involucri dei pacchetti di sigarette stessi. Apriamo il pacchetto e buttiamo via l’involucro trasparente, e pian piano questo involucro galleggia e finisce per formare una massa notevole. E anche questa è un’indicazione molto utile, ad esempio per pensare a quali proposte si possano fare per nuove componenti biodegradabili negli oggetti di maggiore consumo”. Uno strumento prezioso, quindi, quello messo a disposizione da Wärtsilä ai ricercatori dell’Università di Trieste, che mostra ancora una volta il valore dell’incontro e dello scambio di conoscenze ed esperienze fra l’azienda, l’università e i ragazzi che studiano. In questo caso, per qualcosa di molto concreto e vicino a noi, che possiamo toccare con le nostre mani: la pulizia del mare di casa nostra.

Ultime notizie

Dello stesso autore