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mercoledì, 17 Agosto 2022

Quello di cui a Torino si è parlato poco. “Il Gioco del Mondo”: le domande di Julio Cortázar

11.05.2019 – 17.18 – Avrebbe dovuto essere il tema dell’edizione del Salone del Libro di Torino di quest’anno; purtroppo, Julio Cortázar, con il suo “Gioco del Mondo”, ha lasciato il posto al “gioco della politica” – che è comunque sempre mondo, anche se forse in questo contesto non interessava ai più – e, fra Matteo Salvini, Altaforte, l’esclusione dell’editore e le canzoni, è stato quasi dimenticato. Hanno provato a farlo ricordare ieri Giordano Meacci e Jovanotti, star della giornata del Salone, che proprio nel suo album “Safari” del 2008 ha inserito un brano con lo stesso titolo.

L’opera di Cortázar è quantomai contemporanea. “Rayuela“, questo il titolo originale del libro, fu pubblicato nel 1963; era trascorso solo un anno dalla crisi dei missili di Cuba, era l’anno dell’assassinio di Kennedy, e si era nella piena consapevolezza della vicinanza del mondo all’olocausto nucleare. Non è un libro per tutti, e con quanto è accaduto all’edizione del Salone del Libro di quest’anno condivide il primato di essere di non immediata comprensione. “Rayuela” è il gioco della campana dei bambini: si salta di casella in casella, tutte disegnate per terra col gesso, per arrivare al cielo e alla libertà. l protagonista di “Rayuela” – “Il Gioco del Mondo”, Horacio Oliveira, filosofo senza pace alla ricerca di un ‘centro di gravità permanente’ fra Buenos Aires e Parigi, saltando qui e saltando là sulle caselle immaginarie del gioco cerca proprio di raggiungere il cielo liberandosi dal peso di una società che non sopporta e, nel suo saltellare, travolge emotivamente tutti quelli che incontra. Nel suo rifiuto di accettare il banale, il sempre uguale e l’ordinario, non trova pace nei rapporti e nelle relazioni umane, e per sfuggire al conformismo li smantella, in un rifiuto di sottomettersi a ‘quello che fanno tutti’ che non porta però a nulla di positivo. S’innamora anche lui, della Maga, perché in fin dei conti è un uomo, però abbandonerà anche lei: è troppo semplice, e non combatte contro il mondo; non può quindi condividere il suo cammino e i suoi ideali. “Oliveira”, aveva detto Cortázar, “sostiene che si deve demolire una civiltà che ci sta portando inesorabilmente alla bomba atomica”: è, quindi, un ‘uomo contro’. Tutto e tutti. Il romanzo, alla sua pubblicazione, colse impreparati prima di tutto i connazionali di Cortázar in Argentina, e poi il mondo intero della letteratura, per dimensioni – 131 capitoli, 500 pagine – e per mancanza di una vera concatenazione, perché lo si poteva leggere un po’ come si voleva: linearmente o meno, secondo la sequenza suggerita da Cortázar nell’introduzione o no, seguendo la sequenza dei capitoli impaginati o semplicemente andando di propria preferenza. E, negli anni, questo è stato proprio il modo in cui il libro è stato più spesso letto: ciascun lettore, in esso, trova un significato diverso e crea una sequenza di lettura diversa: un libro con una propria, mutevole anima, che si può solo amare oppure odiare senza vie di mezzo e che cambia di volta in volta mantenendo inalterato solo il suo intento originale che, come spiegò il suo autore, è quello di non voler insegnare niente a nessuno, ma di porre solo domande che scuotano la coscienza e ci portino fuori dalla nostra zona di conforto. Le domande di Cortázar per ora restano, pronte e in attesa della prossima occasione e del prossimo Salone del Libro. Fra le domande, resta aperta quella sulla necessità di dare a tutto – ogni giorno, ogni minuto – un colore, cadendo così nel conformismo.

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Roberto Srelzhttps://trieste.news
Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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