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martedì, 25 Gennaio 2022

La Torre dei Pallini, storia di una fabbrica di munizioni nel cuore di Trieste

04.05.2019 – 07.51 – L’archeologia industriale è un campo di studio che richiede passione, perché i suoi edifici, i suoi oggetti, la sua arte divengono preziosi e affascinanti solo dopo averne compreso l’utilizzo.
Nel campo dell’arte e dell’archeologia tradizionale non è necessario spiegare, perché si debba salvare quell’arco romano, quel castello, quella cattedrale. La bellezza e la storicità dell’edificio sono auto-evidenti senza particolari sforzi. Solo un cieco obietterebbe a salvare un quadro antico, solo un sordo guarderebbe con disprezzo uno stradivari, solo un ignorante getterebbe nella spazzatura una bibbia miniata. Eppure, quando posti a fronte di un gasometro, di una centrale elettrica dismessa, di una stazione di pompaggio, le voci che si levano a difesa sono poche. Occorre contestualizzare l’oggetto, evidenziarne la storicità e infine rivelarne la funzione. Un lavoro difficile e ingrato, quello dell’archeologia industriale, un campo ancora poco diffuso nei paesi mediterranei.
Trieste nasconde un patrimonio di “industrial heritage” largamente ignorato: si va dalla restaurata Centrale Idrodinamica (1891), con le caldaie e le motopompe, alla vicina Sottostazione Elettrica di Riconversione (1913), al Gasometro del Broletto (1901), giungendo infine alla “Torre dei Balini”.

La zona del Giardino Pubblico nasconde infatti la timida sagoma di una torre appena visibile a lato di via Guglielmo Marconi. La torre è quanto rimane di un’antica fabbrica che produceva a inizio ottocento pallini per la caccia.
La storia della fabbrica risale al dicembre del 1806, quando un certo Dioniggi Ciana comperò un vasto appezzamento di campagna in contrada Coroneo (via San Francesco). La famiglia Ciana, proveniente dalla zona dell’alto novarese, si era trasferita a Trieste attirata dal boom economico e demografico della città, verso la metà del Settecento. I Ciana producevano stagni di latta e candele di cera e successivamente, dopo i primi successi commerciali, avevano acquisito due case in contrada delle Beccherie e un’altra in contrada di San Filippo. Sappiamo da una richiesta di Ciana all’Imperatore per una cappella privata che egli impiegava nel 1803 una quarantina di operai.
Un documento del 1808 accenna a una partita di piombo conservata presso la bottega del Ciana e pertanto ci segnala un passaggio nella produzione: dallo stagno, ai pallini di piombo della torre.
Un così alto numero di operai, testimoniato dal documento del 1803, richiedeva infatti una fabbrica vera e propria, costruita nel 1806 su quattro piani di altezza. Il piombo, prima di venire utilizzato per i pallini, era il materiale per i preziosi oggetti di peltro, all’epoca vera e propria specialità dei Ciana (e tutt’ora piuttosto quotati). Lentamente la fabbrica iniziò a produrre anche pallini per la caccia, fino a quando il promettente business passò da un ormai anziano Dioniggi al figlio Giuseppe. Questi, con tutto l’ardore della gioventù, procedette subito a rinnovare la fabbrica con il progetto di una torre per pallini, approvata nel dicembre del 1839, opera di un “Regio Perito”, Angelo Toniutti.

La torre era (è) alta 45 metri: la classica forma circolare si eleva sopra un basamento quadrato, costruito con due blocchi separati da una cornice marcapiano. Il corpo della torre è di conci di arenaria, mentre all’interno è ammirabile una scala elicoidale di pietra, attraverso cui un tempo si raggiungeva il forno per la liquefazione del piombo. Nonostante sia un edificio industriale, la torre conserva un terrazzino con un cornicione a mensole, sovrastato da un’elegante ringhiera neoclassica. La cifra caratterizzante gli edifici industriali ottocenteschi è qui già presente, ovvero un tocco artistico molto attento, non importa quanto “umile” sia la funzione della fabbrica.
La scala interna riceve sufficiente luce dalle finestre rettangolari sul basamento e dalle finestrelle sulla torre circolare.

La procedura per produrre pallini prevedeva far cadere una miscela di piombo fuso misto ad arsenico attraverso una piastra forata di rame. La dimensione del foro corrisponde alla tipologia di pallino desiderato. Il piombo viene quindi colato dall’alto della torre e cade per tutti i 45 metri di altezza fino a piombare – il gioco di parole è voluto – in una vasca d’acqua. La forma sferica viene quindi conferita dalla piastra, mentre la solidità dal raffreddarsi del piombo attraverso la grande altezza della torre. I pallini venivano poi raccolti, asciugati, controllati e lustrati fino a cancellare ogni singola imperfezione. Questo genere di fabbriche, a inizio ottocento, era ancora lontano da un sistema industriale come lo intendiamo oggigiorno; ad esempio, quando non si disponeva di una torre, ci si limitava a gettare il piombo fuso a grandi altezze, sfruttando punti improvvisati. A questo proposito, in “Ciociaria” era normale gettare il piombo dall’alto dei primi ponti ferroviari.

Conosciamo da un documento di Giuseppe Ciana i diversi strumenti utilizzati per la produzione dei pallini dagli operai nella torre: morsa di ferro per stampi di balle, patelle di ferro per gettare ballini, padella, tende di tella buona, due rote per asciugare ballini, taumburi per lustrare ballini e una varietà di tinazi, tumigi e pirie di latta, lambicchi armaretti e careghe.
È interessante come la trascrizione utilizzi termini dialettali (ballini, tinazi, ecc ecc).

“Passeggio del Boschetto” (1854) di M. Moro. Chiaramente visibile a destra la Torre dei Ciana

La torre continuò ad appartenere alla famiglia Ciana fino al 1846, quando verrà comperata da Angelo Coen Ara, il quale la trasformerà in una fabbrica moderna ed efficiente, piuttosto nota in tutta la Regione. Ara inoltre richiederà alle autorità di poter fregiare lo stemma imperiale sul portone e sulle sue spedizioni, quale grande simbolo di prestigio.

Non passano vent’anni e la torre viene comperata dai tedeschi (1866), con la gestione della società per azioni Carl Greinitz Heffen. Questa aveva infatti gli uffici a Trieste in via Santa Caterina. La torre e gli annessi edifici ormai producono di tutto; non solo pallini per la caccia, quanto focolai di ferro, stufe, casseforti, tubi di ferro, di ghisa, di terracotta…

Il passaggio della Prima Guerra Mondiale obbliga il proprietario tedesco a traslocare e la torre con gli annessi fabbricati divengono sede della Società Adriatica Ferramenta e Metalli di Venezia. Questa nuova gestione perdurerà fino al secondo dopoguerra, quando passerà alla S.A.F.E.M. di Padova. La torre ritornò poi nuovamente a una ditta triestina con la Edilzini negli anni Sessanta.
Il terremoto del 1976 minacciò la torre, perché ci si domandò se sarebbe stato forse prudente abbatterla per ragioni di sicurezza strutturale. La decisione venne infine abbandonata e la torre divenne bene sotto tutela della Soprintendenza alle Belle Arti. La motivazione difende la torre quale “raro ben conservato esempio di edificio industriale ottocentesco“. Recentemente la torre ospita anche alcune antenne per le telecomunicazioni.

Lo studio di Cosimo Cosenza del 1997 – Trieste. Il Giardino Pubblico e la Fabbrica dei Pallini – menziona De Enriquez come fonte affidabile nello definire questa torre una tra le poche sopravvissute delle torri industriali di inizio ottocento, un tempo diffusissime soprattutto nei paesi anglosassoni, Stati Uniti in primis. Considerando come la stessa Centrale Idrodinamica utilizzi tecnologia spiccatamente inglese, questo pone la Torre dei Pallini a stretto contatto con un ecosistema di archeologia industriale molto coeso, dalla particolarità di essere mitteleuropeo nella realizzazione, ma inglese nell’idea, nella progettazione originale. Un elemento che andrebbe valorizzato a livello turistico, specie per quanto concerne fondi e possibili gemellaggi in Europa e negli States.

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Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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