01.05.2019 – 08.16 – Alcune brevi considerazioni sulla cosiddetta castrazione chimica. Slogan, perché di vuoto slogan si tratta, che torna alla ribalta ogni qual volta accade un episodio di stupro – in termine giuridico, violenza sessuale – reato particolarmente odioso e nei cui confronti l’opinione pubblica risulta particolarmente sensibile e insofferente. A ottima ragione.
Bisogna innanzitutto chiarire cosa si intende per castrazione chimica. Il termine chimica ci richiama all’uso di farmaci volti a ridurre la libido, la pulsione e la funzionalità sessuale per un tempo limitato appunto alla durata degli effetti del farmaco. Un po’ come il bromuro che, narra la leggenda, veniva segretamente somministrato ai focosi giovani in servizio di leva per calmarne i sani bollori.
La somministrazione di questi farmaci a soggetti condannati in via definitiva per stupro può avvenire solo previo consenso del condannato concretizzandosi in un’ingerenza nella sfera personale – una pena corporea per comprendere o anche solo una terapia farmacologica – che non può, come tale, essere imposta siccome in evidente contrasto con la Costituzione.
Ma il punto focale è un altro.
Quando verrebbe somministrato questo farmaco impropriamente definito ‘castrazione chimica’?
Non prima della sentenza definitiva di condanna ovviamente posto che prima di essa l’imputato è considerato innocente; non dopo aver scontato la pena, poiché a quel punto il condannato è una persona libera. Non resta quindi che somministrarla mentre il condannato sconta la pena. Ma il condannato la pena la sconta,o meglio dovrebbe scontarla – e questo è certo un problema ma lo affronteremo in altro contesto – in carcere. E in carcere con tutta evidenza la castrazione chimica non serve se non per prevenire possibili rapporti omosessuali (passatemi la battuta).
C’è in verità un’altra ipotesi. Si potrebbe ipotizzare che un condannato per stupro, che accetta la castrazione chimica, possa ottenere uno sconto di pena e il tempo “risparmiato” lo passi da uomo libero, però chimicamente castrato.
Chiamasi pena accessoria, già previste con altre modalità e per altre fattispecie di reato.
Ma l’opinione pubblica, cui lo slogan della castrazione chimica è rivolto, sarebbe d’accordo di vedere uno stupratore libero dopo, ad esempio, 3 anni anziché 7 solo perché ha accettato di imbottirsi di bromuro?
Ho i miei dubbi. E ancora: la castrazione chimica presuppone che lo stupratore sia una persona con una libido particolarmente sviluppata. Ma non è cosi.
Lo stupro non dipende da un problema di eccesso di libidine ma da un problema di eccesso di violenza e di disprezzo dello stupratore verso le donne. E questo problema non si risolve con il bromuro, ma con la cultura del rispetto, partendo dalla base, dalla scuola.
Concludo osservando che alcuni cittadini, per fortuna un esigua minoranza, quando sentono parlare di castrazione chimica si dimenticano il termine ‘chimica’ e pensano a una castrazione ‘chirurgica’, come tale certamente definitiva.
Costoro inventino la macchina del tempo, e tornino indietro di duemila anni. Qui siamo nel terzo millennio, in uno Stato democratico (costato lacrime e sangue), e la crocifissione, il taglio della mano o di altri organi sono stati cancellati definitivamente e mai più potranno tornare. Grazie a Dio e agli uomini di buona volontà.


