06.04.2019 – 08.29 – Quando si è bambini, il tempo sembra scorrere lento, quasi gocciolare via con lentezza esasperante: le ore di lezione alla scuola primaria durano interi secoli, le domeniche trascorse con lontani parenti sembrano interminabili. Il tempo accelera allora nell’adolescenza, dove già turbinoso velocizza il suo agire e i giorni passano veloci, le settimane si confondono nei mesi.
Quando si approda all’età adulta, il tempo ormai galoppa sfuggente e gli anni passano con una rapidità difficile da comprendere. E infine, quando ci si avvicina alla vecchiaia, pochi attimi sembrano trasformarsi rapidamente in mesi interi, mentre il tempo accelera, ancora.
Come la percezione del tempo sembra dunque velocizzarsi, man mano che si procede dall’infanzia, all’età adulta, così la storia dell’umanità sembra accelerare drasticamente: il tempo era incommensurabilmente più lento nel Medioevo, ha trovato la sua prima, brusca, accelerazione con gli orologi meccanici dell’età moderna e dalla rivoluzione industriale procede sempre più veloce, sempre più incalcolabilmente frenetico verso il futuro.
Rimane per l’umanità quel dispiacere, quel senso di “perdita” caratteristico di chi è consapevole dell’inevitabile trascorrere del tempo. Come l’uomo acquista consapevolezza del passare del tempo con l’età adulta, allo stesso modo la storia dell’umanità è progredita dalle società agricole, a quelle industriali, fino a giungere ai frenetici parossismi dell’età contemporanea.
Riveste pertanto speciale interesse considerare la storia a Trieste dei primi, grandi, orologi meccanici, araldi di una concezione del tempo industriale e scientifica, lontana dall’infanzia dell’umanità trascorsa nella vita regolata dal ritmo delle stagioni e delle campane delle chiese.
Con l’antica consapevolezza di Dante, che già osservava: “Il perder tempo, a chi più sa, più spiace”.

Il più antico orologio di Trieste era originariamente collocato sulla Torre del Mandracchio, in seguito nota come Torre dell’Orologio e infine del Porto. Non a caso la via è ancora denominata “dell’orologio”. Collocata tra le prigioni e la Locanda Grande, la Torre segnava il passaggio dalla piazza all’antico porto e dal 1517 ricevette un bell’orologio, adorno di due automi, responsabili di scandire le ore. Le due statue di bronzo si ossidarono rapidamente sotto il sole, assumendo una colorazione rossiccia, da cui la definizione di “mori”. Il nome dialettale, caratteristico dell’umorismo triestino, derivava dall’italiano Michele e Giacomo e dallo sloveno Mihec e Jakec. I testi degli anni Settanta del Novecento ancora riportavano il detto triestino “Ai tempi de Mìchezze e Jàchezze!” per sottolineare il rifermento a un passato lontano e irraggiungibile quanto le antiche statue della torre. I Mikez e Jachez oggi collocati nel pianterreno del Castello di San Giusto non sono gli originali, ma riproduzioni ottocentesche, destinati originariamente per l’orologio del Municipio. I più attenti avranno infatti notato come siano semplici statue, incapaci di quei brevi movimenti caratteristici degli automi cinquecenteschi.
La Torre del Mandracchio cede facilmente il passo a Piazza della Borsa e all’orologio a campana di Sebastianutti, risalente al 1816, collocato sul frontone esterno della sede della Camera di Commercio. Identico costruttore peraltro della meridiana interna, illuminata a mezzogiorno da una lama di luce che penetra da un apposito foro nel muro.
Spostandosi in Piazza Goldoni, è possibile notare un orologio sul palazzo Tonello (1801), ora sede dell’Unione degli Istriani, ma un tempo sede del Piccolo di Teodoro Mayer (1881).
Palazzo Brunner (Museo Revoltella) aveva anch’esso un suo orologio, ma l’occhiaia che ospitava il quadrante è da tempo vuota. In tema di orologi scomparsi, era famoso quello dell’edificio dell’asilo Gentilomo (1870), tra via Vasari e via Caccia, con annesso giardinetto. Il tempo si è anche congelato alla Stazione di Campo Marzio, dove l’orologio è da tempo fermo.
Il campanile del rione di San Giacomo esibisce ancora il suo bel quadrante, che ticchetta senza sosta dal 1857, quando venne costruito dal Manhardt di Monaco.
Continuano a scandire le ore, i minuti e i secondi da secoli gli orologi della Stazione di Trieste Centrale, del frontone della Stazione Marittima e all’esterno delle due farmacie di Piazza Cavana e Piazza Venezia. Il Mercato Coperto di Via Carducci ancora esibisce il suo orologio quadrato e razionalista, sulla torre all’angolo di Largo Barriera.

Come i luoghi del potere laico apprezzano la burocratica precisione degli orologi di municipi e stazioni postali, così chiese e cattedrali apprezzano gli orologi quale memento mori per i propri indaffarati cittadini e per scandire – mancassero le campane – le ore della preghiera.
La chiesa greca di San Nicolò presenta su uno dei due campanili un orologio con due quadranti: uno verso il mare, uno verso l’interno della città, entrambi funzionanti. In zona di Piazza Hortis l’orologio del campanile di Sant’Antonio Vecchio continua a funzionare dal 1866, così come l’orologio del campanile di “S. Maria del Guato” ovvero la Pescheria Nuova, dal 1912.
Il ticchettio delle lancette segnala il passare del tempo e così, secondo dopo secondo, la propria ineluttabile fine. L’orologio dell’Ospedale Maggiore, nei giardini, simboleggia perfettamente questa dicotomia: un simbolo di speranza e gioia per alcuni, così come di cattive notizie e funebri annunci per altri, dal lontano 1841.


