“Pride”, il quadro oggettivo. Mettiamoci nei panni dell’altro.

28.03.2019 – 12.53 – L’8 giugno prossimo si concluderà a Trieste il FVG pride.
È importante focalizzarsi sul termine “concluderà” perché sui media si parla molto (e tendenzialmente male) dell’evento conclusivo, che è una festa, e molto meno, per non dire nulla, dei numerosissimi eventi, molto seri, già in corso e che proseguiranno da qui a giugno.
Eventi culturali, dibattiti pubblici, conferenze, presentazione di libri e film a tema.
E il tema è, sostanzialmente, la discriminazione di cui ancor oggi, in Italia, sono vittime gli omosessuali. Basta avere un po’ di dimestichezza con i Social per prenderne consapevolezza, basta avere contezza del pensiero di alcuni relatori al convegno sulla famiglia di Verona per prenderne consapevolezza.

Diffuso è ancor oggi il pensiero che l’omosessualità sia una devianza, una perversione, una malattia, un abominio, insomma un peccato, per dare una veste religiosa al giudizio, e non invece uno stato naturale presente nel mondo umano come in quello animale.
Ho letto pochi giorni orsono una straziante lettera di un signore di Catania di 61 anni, gay, sposato con figli, perché questo gli ha imposto la società per ritenerlo “normale”.
Roberto, questo il nome di quella persona, ci racconta l’inferno quotidiano, la sofferenza senza fine, che vive dovendo celare il suo stato per apparire una persona perbene e come tale essere accettato dalla società.
“Essere omosessuali non si sceglie, si è. Come essere nero di pelle o con gli occhi azzurri. Non puoi decidere tu come essere. Se la gente capisse fino in fondo la lacerazione che viviamo, se sapesse l’incapacità che abbiamo di essere “normali”, non saremmo additati come diversi. Ma voi pensate che se potessimo scegliere la felicità, la serenità, la tranquillità, non lo faremmo?”

Questo scrive Roberto, e lo trovo agghiacciante. Ed in questo contesto mi pare persino inutile ricordare le persone picchiate perché froci, bullizzate a scuola perché froci o presunti tali. Ed in Italia, il nostro meraviglioso paese, essere gay è ancora più difficile, più straziante, perché per varie ragioni, che in questa sede non è possibile analizzare, l’omofobia è vastamente diffusa, ben più che in altri paesi d’Europa.
Vi è un librino che consiglio a tutti di Filippo Maria Battaglia che si intitola: “Anche io ho un amico gay”, che analizza il fenomeno omofobia in Italia.
Leggendo qua e là nei social, “ho amici gay” è uno degli incipit più gettonati degli omofobi, un po’ come il “non sono razzista ma” dove il pensiero che si intende esprimere sta solo nella parte successiva al “ma”.
Perché oltre agli omofobi dichiarati, gli esempi sono millanta, ci sono gli omofobi latenti consapevoli o meno di esserlo.
“Le loro cose le facciano a casa loro” come se omosessualità e sesso fossero un concetto unico e il sesso non fosse invece un mero, ed anche eventuale, momento di un rapporto di amore, sia esso omosessuale o eterosessuale.

Questo è il quadro oggettivo in cui si celebra il Pride. E chi non lo riconosce, questo quadro oggettivo o è ignorante o è in mala fede. Tertium non datur.

Dato dunque il quadro oggettivo, il trend topic di coloro che avversano il Pride è che sarebbe una sconcia pagliacciata (“Carnevale è finito da tempo”) riferendosi evidentemente, come accennato sopra, alla sola sfilata conclusiva.
Questo approccio mentale provoca alcune domande: la prima è: “sanno costoro che il Pride non è la sfilata conclusiva che è invece solo l’ultimo di una lunga serie di eventi?”, la seconda “sanno costoro che quel giorno è una festa che conclude un tempo di studio e di approfondimento serio alle tematiche di cui ho fatto cenno?”, la terza “Quelli che parlano di esibizioni oscene hanno mai preso parte ad una sfilata di qualche Gay Pride in Italia?”, perché se lo avessero fatto dubito che parlerebbero di esibizioni oscene che io non ho visto.

Come sempre, e concludo, sarebbe opportuno che su certe tematiche di particolare importanza e i diritti civili (inclusi quelli degli omosessuali) sono una delle principali, vi fosse un approccio scevro da ideologie. Sarebbe opportuno che su questi temi, come in verità sulla maggior parte dei temi su cui ci si confronta spesso con toni oltre modo accesi, tutti facessimo uno sforzo per metterci nei panni del nostro interlocutore.
È un esercizio di incredibile utilità, che consiglio a tutti.

Walk in my shoes first. Buon Pride a tutti e che sia un momento di riflessione e di pace.

Alberto Kostoris

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