Cisti ovariche e tumori: ricerca al “Burlo Garofolo” e nuove prospettive

21.02.2019 – 10.06 – Cisti ovariche: si tratta di una formazione che rappresenta una delle più diffuse patologie di tipo ginecologico. Riguarda molte donne, anche giovani, e, per quanto sia fisiologica – naturale quindi, data la particolare natura dell’organo e il ciclo mestruale, e si risolva normalmente in modo benigno, la formazione delle cisti può portare serie complicazioni come dolori, emorragie e, purtroppo, la degenerazione in tumore.

Di norma, per non incorrere nel rischio di trasformazione maligna, rottura o torsione, la donna con cisti ovarica poteva essere sottoposta per scelta del medico a chirurgia anche quando la massa costituita dalla cisti appariva benigna. Le conseguenze di un intervento, a volte in mancanza di informazioni chiaramente condivise e quindi di una carenza o incompletezza di comunicazione con il medico stesso, poteva portare a un peso psicologico enorme nella vita di una donna. E, non di rado, in quella di coppia: le incomprensioni, le comprensibili paure, la mancanza di comunicazione, il timore della perdita della capacità di essere madre può arrivare a incrinare le relazioni esistenti e a compromettere la possibilità di affrontare assieme, con successo, ciò che sta accadendo.

Oggi questa tendenza sta cambiando. Un recente studio focalizza la sua attenzione sulla possibilità per una donna di convivere con la cisti ovarica, tenendola sotto controllo ed evitando un intervento che può diventare invasivo. L’IRCCS Burlo Garofolo di Trieste è parte, dal 2013, del gruppo scientifico IOTA, che ha studiato le caratteristiche ecografiche dei tumori ovarici benigni e maligni; dalla ricerca sono emerse linee guida che permetteranno di formulare con più precisione, o di escluderla, una diagnosi di malignità.

Ove possibile, si opta oggi per la gestione conservativa delle cisti, che vengono monitorate in ecografia a intervalli regolari nel caso in cui possiedano determinati “criteri di benignità”. Tali criteri sono stati stabiliti dal Consensus IOTA (International Ovarian Tumor Analysis), gruppo internazionale di ricercatori nato nel 1998 che ha appena concluso un’indagine in cui si conferma la validità dell’approccio ecografico.

“Questo studio può essere considerato una pietra miliare per la futura gestione conservativa delle neoformazioni ovariche”, spiega Francesca Buonomo, dirigente medico al Burlo Garofolo, responsabile dell’ecografia ginecologica di II livello. “Grazie a una casistica amplissima e unica – oltre 8500 donne reclutate nell’indagine e monitorate costantemente per due anni – è stato possibile confermare che i criteri ecografici stabiliti dal gruppo IOTA definiscono davvero con altissima precisione la natura maligna o benigna delle cisti”. Ciò consente di indirizzare la paziente verso l’approccio conservativo basato sul monitoraggio ecografico nel tempo, risparmiando un intervento chirurgico invasivo. I risultati dello studio IOTA5 sono stati da poco pubblicati sulla rivista “The Lancet“. Lo studio, che ha coinvolto 36 centri di 14 paesi in Europa e negli Stati Uniti, analizza i dati raccolti nei primi due anni di una ricerca iniziata nel 2012, e che è ancora in corso.

La gestione delle cisti ovariche è un problema clinico importante. Ogni anno in Europa sono diagnosticati circa 65.000 casi, dei quali quasi 5.000 in Italia. Tuttavia, a fronte di un’incidenza relativamente bassa, il tumore ovarico mostra un’alta mortalità, colpendo donne di tutte le età, con maggiore frequenza tra i 50 e i 65 anni. Lo studio IOTA 5 giunge a una conclusione importante: la bassissima percentuale di complicanze registrata durante gli anni di indagini suggerisce che la gestione conservativa delle cisti ovariche dall’aspetto benigno in ecografia diagnostica è una buona pratica, che si rivela assai più efficace degli approcci adottati in precedenza. “L’opzione non chirurgica è confermata in circa il 70% delle pazienti”, conferma Buonomo. “Emerge anche una percentuale di complicanze molto bassa, soprattutto se confrontata con quelle spesso associate all’intervento chirurgico. Lo studio prosegue, e tra qualche anno si definirà meglio la fattibilità di questo percorso che al momento appare molto promettente”.

Quali sono i vantaggi dell’approccio conservativo? “Per la donna meno complicanze chirurgiche talora anche potenzialmente serie, minor rischio di infezioni e meno stress psicologico. Per il sistema sanitario costi minori nella gestione dei casi che si rivelano negativi, minore congestione delle sale operatorie e più risorse effettivamente disponibili per i casi realmente maligni che necessitano di rimozione chirurgica”.