“Sono le capacità a contare. Per le donne e per gli uomini”. Il lavoro di Martina Cannella.

17.01.2018 – 09.30 – La dottoressa Martina Cannella, di nuova nomina, a partire da dicembre 2018 è subentrata al dottor D’Auria nel ruolo di portavoce della Questura di Trieste. La incontriamo per parlare del suo lavoro e della presenza delle donne in polizia. Ci accoglie e ci risponde sempre con un sorriso e con grande cortesia; ci racconta di essersi avvicinata al mondo delle Forze dell’Ordine in modo un po’ casuale, dopo aver conseguito l’abilitazione della professione forense. Imbattutasi in un bando di concorso della Polizia di Stato affisso in bacheca, ha deciso di cimentarsi in questa nuova sfida, assecondando la passione per il diritto penale.

Dottoressa, posso chiederle a che età è entrata in Polizia?

Ho vinto il concorso nel dicembre del 2013, a ventisette anni, ed ho iniziato il corso a gennaio 2014.

Quali motivazioni l’hanno spinta a scegliere proprio Trieste come sede di lavoro?

Ero affascinata dalla città per la sua bellezza e per la sua storia, e avevo sentito da alcuni colleghi che erano già sul posto che si trovavano molto bene. È stata un’intuizione giusta, perché ritengo sia un’ottima Questura, ricca di funzionari di grande professionalità. Ogni Questura si confronta con una situazione ‘criminale’ diversa, e con delle aspettative diverse, ed è quindi necessario lavorare anche sulla percezione di sicurezza della cittadinanza.

È tanto diversa, Trieste, dalla città in cui è cresciuta?

Oserei dire un altro mondo. Ma non avendo operato direttamente su quel territorio non sono in grado di fare un reale confronto tra le due realtà.

Nel ruolo di portavoce, in cosa consiste esattamente il suo lavoro?

Nelle comunicazioni con la stampa e con i Media serve un referente, che dia ai giornalisti un’informazione più precisa possibile e non frammentata. In qualità di portavoce, inoltre, promuovo le iniziative della Polizia di Stato, curando la comunicazione con l’esterno.

Vi sono delle differenze sostanziali tra l’incarico che rivestiva prima e adesso?

L’incarico che avevo prima era sicuramente importante. Mi piaceva, studiavo molto, l’immigrazione è una materia che va sempre approfondita, in quanto è in continuo cambiamento. Un incarico sicuramente difficile, soprattutto in questo momento storico. Ho voluto cambiare per fare un’altra esperienza e l’Ufficio di Gabinetto mi è sempre piaciuto molto, anche in quanto funge da collante tra gli altri uffici della Questura.

Com’è essere donna in un ambiente tipicamente maschile?

Esistono molte donne in posizioni di rilievo in Questura a Trieste; è un momento effettivamente felice che dimostra che non c’è alcuna differenza, se non nell’approccio puramente fisico. Le donne, nel nostro paese, sono entrate in polizia relativamente da poco tempo; è quindi normale che vi sia una prevalenza maschile e non si può parlare di discriminazione, anche se a volte ancor un po’ di pregiudizio c’è. Per quel che mi riguarda posso dire che le donne sono forse un po’ più portate alla mediazione e al contatto umano, e riescono in molti casi ad affrontare le situazioni di disagio sociale con più tatto.

Come si trova a rapportarsi con uomini sul campo che riportano a lei, magari con maggiore età anagrafica e di servizio ma di grado inferiore?

All’inizio è difficile adattarsi, soprattutto per una giovane funzionaria che si ritrova a dover gestire il personale senza avere una grande esperienza. C’è chi propende per una linea più morbida, chi per una più dura. Quanto a me, nella mia se pur breve esperienza, ho compreso che il modo migliore per essere rispettati dal proprio personale è forse il più tradizionale: quello di dare l’esempio. Non importa chi sia al comando, a prescindere che tu sia uomo o donna: si deve dimostrare di avere polso. L’unica differenza sostanziale è quindi l’essere capaci o meno di svolgere il proprio lavoro.

Le donne in Polizia tendono a ricoprire maggiormente mansioni d’ufficio, rispetto a quelle operative, oppure no?

No, dipende dalle attitudini personali. Questo ad esempio è uno dei meccanismi della Questura che di solito non si conosce. Ogni ufficio ha una propria competenza e specializzazione: io, per esempio, adesso sono funzionario addetto dell’Ufficio di Gabinetto, mi occupo dell’ordine pubblico e in questo caso dell’immagine della Polizia. Soltanto qualche mese fa, ero dirigente all’Ufficio Immigrazione. Quindi è normale che conosca meglio alcune materie rispetto ad altre, mentre comunemente si pensa che un poliziotto debba conoscere tutto. Naturalmente, la competenza e la professionalità sono maggiori quando si è avuta la possibilità di lavorare in più uffici accumulando esperienze diverse.

E dal punto di vista della carriera? Ci sono molte donne ai ‘piani alti’ della polizia, a Trieste, oppure no?

Non so dirlo con certezza. Nonostante ci siano tante donne, siamo pur sempre numericamente inferiori. Ma non c’è un distacco abissale, come invece si può pensare: possiamo dire senz’altro che siamo in un momento storico fortunato. Quando sono arrivata nel 2016, eravamo solo tre funzionarie, ora siamo molte di più.

Si è mai sentita, in quanto donna, in difetto o non all’altezza della situazione?

Non in quanto donna, ma non all’altezza della situazione sì. All’interno dell’amministrazione, tra i funzionari non ci sono trattamenti di favore o discriminatori nei confronti delle donne: il collega uomo deve poter far riferimento alla collega donna e viceversa, si deve essere semplicemente professionali.

Riesce a gestisce gli impegni tra famiglia e lavoro?  

Una difficoltà maggiore nel conciliare famiglia e lavoro rispetto ad altri impieghi indubbiamente c’è, soprattutto vivendo in una città diversa da quella di origine. L’impegno di lavoro richiesto è importante, e durante tutto l’arco della giornata. Sicuramente la mobilità maggiore che abbiamo in questo tipo di lavoro ci permette di far esperienza in diversi uffici, ed è un fattore poi fondamentale per la progressione di carriera. In alcuni casi la mobilità è obbligatoria: quando ho fatto il corso a Roma, dovevamo scegliere, necessariamente, una sede diversa dalla città di residenza. Io sono una mamma e mi ritengo fortunata: essendo Trieste una città vivibile, nonostante abbia una bambina molto piccola riesco a vederla spesso, e non avendo tempi morti dovuti agli spostamenti riesco a conciliare il tutto più facilmente. Con mio marito, anche lui funzionario in polizia, ci diamo il cambio: è come in una staffetta.

Come si rapporta un poliziotto donna verso un soggetto violento?

Nel caso di un soggetto violento, se si chiama la polizia, si pensa spesso che sia più adatto avere un uomo in volante rispetto a una donna, essendo l’uomo oggettivamente più forte da un punto di vista fisico. In realtà in polizia le donne fanno esattamente quello che fanno gli uomini; forse solo nel reparto mobile, dove i colleghi si confrontano quotidianamente con situazioni più violente, proprio in ordine pubblico e manifestazioni, è effettivamente preferibile che vi siano degli uomini. Nonostante ciò, ci sono delle donne anche al reparto mobile; sono però pochissime. Penso che si debba sempre evitare di contenere fisicamente o provocare una persona fin tanto che è alterata, se non crea un problema di ordine pubblico vero e proprio o comunque finché non diventa un pericolo per la sicurezza degli altri. È sempre meglio cercare prima la mediazione.

Quando si trovava a Torino, nel reparto mobile, o a Catania, ha mai considerato i rischi?

Certamente. Ho avuto anch’io i miei momenti di adrenalina, soprattutto a Torino, durante il derby Juventus-Torino. E ricordo di aver avuto un po’ di paura. Nell’ordine pubblico ci sono spesso momenti di tensione e possibile scontro: è inevitabile. Ma non ne ho un ricordo negativo, fortunatamente non mi è mai successo niente di grave. Ritengo comunque che sia fondamentale provare in parte anche del timore: è il timore per quello che può accadere che ti preserva e ti fa agire con cautela. Anche a Catania mi è capitato di essere preoccupata, quando siamo intervenuti come supervisori in determinati quartieri. Zone malfamate, dove sono stata anche schernita, sia come poliziotto che come donna. Nelle zone in cui il degrado sociale è maggiore vi è anche una linea di pensiero, un comportamento, che si unisce ad una cultura retrograda, e capita che durante le manifestazioni particolarmente violente le donne vengano prese di mira proprio solo per il fatto di essere donne. Ma, di base, non posso dire che sia la norma; non lo è, non è un comportamento normale.

Ha mai avuto qualche ripensamento sulla carriera intrapresa?

No. In realtà trovo che il mio lavoro mi dia molte soddisfazioni, sostanzialmente il poliziotto risolve problemi. Indifferentemente in quale ufficio si trovi, il compito è sempre quello, basta l’attitudine nel risolvere e gestire le cose. Più tempo passa, maggiori sono le esperienze, più si diventa bravi a risolvere gli imprevisti. È necessaria anche una predisposizione a non farsi prendere dal panico, perché anche una cosa piccola può diventare grande se non si è in grado di gestirla in maniera adeguata. Il panico o la lucidità di una persona non hanno sesso: prendono tutti indiscriminatamente. Dipende solo dal carattere e dall’esperienza.

Ha qualche consiglio da dare alle donne che decidono di entrare in Polizia?

Il mio consiglio è quello di mantenere la propria femminilità, non c’è bisogno di emulare i comportamenti maschili per essere più credibili o per farsi accettare dai colleghi. Anche se vi può essere ancora una sorta di riluttanza verso la presenza femminile nella polizia, si tratta solo di casi isolati.

La ringrazio molto.

[Martina Cannella, originaria della provincia di Salerno, laureata in giurisprudenza, ha completato i due anni di formazione a Roma come funzionario della Polizia di Stato prestando servizio per tre mesi in aggregazione a Catania e per un mese al Reparto Mobile di Torino, ed entrando poi a pieno titolo nel ruolo di Commissario Capo scegliendo come prima sede proprio Trieste.

Le donne, parte del corpo di Polizia, in Italia, dal 1960 – vale la pena di ricordare che la prima donna entrò in polizia, in Inghilterra, nel 1883, e i primi ufficiali donna iniziarono a operare negli anni della Prima Guerra Mondiale – durante questi 59 anni, si sono pian piano fatte largo tra le fila della sua struttura, riuscendo a ritagliarsi un loro spazio paritario in tutti i ruoli e in tutte le specialità: dalla Stradale alla Polfer, dalla Frontiera alla Postale, e nei reparti come volanti, nautica, artificieri, scientifica, Digos, Mobile e UOPI che richiedono un’attitudine fisica maggiore. Dimostrando capacità e professionalità, sono riuscite a conquistare incarichi rilevanti anche a livello dirigenziale, all’interno di un’istituzione nata come maschile, e ancora oggi, fortemente orientata in quel senso.

Oltre al Commissario Capo, dott.ssa Martina Cannella, all’interno dell’organico della Questura di Trieste troviamo fra le figure femminili del Commissario Capo, dott.ssa Chiara Ippoliti, ufficio UPGSP; Vice Commissario, dott.ssa Francesca Vindigni, Vice comandante del Commissariato di S.Saba; Primo Dirigente, dott.ssa Graziella Colasanto, Dirigente della PASI-Polizia Amministrativa e Sociale Immigrazione; Primo Dirigente, dott.ssa Rosanna Conte, dirigente dell’Anticrimine; Vice Questore aggiunto, dott.ssa Giada Giovanni Pecoraro, vice dirigente della Digos]