La Casa dei Mascheroni: anarchia liberty a Trieste con G. M. Mosco (1907)

22.12.2018 – 09.48 – La “grande depressione” dell’ottocento fu un lungo periodo di crisi e deflazione che flagellò l’Europa e l’America per vent’anni, dal 1873 al 1895; è interessante, nell’ambito austriaco, come la crisi venga convenzionalmente fatta iniziare alla Borsa di Vienna (8 maggio 1873).
Trieste proseguì ovviamente a crescere, noncurante di queste difficoltà: come sotto la Restaurazione di Metternich, la città-porto degli Asburgo continuò ad attirare i traffici internazionali, specie con l’apertura del canale di Suez (1869) e il graduale formarsi del Porto Nuovo (1865-1891).
Tuttavia solo verso la fine dell’ottocento, superata la crisi, Trieste ebbe una nuova, impetuosa espansione edilizia che d’allora in poi ha connotato la fisionomia urbana della città talmente a fondo che tutt’ora risulta ineliminabile.
Fu una crescita tumultuosa e imprevista, solo per un miracolo tutto ottocentesco contenuta nelle forme razionali di quartieri e vie: tuguri e catapecchie divennero alloggi popolari, vecchie case d’un secolo prima eleganti condomini per la bassa borghesia e le zone di campagna filari di villini per la middle class e la nobiltà.
Il quotidiano locale, Il Piccolo, commentava questa furia costruttiva il 18 ottobre 1907:

Dai rilievi assunti presso l’Ufficio Statistico Anagrafico il numero delle costruzioni nuove o ricostruzioni tra città, suburbio e altipiano raggiunse, dall’agosto del 1906 all’agosto del 1907 l’imponente cifra di trecentocinquantatre. Entro i limiti della città propriamente detta si costruirono centosette edifici nuovi.

Si consideri, tra i tanti edifici, la costruzione del Tempio Israelitico (1905-1912), della Scala dei Giganti (1905-1907) e nell’ambito del Porto la Centrale Idrodinamica (1889) e la Sottostazione Elettrica di Riconversione (1913). Mentre l’architettura eclettica e storicista aveva dominato la città durante tutto il XIX secolo, una vera e propria rivoluzione era in arrivo dalla capitale.
Il seme della corrente liberty, gettato in Spagna, maturato in Francia e in Inghilterra e ramificatosi nella Germania Jugendstil, aveva trovato terreno fertile a Vienna. Il liberty qui assunse le forme squisitamente sovranazionali e austroungariche della Secessione Viennese e dal centro dell’impero questa “primavera” artistica raggiunse presto la periferia, Trieste.
Il liberty trovò in città un terreno difficile: sradicato dai nazionalisti italiani che lo consideravano poco “patriottico” e vi preferivano lo storicismo neocinquecentesco, la pianta liberty crebbe solo per le cure amorose di architetti col pallino della Secessione, dal Giorgio Zaninovich autore della Casa del Fauno, al Max Fabiani del Narodni Dom (1902), al Giuseppe Sommaruga del Palazzo Vivanti-Giberti (attuale cinema Ambasciatori, 1906).
Quando non erano ville o palazzi, il liberty sfuggì ai controlli dei suoi “giardinieri” nelle forme degli edifici industriali, spesso mimetizzandosi con altri stili, onde evitare le cesoie del gusto dominante, che vedeva in questa corrente una bizzarria passeggera.
Oltre ai tanti edifici del Porto Vecchio (all’epoca Nuovo), questo era il caso del Gasometro di Broletto, la Stazione di Campo Marzio, la Nuova Pescheria, il complesso dell’Ospedale Psichiatrico e così via…

Il cancello del XX secolo e i graffiti del XXI. La civiltà del primo e le barbarie del secondo.

Il caso di Giovanni Maria Mosco (1861-1924) è peculiare: egli nasce come un architetto eclettico, ma viene man mano “corrotto” dal fascino del liberty, che giunge a connotare sempre più la sua produzione.
La curiosità verso nuovi materiali e nuove tecniche, senza trascurare la lezione dell’architettura precedente, sboccerà in quell’affascinante anarchia della “Casa dei Mascheroni” (1907), il suo capolavoro.
G. M. Mosco progettò e costruì villini e case d’abitazione a Trieste dal 1898 al 1911, aiutato dal fratello, Giovanni, tra il 1903 e il 1904, e il fratello minore Giusto (1912-14).
Il primo, vero, incontro con il liberty avvenne con la casa Junz-Calabrese: l’impianto classico si arricchisce qui di motivi floreali, che le danno un gusto un po’ decadente. È un liberty ancora di superficie, “epidermico”, nonostante si possa notare i bei “portichetti” laterali.
La casaChero” (odierna via Gambini 37), prosegue quest’impostazione a metà tra eclettismo e liberty, distribuendo l’elemento decorativo sulla facciata, ma senza deprimerne l’aspetto ancora severo, classicheggiante. Quant’è interessante sono le gigantesche teste femminili sotto le paraste, caratterizzate da quell’espressione isterica e magniloquente caratteristica della “femme fatale” decadentista di fine ottocento.
Il gusto liberty di Mosco continuò a svilupparsi, pur nella subordinazione all’eclettismo, nella casa di via Foscolo 29. L’edificio – purtroppo mal conservato, come tanta architettura liberty – presenta una sovrabbondanza di decorazioni, trasmessi particolarmente dagli “scudi” al piano terra e dai mascheroni. Eppure l’edificio si armonizza perfettamente con la zona, anzi, ne sembra parte integrante. Mosco, a differenza ad esempio di Zaninovich, sapeva bene come “addomesticare” la Secessione per renderla appetibile ai triestini, mitigandone gli eccessi.
La bellezza di questi edifici non risiede solo nell’innata eleganza, ma soprattutto nell’economicità e nell’umiltà della proposta: erano edifici riservati alla burocrazia o alla bassa borghesia, ma questo non significava per l’architetto una rinuncia all’impegno artistico. Come per Mosco, così per tanti architetti viennesi o a Trieste per Zaninovich, il carattere “popolare” della costruzione era un ulteriore sprone a sprigionare la propria inventiva.

L’edificio di via Tigor 12 (1907) è il paradigma di questa concezione, perché rimane, nella sua stessa destinazione attuale, un grande condominio: eppure la bellezza stravagante della “Casa delle Maschere” o “Casa Mosco”, come viene definita, attira più lo sguardo di tanti (dubbi) capolavori dell’arte contemporanea.
La costruzione presenta una gigantesca galleria d’ingresso, intervallata dalle due cancellate di ferro battuto e attraversata da una pensilina. Quest’ultima permette di collegare l’ammezzato e funge da raccordo, simbolico e reale, tra l’interno e l’esterno dell’edificio. L’idea rimane un unicum nella scena edilizia triestina, ma è riscontrabile nella Milano del periodo, presso la cui Accademia delle Belle Arti era iscritto il figlio di Mosco, Carlo Antonio.
Nello stesso periodo era stato inaugurato il Palazzo Vivanti-Giberti (1906-1907), accolto di buon grado dalla cittadinanza per la statuaria ardita e rivoluzionaria, trasmessa nello specifico dalle “giunoniche” statue di Romeo Rathmann. L’architetto responsabile, Giuseppe Sommaruga, rimase positivamente colpito dalla tolleranza di Trieste, perché nello stesso periodo simili statue a Milano erano state rimosse per le proteste dei bigotti (Palazzo Castiglioni)
G. M. Mosco fu senza dubbio suggestionato dall’esagerato uso della statuaria di Sommaruga, che replicò nell’edificio di via Tigor.
Il palazzo infatti è un bazar di statue e ornamenti, miracolosamente coesistenti grazie al senso organizzativo di Mosco. Scendendo dall’alto in basso vi sono due coppie di lesene che esaltano le finestre centrali; nella parte inferiore le lesene incrociano perpendicolarmente il fregio, definito “sommarughiano”. Il fregio, a sua volta, è l’humus architettonico sul quale far germinare quattro titanici mascheroni di foglie.
L’impianto complessivo – barocco, eppure con una leggerezza di fondo unica nel suo genere – si sviluppa nelle “radici” di un pianoterra ingombro di statue: Mosco infatti colloca ben 4 calchi per fila, per un totale di otto statue. Sono allegorie delle quattro stagioni, a loro volta accolte da un diluvio plastico di mascheroni, ghirlande floreali e lesene.
Correttamente Claudia Biamonti ne “L’edilizia triestina tra eclettismo e liberty” (Arte in Friuli, arte a Trieste, n. 7, 1984) definiva questo sovraffollamento un vero e proprio “horror vacui”. Qui l’eclettismo di Mosco si unisce al liberty di Sommaruga generando un figlio barocco, senza però la “pesantezza” solitamente associata al genere.
In origine la galleria ospitava riquadri dipinti di Romano Buda con dei putti collocati sul soffitto. Se già negli anni Ottanta si lamentava il cattivo stato di conservazione, oggigiorno sembra impossibile scorgere alcunché, tra la muffa e lo smog.
Il giardino interno, altrettanto abbandonato, altrettanto selvaggio, conservava una statua di S. Antonio precedente alla costruzione; saggiamente Mosco non la rimosse, ma preferì ricollocarla in un’apposita edicola, mettendola fianco a fianco con le sue statue “pagane”.
L’edificio è popolare, ma come per i precedenti edifici questo non impedì a Mosco di decorarlo tanto e quanto le sue ville più quotate: le statue sono calchi, i materiali poveri e gli ornamenti ottenuti grazie a una stampa in serie. Eppure l’effetto complessivo è innegabilmente sontuoso.
La galleria, specie con la sua penombra e le sue statue così numerose, funge da corridoio tra uno spazio interno e privato e uno spazio esterno e pubblico: il palazzo pertanto comunica con il “fuori”, ma nel contempo sembra costituire uno spazio a sé. La bizzarria dell’insieme, di sapore manieristico, colloca l’edificio in un mondo a parte, una dimensione alternativa.
Scrutare dalla cancellata il giardino pone nei panni di un voyeur di un mondo “altro” e lontano, trasformando la galleria nel periscopio barocco verso uno spazio privato. Ovviamente il giardino, specie nel suo attuale stato di abbandono, ricorda la natura, mentre la strada con le auto rappresenta la modernità: la galleria diventa allora un ponte “urbano” tra due realtà (non) comunicanti.
Mosco pertanto ricrea, con quant’è alla fine un condominio a basso costo, la scenografia di un atrio monumentale del genere rinvenibile nelle chiese e nelle grandi ville. Questa realizzazione avviene attraverso un’originale rielaborazione del liberty, filtrato dall’esperienza dell’eclettismo.
Mentre autori come Zaninovich trasferiscono la lezione dell’art nouveau a Trieste ricercando una sempre maggiore geometria, un “prosciugare” i dettagli, al contrario G. M. Mosco compie l’operazione opposta. Il palazzo di Via Tigor 12 infatti supera i limiti dell’architettura triestina attraverso la pura sovrabbondanza, l’esagerato e compiaciuto gusto degli ornamenti e della statuaria.

Trieste Asburgica

Il liberty a Trieste come arte al servizio della gente comune e non balocco delle classi agiate è uno dei protagonisti della guida “Trieste Asburgica: l’arte al servizio dell’industria”, pubblicato in questi giorni dalla casa editrice Centoparole.

I dodici capitoli del libro, ciascuno per un diverso mese dell’anno, corrispondono nel caso della Secessione alla primavera – edilizia e culturale – della città nella Belle Époque.

Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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