Cos’è per davvero il “Gioco del rispetto”? L’educazione e i punti di vista

07.12.2018 – 12:37 – Fin dalla sua presentazione al pubblico nel 2015, il “Gioco del rispetto” ha fatto parlare di sé e se ne parla tuttora. Probabilmente però, essendo stato strumentalizzato da varie parti, non se ne è parlato in modo pertinente, e il suo valore originario è stato oscurato da contrapposizioni, pettegolezzi e dicerie di ogni genere. Di che cosa stiamo parlando? Il “Gioco del rispetto” è uno strumento didattico/educativo che ha visto la luce nel 2013 a Trieste dall’incontro delle professionalità di Luciana Beltramini (psicologa e ricercatrice nell’ambito delle neuroscienze) e Daniela Paci (insegnante e formatrice), alle quali si sono poi aggiunte altre figure professionali accomunate dalla stessa sensibilità per il tema in questione: la violenza e la disparità di genere.  

Nel sito internet del progetto leggiamo la seguente presentazione: “Pari o dispari? Il gioco del rispetto” è un progetto che nasce a Trieste, in Friuli Venezia Giulia, nell’ambito delle attività di prevenzione della violenza di genere e di promozione delle pari opportunità tra uomini e donne.Le discriminazioni tra uomo e donna sono una realtà molto ben radicata nella cultura italiana e come accade quando si lavora per un cambiamento culturale, è necessario partire dall’educazione delle nuove generazioni per risolvere strutturalmente il problema. Molte scuole hanno iniziato dei percorsi formativi per insegnare a studenti e studentesse a rispettarsi fra di loro e rifiutare la violenza, ma la maggior parte di questi interventi avviene nelle scuole primarie, secondarie o superiori, quando cioè gli stereotipi di genere sono già ben radicati tra ragazzi e ragazze e costituiscono terreno fertile per una visione distorta e iniqua dei rapporti tra generi. Per questo motivo il progetto “Pari o dispari? Il gioco del rispetto” vuole partire dall’età dell’infanzia, quando cioè bambini e bambine sono ancora permeabili ai concetti di libertà di espressione e di comportamento, al di là degli stereotipi.

Attraverso una piattaforma formata da schede e carte piene di disegni alla portata di bambino, il progetto si propone dunque di far riflettere i piccoli su questo tema attraverso il gioco, lo strumento di apprendimento base per i cuccioli, anche per quelli di essere umano. Già dall’introduzione qui sopra citata si può evincere quanto l’intento sia chiaro e definito: far emergere da ognuno il proprio modo di essere più autentico, in libertà dagli stereotipi di genere e nel rispetto dell’altro.

Poco più di dieci anni fa, già a partire dal 2008, anche alcune associazioni triestine attive nel settore del gioco di ruolo e della funzione del gioco nell’adolescenza ed età adulta si erano impegnate a creare e proporre un progetto per le scuole che prevedeva l’apprendimento proprio attraverso il gioco: in particolare l’associazione Esaedro aveva sviluppato il progetto “Imparare giocando”, che verteva sul tema dell’integrazione del diverso e del più debole. [Il progetto, sostenuto dalla Fondazione CRTrieste, era stato proposto con successo agli alunni di un istituto comprensivo triestino, con il coinvolgimento dei genitori e di alcuni insegnanti e la pubblicazione dei risultati del lavoro NdR]. L’età dei destinatari era più alta, ma la metodologia simile a quella del gioco del rispetto: apprendimento di temi didattici (storici e letterari) e/o sensibilizzazione su temi come integrazione della disabilità in un gruppo (classe), il tutto attraverso il gioco di ruolo.

Per tornare al “Gioco del rispetto”, nella primavera del 2015, con la giunta Cosolini, la proposta aveva accolto l’adesione dell’80% dei genitori interpellati, ma era stata poi abolita dall’attuale, nel 2016. Ma quali sono i motivi che hanno creato talmente tanto scalpore da far sì che la stessa sia stata poi accolta solamente da 5 scuole su 29, per poi venir definitivamente cancellata? Una delle motivazioni è la trasmissione del messaggio che il gioco sia deviante per la giovane età dei partecipanti, visto che andrebbe a influenzare, secondo alcuni, l’orientamento sessuale o il genere dei piccoli. Si è letto che in questo progetto i bambini verrebbero travestiti e incitati appunto al “travestitismo” e a suo tempo il quotidiano Libero ha parlato addirittura di giochi pornografici.

Qui potete trovare un link che indirizza alla presentazione in PDF del progetto, attraverso il quale è possibile leggere quali siano le proposte di gioco e gli obiettivi.  Sulle tematiche e obiettivi del gioco facciamo un’analisi in più parti: in questa prima parte, questa settimana, vediamo nel dettaglio la prima scheda del gioco.

La prima proposta si intitola “Arrivo da Marte”: qui l’insegnante propone un gioco in cui lui stesso si trasforma in un personaggio che viene dallo spazio e che non sa bene come funzionino le cose tra gli umani [una tematica e dinamica di gioco analoga, vestita da incontro fra ‘non umano’ e quindi ‘estraneo’ e uomini e donne, si trovava anche nel progetto “Imparare giocando” NdR]. Il personaggio immaginario non conosce la Terra, ma ha sentito dire che è popolata da femmine e da maschi: a questo proposito ha la necessità di interrogare gli umani (i bambini) per farsi un’idea. A che pro? Visto che nel rispondere alle domande i piccoli saranno inevitabilmente portatori di stereotipi di genere, l’insegnante si proporrà di lasciarglieli esplicitare per poi insinuare il dubbio sulle loro certezze, promuovendo il pensiero critico sulla questione. Facciamo qualche esempio di stereotipo di genere che può emergere dalle risposte dei bimbi: “Lavare i piatti è cosa da donne, a casa solo mamma lo fa” oppure “è il papà che taglia l’erba a casa, sono cose da maschi forti”. La maestra o il maestro poi non andranno altro che a chiedere “come mai i papà non possono lavare i piatti secondo voi?” o “ma le mamme perché non tagliano l’erba, quali sono i motivi?”, e così via, incentivando il ragionamento interpretativo e stimolando la discussione e la riflessione, promosse in maniera costruttiva. Un’altra proposta, chiamata “Se fossi te: un po’ diversi, un po’ uguali, l’importante è che siamo pari”, si sviluppa in varie fasi, volte a trovare le similitudini e le differenze tra maschi e femmine, la prima delle quali consiste nello spiegarlo ai bambini. Successivamente si va davanti allo specchio e uno alla volta ci si descrive personalmente e a vicenda, soffermandosi sulle caratteristiche individuali. Qui l’insegnante farà domande come “anche le bambine possono avere i capelli corti?” o “conoscete qualche bambino che ha i capelli un po’ più lunghi?”.

Abbiamo visto come questi giochi stimolino i bambini a riflettere su alcune convinzioni che non derivano da loro direttamente né naturalmente, e facciano mettere gli uni nei panni degli altri. Da dove arriva, quindi, la percezione che il gioco del rispetto porti a devianze di genere o di orientamento sessuale? Ne parleremo nei prossimi giorni, continuando l’analisi e la riflessione, per un futuro più sereno e libero dalla violenza di (ogni) genere.