06.11.2018 – 10.23 – Finora i bar, gli esercizi di pizza al trancio, le rosticcerie e i fast food sono stati una risorsa alla quale i giovani che studiano o che vogliono muovere i loro primi passi nel mondo del lavoro si sono spesso rivolti – molte volte accettando, vista l’inesperienza e le diverse priorità, una paga più bassa – ma lo scenario potrebbe con rapidità cambiare. Una ricerca Bloomberg ci parla di come, negli Stati Uniti, stia prendendo piede una tendenza che potrebbe diventare, con l’età pensionabile sempre più alta e le pensioni stesse sempre più basse (unite, chissà, all’effetto di un possibile sostegno al reddito, impropriamente detto ‘reddito di cittadinanza’) realtà di ogni giorno anche dalle nostre parti.
I ristoranti e i fast food statunitensi – i McDonald, per intenderci – dopo essersi rivolti nei mesi scorsi con campagne pubblicitarie agli Over 50, hanno infatti iniziato a spedire i loro reclutatori nei luoghi d’incontri di chi “ha una certa età”, nelle parrocchie e nelle strutture per gli anziani. I centri di collocamento sono soddisfatti del risultato: gli anziani che sono stati assunti sono più amichevoli nei confronti del cliente, sono puntuali, dormono di meno e quindi lavorano di più, e possono applicare al loro nuovo lavoro, anche se meno qualificato, le esperienze maturate nel corso della vita. Caratteristiche che sembra, manchino ai loro colleghi più giovani.
Due tendenze molto forti influenzano quindi un modello lavorativo che sembra distante dal nostro ma che al quale, in realtà, anche il nostro paese da qualche tempo si sta ispirando, anche se in condizioni di mercato del lavoro e indice di disoccupazione decisamente diverse.
Negli Stati Uniti infatti l’impiego è aumentato e il numero di lavoratori disponibili sul mercato si è drasticamente ridotto a causa della ripresa economica; di per sé, gli americani sono più propensi a lavorare, almeno part-time, per arrotondare i risparmi non sempre cospicui, e questo anche una volta raggiunta l’età della pensione, che per loro è comunque uno strumento sociale molto diverso dal nostro. Secondo l’ufficio statistico per il lavoro statunitense, nel prossimo anni la percentuale dei lavoratori anziani americani di età fra i 65 e i 74 anni crescerà quindi in prospettiva del 4,5 per cento, mentre quella dei giovani fra i 16 e i 24 anni è attesa in calo dell’1,4.
L’adolescente dietro al banco del Fast Food diventa quindi pian piano uno stereotipo passato, anni Ottanta e Novanta e non più Duemilatrenta: presto, a servirci i ‘King Burger’ e i ‘Big Mac’, troveremo il nonno, felice comunque di indossare il cappellino e la divisa perché: “Per un po’ è divertente non doversi più alzare presto, non avere un cartellino da timbrare e fare solo le cose che ti piacciono, ma dopo aver lavorato tutta la vita restarsene senza far niente ti fa sentire proprio vecchio”. Un fenomeno simile si era già verificato in Giappone.
Per le grandi catene americane, assumere gli anziani è un buon affare: con un salario medio basso, attorno ai 10 euro l’ora, possono arruolare un lavoratore con esperienza per un compito che può assolutamente svolgere con profitto e soddisfazione. E in più, gli anziani non se ne stanno online con lo Smartphone, non pensano alla carriera, non necessitano di formazione e non hanno bisogno di benefit per i figli piccoli. Da noi, dove la casa in cui si vive è normalmente di proprietà e dove qualche soldo messo da parte, magari a sostegno dei figli stessi, c’è ancora, la mancanza di giovani sul mercato del lavoro motivata da un eccesso di offerta potrebbe prendere, senza che la disoccupazione cali, la forma di un aumento di ‘NEET’ che non lavorano e non studiano (ma ricevono un sussidio) e di anziani che lavorano a seguito della ristrutturazione dell’età pensionistica e del ridotto valore, per chi ci arriva, della pensione stessa. Magari per compiti anche più qualificati, come gli impieghi tecnici nell’informatica e nell’automazione. Un tecnico qualificato sessantenne, quindi, al posto di un neolaureato con poca esperienza. Uno scenario futuro perfetto.


