10.11.2018 – 08.43 – Inizialmente la Tergeste d’un tempo disponeva del Teatro Romano, destinato a grandi rappresentazioni alle quali affluivano non solo i triestini, ma per le gigantesche dimensioni della struttura anche gli abitanti del Carso e dei vicini Paesi. Il Teatro Romano non era destinato ai ludi gladiatori, ma nonostante ciò prese il nomignolo di Arena in età tardo antica e col tempo il quartiere stesso diventò l'(a)Rena Vecchia.
In età medievale le rappresentazioni teatrali più importanti erano legate alle processioni e alle festività: durante il Corpus Domini, in Piazza Grande, sopra un palco improvvisato, si davano rappresentazioni sacre, mentre nel Duomo di San Giusto veniva inscenato “il pianto della Croce”, ovvero il mistero della Passione.
Non solo di fede però viveva il triestino, perché tanti e numerosi erano anche gli spettacoli itineranti, che giungevano a Trieste a bordo di grandi carri, con veri e propri teatrini trasportabili.
Queste carovane, chiamate “carros” in Spagna, mettevano in scena spettacoli popolari notevoli per la ricchezza dei costumi e delle scenografie, che attiravano folle di gente.
Il prestigio di questi “comici” e “attori” era tale che veniva concesso, previo pagamento, di utilizzare il Palazzo del Comune: la notizia risale al XVI secolo, quando si diede loro “il suggello ufficiale, facendole in palazzo e a proprie spese”.
Come osservava Carlo L. Curiel, con Il Teatro S. Pietro di Trieste: 1690-1801 (1937), quest’usanza era diffusa un po’ ovunque nell’Italia tardo medievale: a Zara si destinava alle compagnie di comici e saltimbanchi la Sala Pretoria, a Padova il palco per le recite nel Palazzo del Podestà, a Bologna il Palazzo Pubblico e così via…
Il Palazzo del Comune all’epoca disponeva di un grande portico al piano terra, che affittava nella qualità di botteghe a diversi commercianti. Fu proprio nella bottega di uno di questi, Giovanni Gajo, un mercante di grascia (cereali) che scoppiò un violentissimo incendio. Era l’8 febbraio 1690, ultima notte di Carnevale: le prime fiammelle, incalzate dal vento di Bora, aggredirono il pianoterra e rapidissimamente avvolsero l’intero Palazzo. La pioggia intanto, rammollì le mura e aiutato da una o più scosse di terremoto completò il disastro. Il giorno dopo, alla Quaresima, i triestini scoprirono che il Palazzo era scomparso, sostituito da un cumulo di rovine e legna bruciata.
Le casse di Trieste, quantomai povere nei decenni prima che arrivasse Carlo VI d’Asburgo e concedesse la patente di Porto Franco (1719), impedivano la costruzione ex novo di un Palazzo.
Inizialmente il Consiglio dei Patrizi offrì una congrua somma e in seguito, anno dopo anno, venne innalzato il nuovo Palazzo del Comune. Il teatro si era nel frattempo evoluto come un’arte a sé stante e dalla crescente popolarità, tra ‘500 e ‘600, e pertanto si pensò immediatamente a utilizzare il Palazzo anche come sede teatrale della città.
Trent’anni dopo, nel 1707, il Palazzo accoglieva nuovamente spettacoli e consigli comunali: era una nobile costruzione, sebbene tradizionale come i Patrizi che l’avevano finanziata. La facciata presentava al piano terra i portici, destinati agli uffici comunali e alle botteghe, mentre il primo piano esibiva sette grandi finestre palladiane, caratterizzate da balaustre e colonnine ioniche. Una grande scalinata di marmo conduceva al primo piano.
La difficile convivenza tra decisioni politiche e spettacoli teatrali con i decenni diede sui nervi ai Patrizi, che trasferirono il proprio Consiglio nella Loggia, mentre il Palazzo diventava un teatro vero e proprio. Verrà allora chiamato Teatro San Pietro, dal nome della vicina chiesa San Pietro-San Rocco (ora demolita) in Piazza Grande. Nell’arco di quasi settant’anni, dal 1750 al 1822, sarà questo Palazzo ora scomparso a ospitare i più prestigiosi spettacoli del tempo, in linea con le sontuose produzioni allestite nella Repubblica di Venezia e nelle grandi città italiane.

Verso il 1721 il Teatro ospitò la sua prima rappresentazione con un intermezzo musicale del maestro Giovanni Adolfo Hasse, chiamato “Il Sassone”, che scrisse per la città “La Contadina”.
Verso il 1730 riscossero un certo successo gli intermezzi comico-musicali, in prima assoluta, “Serpilla e Barocco”.
Come la città sotto Maria Teresa combatteva una difficile, ma intrepida lotta contro i monopoli mercantili d’un secolo prima, sottraendo loro commerci a destra e a manca, così il Teatro San Pietro si accaparrò nella seconda metà del Settecento il meglio della produzione di quegli anni, tanto a livello di commedie, quanto di grandi opere. Trieste lentamente diventava una città “della musica”.
Il Teatro San Pietro beneficiò immensamente, dal 1750 al 1764, del patrocinio del Supremo Intendente Commerciale, il Conte Nicolò Hamilton. Proveniente dalla lontana Scozia, cui era stato allontanato per motivi religiosi, Hamilton aveva trovato a Trieste quella tolleranza ancora assente nelle terre nordiche e d’amante della vita teatrale impose un minimo di continuità all’attività locale.
Gli interni vennero ristrutturati per ospitare il palcoscenico fisso, le gallerie e i palchi e nel 1752 si allestì la prima opera, con tanto di libretto: “Tra i due litiganti il terzo gode”, del Maestro Giuseppe Sarti. Nulla di eccezionale, ma era pur sempre un’opera di colui che diverrà il fondatore della scuola musicale russa e particolare fondamentale, un’opera già messa in scena al Teatro San Cassiano di Venezia, tre anni prima (1749). Questo non sarebbe stato possibile senza Hamilton, che non a caso venne commemorato su un’epigrafe della Fontana dei Quattro Continenti, dove si ricorda il completamento del molo San Carlo e del Canal Grande, così come la bonifica delle saline e la costruzione della Dogana. L’instancabile Hamilton introdusse inoltre il primo servizio antincendio, la prima ghiacciaia e le prime carrozze. È paradossale che a uno scozzese si debba una così larga parte della civilizzazione di Trieste.
Il Teatro San Pietro, a metà Settecento, era ancora lontano dall’essere un luogo di silenzio e solenni rappresentazioni: Carlo L. Curiel lo descrive come le “orchestrine del caffè” dell’ottocento. Una “gran sala di conversazione”, dove lo spettacolo era “accessorio” e abbondavano le chiacchiere, il latrato delle “vergini cucce” (Parini) delle nobildonne, le risate, gli applausi e i fischi verso i cantanti. I palchi erano esclusiva proprietà delle diverse famiglie triestine e venivano tramandati di generazione in generazione: al di là della tenuta dell’edificio, era poi compito del responsabile scegliere come arredarlo e quanto più era sontuoso, con tappeti e poltrone, maggiormente il personaggio era conosciuto e famoso nella città. Quest’atmosfera casereccia e affabile era propria soprattutto dell’Italia e costituiva nel XVIII secolo una componente fondamentale della vita sociale di chi viveva in città. La lunghezza degli spettacoli rifletteva questa funzione: basti pensare a come i diversi mercanti e nobili nei propri palchi bevessero il caffè e il sorbetto mentre assistevano all’opera. I pezzi musicali più mediocri, nella vicina Repubblica di Venezia, erano proprio chiamati “aria da sorbetto”, perchè li si poteva ascoltare bevendo e chiacchierando del più e del meno.
A partire dagli anni Sessanta del Settecento il Teatro San Pietro migliorò sempre più il proprio repertorio, dando ospitalità ai migliori cantanti di Milano e Napoli: le composizioni dei Maestri del tempo, oggigiorno dimenticati, quali Rampini, Gazzaniga, Notte, Nasolini e Trento si mescolavano a precursori straordinariamente avanti con i tempi, come Salieri, Buranello, Zingarelli, Galluppi, Piccinni, Anfonsi…

Nel 1763 salì agli onori della scena la prima opera scritta espressamente per il Teatro San Pietro: “L’amore in libertà”, musicata da Giacomo Notte, maestro di cappella di Trieste, al servizio del Comune e della cappella di San Giusto. Il nome del poeta restava anonimo, ma dalla criptica dedica del libretto, “Cosa poi infatti sia tutto il Dramma, noi non ardiremo di dirlo, perché lo stesso Celebre Autore per altrui detto lo dichiarò per una Bizzaria Teatrale”, era chiaramente Carlo Goldoni. In realtà infatti il soggetto era “Amore in caricatura”, già rappresentato da Goldoni nel 1761, due anni prima, al Teatro Sant’Angelo di Venezia.
Tra il 1773 e il 1774 è curioso ricordare la visita di Giacomo Casanova, continuamente in fuga da mariti e creditori parimenti inferociti, in attesa della grazia dagli inquisitori della Serenissima. Casanova pernottò nel gran lusso a Trieste, grazie alla sua “loquela spiritosa, e ben erudita” e alle “raccomandazioni massoniche”. Durante il soggiorno triestino preparò una traduzione in ottava rima dell’Iliade, scrisse canzoni, sonetti e odi e una commedia in collaborazione con un amico, Zanetto Jacovitti. Qui pubblicò anche i primi volumi dell’opera “Istoria delle Turbolenze della Polonia” (Gorizia, 1774). Sempre a Trieste, proprio a San Pietro, fu messa in scena la commedia “La forza della vera amicizia”, di Casanova, grazie alla compagnia milanese di Onofrio Paganini.
Nell’ambito dei personaggi misteriosi, il 15 maggio 1775, l’Imperatore Giuseppe II visitava in incognito Trieste, ripartendo quattro giorni dopo per visitare Lipizza.
Oltre al Castello, alla Locanda grande, alla Cattedrale e al Canale, assistette alla sera all’Opera, con il suo Gran Scudiere Conte de Dietrichstein e il General Conte di Nostiz. Nell’occasione i drammi giocosi “La Frascatana” e “Geloso in Cimento” riscossero grande successo. L’Imperatore, pessimista come sempre, scrisse all’Imperatrice (e madre) Maria Teresa, che non era troppo convinto della presunta “ricchezza” di Trieste e come terribile provocazione propose di cederla, assieme a Fiume e “tutto il contingente” alla Serenissima, per riceverne in cambio le città di Brescia, Bergamo e Crema. La proposta era assurda, ma evidenziava bene il carattere anti-teresiano dell’imperatore e nel contempo il suo atteggiamento pericolosamente sfrontato.
Verso gli ultimi decenni del Settecento il Teatro San Pietro seppe cogliere quanti sarebbero divenuti immensi maestri della musica, accogliendo gli spartiti di Mayr, Paisiello, Cimarosa e soprattutto Mozart.

Il Teatro, intanto, andava incontro a sempre più gravi problemi strutturali, con tanto di pareti puntellate e restauri eseguiti in gran fretta. Mentre procedeva la costruzione del Teatro Verdi, il “vecchio” San Pietro diede la sua ultima, gloriosa, stagione: “Orazi e Curiazi” di Domenico Cimarosa, “Giulietta e Romeo” di Nicola Antonio Zingarelli, “Due nozze e un sol marito” di Pietro Carlo Guglielmi e il balletto “Il tempio della morte” di Filippo Beretti. Difficile immaginare conclusione più azzeccata per il San Pietro, che ridivenne così, sigillato, un deposito del Comune.
Il 21 aprile 1801 il Teatro Verdi esordiva con “Ginevra di Scozia” di Simone Mayr e “Annibale in Capua” di Antonio Salieri. Vent’anni dopo (1822), il Teatro San Pietro veniva demolito e calava così il sipario su un frammento dell’eredità rococò e settecentesca di Trieste.


