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venerdì, 2 Dicembre 2022

La storia dell’Armonia – Il teatro triestino di Massimiliano e Carlotta

28.07.2018 – 09.31 – Luigi II di Baviera, costruttore del castello di Neuschwanstein e grande patrono di Wagner, viene ricordato a Trieste per la sua lunga amicizia con la procugina, quella Elisabetta di Wittelsbach oggigiorno famosissima come “Sissi”. La passione di Luigi II, debordante nella mania, per l’opera teatrale, si tradusse nella visione di centinaia e centinaia di repliche negli anni di regno: si è calcolato che il monarca abbia assistito dal 1862, quando a diciassette anni rimase folgorato dalla rappresentazione del Lohengrin, a oltre 250 opere teatrali. La città di Monaco mise in scena, dal 1867 al 1892 (anno di morte di Luigi II: 1886), 147 rappresentazioni di Lohengrin e 131 di Tannhäuser. Possono sembrare numeri straordinari, anche per le orecchie di coloro che sono appassionati del teatro o lo recensiscono di professione: tuttavia nell’ottocento era normale frequentare il teatro e recarcisi non solo per piacere intellettuale, ma per puro intrattenimento.
Va inquadrato in questo contesto il sorgere di così tanti teatri a Trieste nell’ottocento e parallelamente il loro successo tra il popolo. I teatri venivano costruiti in quanto vi era una richiesta dalla popolazione di messa in scena di opere e commedie, di drammi e spettacoli. Il giovane nobile, come Luigi II, o all’opposto, come i giovani del Risorgimento, che andavano a teatro più e più volte, non erano così diversi dagli appassionati di cinema oggigiorno.
Dopotutto, c’è davvero una differenza così profonda, al di là della qualità del prodotto, tra il consumo “in serie” di Luigi II di più opere teatrali nella stessa settimana e oggigiorno il consumo di un’intera serie tv di un cliente di Netflix, con il binge watching?
Certamente si può deplorare una (presunta) volgarizzazione e istupidimento dell’opera di intrattenimento, dall’opera di Wagner nel 1860 alle serie tv odierne: eppure, nelle forme di consumo e nella passione verso un genere, le modalità erano le stesse.
In questa intersezione tra teatro come intrattenimento e teatro nobiliare, è possibile collocare la storia del Teatro Armonia, o Teatro Goldoni.

Il Teatro Armonia – da non confondere con l’omonima Associazione tra le Compagnie Teatrali Triestine – nacque per volontà del patrono e attore dilettante Francesco Hermet, con i finanziamenti di un gruppo di personalità politiche di spicco della prima metà dell’ottocento, tra cui figura il Barone Pasquale Revoltella. L’edificio sorgeva all’incrocio tra la fine di Via del Torrente (oggi Via Carducci) e l’inizio di Via dell’Arcata (zona Largo Barriera Vecchia, ora scomparsa). In altre parole, possiamo collocarlo all’incirca nella zona di Piazza della Legna, ora Piazza Goldoni. Le fonti riportano come luogo il fondo N. 850.
L’edificio fu costruito nel 1857, sulla base di un progetto dell’architetto udinese Andrea Scala e degli ingegneri Giovanni de Gasperi e Francesco Giordani. Teatro straordinariamente bello anche per gli elevati standard dell’epoca, l’Armonia presentava una facciata pesantemente decorata, con uno stilelombardesco”, espresso dalle decorazioni a stucchi e le finestre ad arco. Il pubblico lo definiva, colloquialmente, un teatro “settecentesco”. Senza dubbio a colpire l’attenzione erano le sei statue collocate nella parte superiore: cariatidi nello stile neoclassico, collocate per far risaltare il Teatro, parzialmente nascosto da un edificio vicino.
All’interno, una piccola, ma confortevole sala offriva un loggione di 200 posti, 150 poltrone di platea e 100 palchetti.

La successiva distruzione del Teatro impone purtroppo di affidarsi ai giornali del tempo per avere maggiori dettagli sull’Armonia. In occasione della prima rappresentazione (8 agosto 1857) il giornale “Osservatorio Triestino” è talmente entusiasta dell’edificio da dedicarvi maggiore spazio che allo spettacolo.

“Teatro Armonia”, fotografia di Pietro Opiglia (1912), affreschi di Domenico Fabris, “baccanti”.

Ed anzi, tornando al Teatro, – sono in vena di scuoprir tutto – vi aggiungerò, come sapete, il distinto pittore signor Fabbris pure di Udine dipingerà a fresco il soffitto del più detto Teatro, ma quello che non sapete e che ora vi spifferò si è che sarà un dipinto degno e dell’artista e dello sfarzoso teatro e dell’arte, e che il soggetto è il genio del commercio che incoraggia le scienze e le arti, le quali inghirlandate gli danzano intorno e vanno roteando in mezzo a puttini e angioletti che la è, cioè, la sarà una delizia di vederli: tutto poi si perderà in un Olimpo di parvenze illuminate e sfumanti fin sotto al vano del lampadario. O’tredici di Giugno, io te lo chieggo in ginocchio, vorrai tu privarci dal vedere si belle cose? Mai no!

Il giornale “L’Annotatore friulano” descrisse con dovizia di dettagli l’affresco, interessante nella misura in cui propone un’alternativa pagana a San Giusto, nella forma del dio Mercurio, appropriatamente dio del commercio e come tale patrono di Trieste.

rinchiuso entro ricchissima cornice si mostra il magnifico affresco del Fabris, rappresentante sopra un fondo di cielo Mercurio, il dio del commercio, che viene incoronato dalle muse, e festeggiato da una lunga schiera di baccanti seminude, che mediante ghirlande di fiori tra loro unite, intrecciano balli in giro; mentre in parte del cielo più alta una brigatella di angioletti partecipa con altra danza alla comune letizia. Questo dipinto riesce d’un effetto meraviglioso: avvegnacché la bella proporzione e distacco delle figure, la squisitezza delle loro forme seducenti, l’armonica intonazione e felice impasto dei colori, rendono un tutto così bello e attraente, da far degno compimento alla sottoposta leggiadrissima sala

Come osserva Massimo De Grassi nella bella dissertazione “Domenico Fabris, Angelo Cameroni e Luigi Tommasi nel teatro L’Armonia di Trieste”, gli spettatori erano rimasti piacevolmente sorpresi dalle “baccanti seminude” e i giornali avevano sottolineato scherzosamente la carica erotica dell’affresco. C’è un’involontaria ironia in tutto ciò, perchè Fabris nello stesso periodo era impegnato a dipingere un ciclo religioso di affreschi nel paesino di Enemonzo, per la chiesa dei Santi Ilario e Taziano.

“Teatro Armonia”, fotografia di Pietro Opiglia (1912), affreschi di Domenico Fabris, “putti”.

In seguito all’esordio nel 1857 con il “Poliuto” di Donizetti, il Teatro Armonia divenne il luogo per eccellenza della Società Filarmonico-Drammatica, dopo aver abbandonato il Teatro dell’acquedotto.
Il Teatro non era specializzato, al contrario dell’Anfiteatro Mauroner, ma ospitava un po’ di tutto: lirica, prosa, concerti, spettacoli d’arte, balletti e persino veglioni mascherati. La lirica restava però predominante, con cicli dedicati ai compositori all’epoca più in voga: Verdi, Bizet, Donizetti, Mercadante, Cagni e tanti altri…
L’Armonia ebbe il privilegio di ospitare nel maggio 1859 la prima assoluta dell’opera “Il diavolo a quattro”, di Luigi Ricci: il noto compositore era emigrato a Trieste nel 1847 da Napoli, divenendo concertatore al Teatro Grande e Maestro di cappella alla Cattedrale di San Giusto. Vedere la sua opera messa in scena all’Armonia rimase una delle sue ultime gioie prima della morte, avvenuta pochi mesi dopo.

Verso gli inizi del Novecento l’Armonia continuò a essere in attività, anche se leggermente danneggiato dagli anni e sottoposto alla concorrenza del Politeama Rossetti; nel 1907, fu rinominato Teatro Goldoni, sotto la guida di Emilio Zago. Nonostante le proteste della popolazione, verrà demolito, come tanti altri teatri, nel 1912. Mentre dell’aspetto del teatro rimangono purtroppo solo un gruppo di fotografie e disegni, alcuni dei lacerti decorativi furono recuperati e successivamente esposti al Civico Museo Teatrale Carlo Schmidl.
La maggiore eredità del Teatro rimangono tuttavia le statue, le sei cariatidi esposte sulla facciata: rimosse e salvate perchè considerate di pregio, furono ricollocate all’entrata del pianoterra della Casa delle Cariatidi, ora un residence, a Muggia (Via Flavia di Stramare, 129). Il giornale filoaustriaco “Il Diavoletto”, riportava nel 1857 il nome dello scultore: il veneziano Angelo Cameroni (1817-1867). E’ un autore che ha lasciato tante tracce delle sue opere a Trieste e in Veneto, dalle quattro statue sulla facciata del Museo Revoltella rivolta verso Piazza Venezia, alla Madonna della Navigazione sulla facciata del Castello di Miramare, alle allegorie della Giustizia e della Pace posizionate ai lati del medaglione esposto sulla facciata del Ferdinandeo, fino ai tanti monumenti funerari presso il Cimitero. Le cariatidi dell’Armonia non rappresentano certo il meglio della sua produzione, ma rimangono reperti preziosi, completamente abbandonate all’incuria degli eventi atmosferici.

Mentre l’Anfiteatro Mauroner era il teatro del popolo, il Teatro Filo Drammatico il luogo delle commedie, il Teatro Grande il ritrovo borghese e infine il Politeama Rossetti il “nuovo” che avanza(va), l’Armonia era considerato il teatro nobile: un ritrovo di spiriti affini, di triestini “eletti”. Qui, secondo le voci, era possibile trovare l’arciduca Massimiliano d’Asburgo e la consorte Carlotta, intenti a guardare una delle tante tragedie del periodo, ignari che la loro stessa vita avrebbe presto sorpassato in dolore e romanticismo la finzione del palcoscenico.

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Zeno Saracino
Zeno Saracinohttps://www.triesteallnews.it
Giornalista pubblicista. Blog personale: https://zenosaracino.blogspot.com/

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