“A Sarajevo il 28 giugno”, lo spettro dell’attentato all’Arciduca si aggira per il Castello di San Giusto

19.06.2018 – 08.15 – Un viaggio indietro nel tempo, alla ricerca di un “perchè” senza risposta: questo, in sintesi, il messaggio finale dello spettacolo “A Sarajevo il 28 giugno”, presentato per la prima volta in anteprima assoluta al Castello di San Giusto lo scorso 16 giugno, ore 21.15, dopo una fortunata tournée al Museo Henriquez nell’occasione del centenario (1914-2014).
Innovativa commistione tra dramma, esperienza interattiva e visita museale, “A Sarajevo il 28 giugno” propone un’impegnativa riflessione sull’assassinio di Francesco Ferdinando ad opera di Gavrilo Princip, attraverso l’originale medium di cinque testimonianze storiche, “interviste impossibili”, recitate con passione da cinque professionisti teatrali.
Un sacerdote di Sarajevo introduce con voce tremante e commossa gli antecedenti all’attentato, dal primo (fallito) tentativo, ai cittadini devastati dalle schegge della bomba, allo sparo di Gavrilo Princip che “accese” la polveriera europea.
Un ingegnere col pallino della storia, davanti a un tavolo ingombro di carte, schemi e rimpianti, elenca luogo e situazione dell’attentato, soffermandosi sui tanti “se” che avrebbero potuto salvare l’Arciduca. La paranoia delle statistiche si mescola alla superstizione dei fatti storici, concludendosi con una sconsolata riflessione sulla natura distruttiva della tecnica, evidente già in quel lontano 28 giugno dall’uso dell’automobile di Francesco Ferdinando.
La giovane figlia di un militare ricorda, dall’alto della terrazza del castello, le crudeltà e le meschinità della corte asburgica che seguirono all’assassinio di Ferdinando: dal tentativo di nascondere la morte dell’Arciduca, considerata vergognosa, alla diversa grandezza delle bare in virtù delle origini borghesi della moglie Sofia, infine all’inumazione stessa, con una pioggia battente, sotto lo sguardo depresso del castello Artstetten.
Coll’animo rattristito per l’infausta sorte dell’Arciduca, gli spettatori si dirigono dunque nella Sala dei Cannoni, dove un anziano medico, cartella alla mano, ricorda gli ultimi giorni del “terrorista” Gavrilo Princip. Per il giudice, troppo terribile l’atto per ricevere attenuanti, ma dall’altro, troppo giovane lo stesso Gavrilo, appena diciottenne, per ricevere la pena marziale. Il medico offre un’opposta testimonianza, il ritratto simpatetico di un eroe della Serbia immolatosi per un ideale.
Rasserena, infine, dopo tante sventure e rimpianti, il ricordo di un’anziana nobildonna austroungarica, emigrata in America nel 1904, il cui marito paradossalmente arriva a combattere per gli americani contro i suoi stessi parenti rimasti nell’Impero Austriaco. La notizia dell’attentato di Sarajevo giunge alla famiglia americana come una curiosità esotica, il dramma di un luogo lontano e dimenticato, proprio di un’incomprensibile Europa contrapposta al dinamismo della “giovane” America. Il passaggio generazionale e geografico, dalla nobiltà alla borghesia imprenditoriale, dalla monarchia alla repubblica, dall’Europa all’America, suggella così nel finale l’irrimediabile tramonto di un’era.

A Sarajevo il 28 giugno” dimostra, nel suo svolgersi, molteplici livelli di lettura, dalla semplice nostalgia asburgica, sempre vivissima a Trieste, all’interesse storico per la vicenda, narrata con piglio divulgativo, ma non esente dagli approfondimenti, arrivando a una riflessione a trecentosessanta sulla Storia.
Gli spettatori, o in questo caso sarebbe meglio appellarli come visitatori, muovendosi nelle diverse stanze del castello, vengono inizialmente accolti nel cortile dalla voce registrata e incorporea dell’introduzione, dove si annuncia il sistema delle interviste impossibili, delle cinque testimonianze sull’attentato, disperse in altrettanti punti del Castello.
Un prologo che non risparmia posizioni pericolose, almeno per il sottoscritto che è storico; si parla di testimonianze dirette, di storia “vera”, “autentica” e nel contempo di storia come narrazione, modalità evidente dalla struttura stessa della visita. La rievocazione addolorata dei morti nel conflitto mondiale non risparmia per altro il fronte austriaco e con i “nevosi Carpazi” quella linea di trincea in Galizia dove pure morirono tanti italiani d’Austria, combattendo contro la tirannia zarista. Si ricerca pertanto già nell’introduzione una panoramica quanto mai completa degli avversari in campo e delle diverse forze che cospirarono per giungere a quel tragico attentato e quell’ancor più tragica “Grande Guerra”.
Il personale di stanza al Castello accompagna e segue i visitatori; tuttavia nel suo insieme si mantiene invisibile, dietro le quinte, e la visita procede pertanto con naturalezza, senza dover indicare ai “viaggiatori” del tempo dove andare o cosa fare. Il dramma di Sarajevo dagli occhi di un ecclesiastico sopra le parti in causa viene adeguatamente introdotto nell’antica cappella; alla conclusione di ogni testimonianza, violenti spari di fucile seguono alla musica di Johann Strauss figlio e Franz Schubert, che accompagnano i visitatori mentre salgono le scale e incontrano l’attore “ingegnere”, nella sala Caprin. Riuscitissima l’azzeccata finzione del rumore di una nave in transito, al momento per l’attore di affacciarsi alla finestra, così come il continuo elenco, quasi ipnotico, di dati e statistiche relative al 28 giugno. Se l’intervista impossibile con il sacerdote lasciava ancora in dubbio sulla natura teatrale dello spettacolo, la seconda parte dimostra a tutti gli effetti il formato altamente innovativo della proposta, dove l’attore, a stretto contatto con il pubblico, ha così modo di esibire una recitazione viscerale e “sentita”.
L’espediente del terrazzo, dal sapore shakespeariano, introduce il ricordo dei funerali dell’Arciduca, nell’appropriata rivisitazione di un lungo viaggio da Sarajevo, a Trieste, a Vienna. La geografia degli spazi viene adeguatamente rispecchiata dalla vista sul mare e sulla città permessa dal Castello; l’ampiezza della narrazione si riflette nella dilatazione delle distanze.
La Sala dei Cannoni evoca un’atmosfera sepolcrale, umidiccia, lontana dalla rievocazione (quasi) fiabesca precedente; avvolto in un impermeabile proprio di un burocrate, il medico rievoca con parole secche, dubbiose e addolorate la vicenda di Gavrilo. Il passaggio dalla prospettiva asburgica a quella serba sortisce l’effetto di una secchiata fredda, di un brusco risveglio alla realtà: Gavrilo appare descritto come un ragazzino imbevuto di ideali mazziniani, ansioso di bruciare come una falena per la fiamma nazionalista. E tuttavia affiorano qui e lì, nella narrazione spezzata del medico, commoventi sprazzi di gioventù, dalla sofferenza di non poter leggere un libro in carcere, al rimorso per aver sparato all’arciduchessa Sofia.
Accoccolati infine sulle sedie dinanzi al palco nell’atrio del Castello, la quinta parte offre la riconciliazione di una nobile emigrata in America. Il personaggio di Polyxena Singer, interpretato da un’Ariella Reggio pienamente immedesimata nella parte, offre i pettegolezzi e le leggerezze di gioventù proprie di una nobile nell’Austria a inizi ‘900, mentre con la scelta di emigrare negli Stati Uniti il ricordo dell’Impero sbiadisce nuovamente a dimensioni (quasi) fantastiche, irreali. La Reggio risulta particolarmente abile nel delineare la confusione quasi accidentale di una nobile che alterna ricordi della Prima e della Seconda Guerra Mondiale, estranea e lontana da eventi storici così vivi e contemporanei nelle prime quattro “interviste”.
Una conclusione semplicemente perfetta nello sciogliere nodi e dilemmi storici così apparentemente stretti e irrisolvibili nelle precedenti testimonianze.

Lo spettacolo nell’insieme funziona egregiamente, senza pause o distacchi tra le diverse testimonianze. E’ richiesta una certa prestanza fisica, nella misura in cui si rimane in piedi e all’aperto per un paio d’ore; chiaramente non un ostacolo, ma tra scale e discese, chi soffre di problemi di salute potrebbe risentirne. In ogni caso lo spettacolo si svolge con una certa lentezza, accontentando per altro lo sguardo sui panorami e le esposizioni del Castello. Se le prime due testimonianze appaiono nell’insieme fluide e interconnesse tra loro, c’è un certo stacco, spaziale e narrativo, nella terza testimonianza, che rinuncia per altro alla vicinanza degli spettatori con la soluzione suggestiva del terrazzo. Il frastuono dei concerti e delle feste in Piazza dell’Unità, assieme all’inevitabile chiacchiericcio del bar del Castello, purtroppo danneggia leggermente la performance teatrale. Azzeccato, sebbene innegabilmente lugubre, il resoconto di Gavrilo, a cui invece non corrisponde un’adeguata connessione con il finale di Polyxena. Si deve infatti giudicare eccessivo il passaggio emozionale dalla morte di Gavrilo, denutrito e monco di un braccio, alle corbellerie giovanili alla corte asburgica nell’ultima intervista. Il carattere “storico” dello spettacolo richiede anche un certo interesse attivo negli spettatori: il tono romanzesco non detrae da una cascata di nomi, date e luoghi geografici, che ai meno attenti potrebbe risultare disorientante. Sono però questi piccoli difetti che non detraggono dall’immenso valore della produzione, autentico passepartout inclassificabile di generi, multiforme e camaleontico a seconda delle parti e della prospettiva adottata. Un’esperienza unica, arricchita dall’ulteriore storicità del Castello.