Trieste: nazione, lavoro e sicurezza come priorità. Intervista a Claudio Giacomelli

24.02.2018 | 10.12 – Claudio Giacomelli come uomo, e come uomo politico. Suo padre Sergio Giacomelli, recentemente scomparso, è stato una figura di spicco della politica triestina e non solo. L’influenza, sulle sue scelte e sulla sua carriera, di suo padre?

Certo mio padre è stato fondamentale nelle mie scelte, più con il suo esempio di vita che per imposizioni. Una figura che ho ammirato moltissimo. Poi è anche vero che mio fratello, ad esempio, non ha mai fatto politica, e altri della mia famiglia non se ne sono mai interessati. Alla fine ci deve essere uno slancio comunque del tutto personale, quindi.

Lei, però, non si candida alle elezioni nazionali.
No; intendo, per ora e credo ancora per diversi anni, continuare a lavorare qui a Trieste e in Regione; credo ci sia moltissimo da fare per la nostra terra.

Com’è iniziata la sua carriera politica?
Mi avvicinai alla politica alle scuole superiori e mi iscrissi subito al Fronte delle Gioventù. Per passione. Anni diversi; un modo di fare politica completamente diverso da quello di oggi.

Ricorda il motivo? Che cosa la spinse verso la politica?
Erano forti i ricordi dell’esperienza di bambino, negli anni Settanta. Le telefonate a mio padre, di notte, dalle madri in lacrime perché i figli avevano bisogno di un avvocato; mio padre che si metteva il cappotto e correva fuori, chiamato da quello che considerava un suo dovere. Cose che mi avevano molto colpito. È importante ricordare come essere del Movimento Sociale, del Fronte della Gioventù, in quegli anni fosse qualcosa che non dava alcuna convenienza nella vita. Molti rischiavano la carriera, gli studi, la famiglia.. in alcune parti d’Italia la vita stessa. Ricordo un gioco che faceva molto ridere me e mio fratello… mia madre, però non rideva: prima di andare a dormire si arrotolava il tappeto e lo si metteva contro la porta. Mia madre e mio padre pensavano ai fratelli Mattei bruciati vivi, a Roma, versando la benzina sotto la porta di casa; noi bambini non capivamo. Le voci sconosciute, al telefono fisso, che minacciavano mio padre anche se a rispondere era solo un bambino di 7/8 anni. Ecco, vedere quanto era forte il sentire degli uomini di allora, che rischiavano tutto per un’idea, è stata una leva potente. Così come vedere come a tutt’oggi, quel forte sentire, quell’assoluta buona fede, non sia riconosciuta da gran parte del mondo esterno.

Fronte della Gioventù a Trieste. In quegli anni molti associavano l’immagine di quei ragazzi a quella di un gruppo violento. Fascista.
Io mi dedicavo molto agli studi di scuola e università, all’epoca, e certo ci sono persone con una militanza più importante della mia che potrebbero descrivere meglio quel periodo. Io ho percepito soprattutto la grande importanza che tutti davano all’avere una forte tradizione giovanile, e il Fronte era una comunità, un tipo di scuola di vita. I miei anni furono già anni tranquilli, oramai; moltissime cose erano cambiate, la contrapposizione violenta fra destra e sinistra aveva lasciato il posto a una comprensione matura della politica. Il Fronte della Gioventù non era solo una stanza nella sede di un partito; i giovani avevano una loro sede, potevano organizzarsi, confrontarsi, fare musica, inventare volantini; tutto era basato proprio sull’incontro, sulla fantasia e sul fare tutte le cose assieme. Oggi i giovani dimostrano di avere passioni molto individuali, che esprimono su Internet, su Facebook, nelle relazioni online.

Oggi è molto diverso da allora?
Oggi l’importanza di incontrarsi è molta meno. La comunità era, allora, la cosa fondamentale. La tradizione giovanile d’incontro la ritrovo però in Fratelli D’Italia. È il partito di gran lunga più giovane del parlamento. A Trieste, Fratelli D’Italia è stato fondato da Nicole Matteoni, a venticinque anni. A Trieste abbiamo fatto la scelta di aprire una sede al piano terra, e di tenerla aperta ogni giorno dal lunedì al venerdì mettendo a disposizione lo sportello di aiuto gratuito per gli italiani in difficoltà. Ancora una volta una scelta di comunità, di contatto umano, di aiuto alla comunità italiana. Tutto in auto-tassazione, comprese le spese della sede. Forse sì, sono un po’ cose di altri tempi. Alle quali non vogliamo rinunciare. Non saremo mai un movimento virtuale, che esiste solo sui giornali e sui social.

Può ritornare, questo spirito di comunità, anche nel mondo di Internet e della società liquida?
Noi ce l’abbiamo fatta. E credo stiano cambiando i tempi rispetto a una politica insipida come quella degli anni Novanta, nella quale i partiti sembravano un po’ tutti uguali. Siamo in un momento nel quale, nel bene o nel male, la politica dà sentimenti forti e porta contrapposizioni forti ma anche un nuovo senso d’interesse, di partecipazione. Io credo che l’impegno politico delle persone – di sempre più persone – tornerà. Che sia per il proprio quartiere, o la propria città. E non dev’essere per forza attività politica: la politica non si fa solo nelle aule, si fa nelle piazze, nelle strade e nei rioni.

Destra e sinistra. Cosa sono, oggi, destra e sinistra?
Oggi i concetti di destra e sinistra sono più che altro approssimazioni, concetti profondamente in crisi.

Ma se dovesse dire qualcosa di più della destra?
In Italia di tradizioni di “destra” ne potremmo individuare almeno tre. Quella Cattolica, quella Liberale e quella Nazionale e Sociale. Quest’ultima naturalmente porta valori che nel dopoguerra si sono incarnati nel Movimento Sociale Italiano. Ma il concetto di destra e sinistra è un concetto utile oggi più che altro a fini giornalistici. Direi così. Spesso serve per lanciare degli schemi facili, che si possano capire al volo.
Oggi Fratelli d’Italia si concentra sui temi dell’interesse nazionale come punto di riferimento e non per nulla ha scelto come slogan “appello ai Patrioti”, il concetto di Patria. Lanciamo questioni come quella sovranità nazionale rispetto ai poteri sovranazionali, una politica sociale rivolta alla tutela dei cittadini italiani, alla protezione del “made in Italy”, al lavoro, alla tutela delle famiglie, delle nostre imprese, della nostra terra, del suo stile di vita e della sua sicurezza. Più che un’etichetta “destra”, quindi, diventa una questione di Patria.

E se dovesse dire qualcosa di più della sinistra?
Francamente nel Partito Democratico di oggi non vedo più nulla della tradizione della sinistra italiana. Non vedo nel PD più nulla si sociale, non vedo nessuna tutela degli Italiani in difficoltà, nessuna tutela dei lavoratori, nessuna protezione delle nostre imprese (salvo naturalmente quelle bancarie). La tradizione della sinistra italiana è morta, uccisa da Matteo Renzi. Restano i comunisti veri, ma sono marginali.

La deriva verso l’estrema destra, in Europa, fa paura. È veramente possibile?
Credo che la reale rilevanza di quei partiti che sono realmente estremi, specie nel Nord Europa, sia davvero estremizzata dai giornali. Oggi come oggi, anche in Italia, stanno cercando di convincerci che il problema più importante del Paese sia il Fascismo/Antifascismo. Mi pare pazzesco. In Italia c’è un problema di occupazione, di casa, di sicurezza, di tutela dell’impresa che dà lavoro, di famiglia, di natalità, delle piccole partite IVA. Gli Italiani devono votare per la Camera dei Deputati e per il Senato e si cerca in tutti i modi di distogliere la loro attenzione dai problemi reali del Paese. Questa assurda corsa a tornare agli “anni di piombo” è una speculazione folle di partiti che non hanno niente altro da dire agli Italiani.

Lei hai studiato legge. Era già un progetto di vita futura?
Ho studiato legge già avendo in mente l’idea di diventare avvocato. E poi, sicuramente, a indirizzarmi, da bambino, fu un grosso equivoco: mio padre aveva uno studio in affitto in un palazzo delle Assicurazioni Generali, e di fronte a questo grande portone di ferro battuto con un grande disco d’oro al centro e la scritta: “A.G.” per me bambino diventò: “Avvocato Giacomelli”! Nessun dubbio! “Un giorno anch’io avrò il mio portone”. [sorride] Poi naturalmente avere uno studio legale in famiglia mi ha aiutato tantissimo. Ricordo ragazzi molto in gamba della facoltà di Giurisprudenza che non avevano la mia fortuna e che hanno dovuto fare molti più sforzi di me per emergere.

Non vede quindi un suo futuro da politico di professione?
Io non ho mai smesso di lavorare né ho intenzione di farlo. Trovo che quando ci siano il lavoro con cui si mantiene la famiglia, la casa, se stessi, la passione per la politica diventi una scelta più libera. Ciò non vuol dire che non ci sia bisogno di professionisti della politica: sicuramente chi è impegnato in Parlamento, chi è segretario nazionale di un partito non può fare altro, non ne ha modo. Ma io preferisco vivere il mio impegno politico in questo modo

Cosa pensa di Internet, dei Social Network?
Sono uno strumento, oggi indispensabile, per la diffusione delle idee. A volte vedo delle derive veramente spiacevoli; spesso, le persone scrivono e commentano sui Social Network senza rendersi conto di ciò che dicono e delle conseguenze. Dei social non sopporto le minacce e disprezzo gli utenti anonimi che le fanno: a certi commenti e frasi non rispondo mai; con Facebook quindi amore-odio.

La sua passione più grande? Oltre alla politica.
Oltre alla politica? Calcio e cinema. Al cinema non vado quanto vorrei, gli impegni sono tanti; riesco però sempre a trovare il tempo per un buon libro.

Che cosa legge?
A turno un saggio, una biografia e un romanzo: storia, biografie di grandi uomini o di musicisti con le loro vite straordinarie, epoi romanzi Fantasy. Sono di gran lunga i generi che leggo più spesso.

Lei ha fatto, a Trieste, nel passato recente, un grosso lavoro orientato all’aggiornamento tecnologico dell’infrastruttura cittadina.
Sono ancora oggi molto contento di aver introdotto il primo Wi-Fi pubblico gratuito a Trieste e la giunta Cosolini, successivamente, ha fatto un buon lavoro di ampliamento e potenziamento di quanto era stato iniziato. Questa innovazione precedeva la problematica manifestatasi con i richiedenti asilo, e quindi, ora, forse ci sarebbe necessità di una gestione diversa: l’accesso libero a Internet rischia di essere un elemento di degrado in alcune aree anziché di utilità. È un settore in crescita che credo sarà portato avanti bene, è fondamentale che determinati servizi siano disponibili online e che l’amministrazione pubblica sia più vicina al cittadino facilitandolo nella gestione dei rapporti, nella presentazione di domande e nell’ottenimento di dati. E alcune ‘App’, soprattutto quelle utilizzate a fini turistici, vanno sicuramente sviluppate. Non va dimenticato, però, che siamo la città più anziana d’Italia e una evoluzione verso Internet non è facile: i servizi tradizionali non vanno sguarniti per privilegiare quelli su Internet. Internet non rende, automaticamente, più semplici le cose solo per il fatto di esistere.

L’amministrazione pubblica Italiana risulta molto indietro nell’applicazione dell’Agenda Digitale. Che cosa ne pensa?
Francamente la pubblica amministrazione italiana è molto indietro in moltissimi campi. Personalmente non sono un fanatico dell’agenda digitale; credo che la cosa fondamentale non siano il digitale o la digitalizzazione di per sé stessa, ma l’agevolazione al cittadino e all’impresa, sia essa fatta con il digitale o in maniera tradizionale. Ciò per cui dobbiamo sicuramente lavorare è per avere, un giorno, la possibilità per l’azienda di poter avere su un unico sito, con un unico accreditamento, la possibilità di poter espletare in una volta sola tutte le pratiche necessarie alla sua attività. Devo dire che l’amministrazione pubblica italiana, in questo contesto, non ha fatto passi da gigante; devo dire allo stesso tempo che il Friuli Venezia Giulia è una regione in cui si è fatto tanto e la situazione è abbastanza buona.

Si occuperebbe ancora di tecnologia?
Si. Sicuramente mi piace come settore, me ne occuperei ancora con piacere. Ci sono però attualmente idee e programmi in Fratelli D’Italia che mi piacciono ancora di più e che sto seguendo. Stiamo lavorando sia sul piano nazionale che su quello locale su lavoro, casa e sicurezza, cose che sentiamo particolarmente importanti; senza dimenticare la tecnologia, lavorandoci però con un ritmo diverso. Il lavoro è ora la cosa più importante.

Cosa pensa della situazione occupazionale, del problema lavoro a Trieste?
Trieste ha avuto un aumento della disoccupazione, negli ultimi cinque anni, che è un dato certo. La situazione è la più delicata da trent’anni: la città ha grossi bacini di posti fissi: Comune, Provincia, Regione, tribunale. Le Assicurazioni Generali. L’argomento è quindi centrale: una delle spade di Damocle che pende su Trieste è lo spostamento – lo si sa, è oggetto di discussione sindacale – delle Assicurazioni Generali a Milano e su questo tema l’impegno e l’attenzione di un parlamentare triestino, chiunque sia e di qualsiasi partito, dev’essere prioritario. L’attenzione per i grandi gruppi deve essere massima fornendo naturalmente a loro ciò di cui c’è bisogno, per prima cosa i collegamenti: abbiamo un aeroporto non ancora collegato su rotaia alla città. I collegamenti su rotaia e in volo vanno sicuramente potenziati, è una cosa certa, e il potenziamento può aiutare a mantenere Trieste interessante per le grandi aziende.

Che cosa si sta facendo per affrontare il problema occupazionale?
Si confida molto sulle nuove attività portuali e il Punto Franco e spero sia una fiducia ben riposta. Abbiamo chiesto se i nuovi posti di lavoro che si possono creare nelle attività portuali siano in grado di rispondere a crisi industriali complesse compresa la Ferriera; il presidente D’Agostino ci ha risposto di sì, e questa è stata una buona notizia.
C’è, inoltre, un grosso problema di concorrenza con le aziende d’oltre confine e di delocalizzazione delle imprese. Sono importanti le politiche regionali e quelle nazionali: una proposta che abbiamo portato avanti sono la de-tassazione locale per chi assume, fino a zero tasse locali, e questa proposta ha avuto il sostegno, in alcuni comuni, anche del Partito Democratico. Io ritengo che chi si ritrova a lavorare in zone molto vicine alla Slovenia, che ha un regime di tassazione molto più favorevole, vada agevolato il più possibile, e i controlli vadano potenziati. Spesso chi de-localizza l’azienda in Slovenia continua a lavorare a Trieste e a fare concorrenza alle imprese locali; le norme europee, però, dicono diversamente in tema di obblighi, e i controlli vanno messi in atto.

Il congresso di Fratelli D’Italia a Trieste ha avuto molto successo.
Il merito più grande va a tutte le persone che hanno contribuito all’organizzazione; il congresso ha coinvolto 4000 persone ed è stata un’esperienza stupenda. Abbiamo toccato con mano quella difficoltà d’organizzazione del turismo congressuale a Trieste di cui si è già parlato negli ultimi anni. Su questo, come città, dobbiamo lavorare: se il pubblico è non già di 4000 persone ma di 7 o 800, non si riesce più a trovare una sala adatta. L’offerta alberghiera è stata molto potenziata rispetto al passato ed è buona, manca però il resto. Per diventare davvero una città di congressi a livello nazionale ci vuole una diversa capacità logistica e occorrono strutture.

La cosa più bella che ricorda del congresso?
La più bella è stata intervenire di fronte al pubblico al Palarubini parlando subito prima di Giorgia Meloni; c’eravamo riusciti, il congresso a Trieste era diventato realtà e la sensazione di non potercela fare in tempo era alle spalle. Il momento più emozionante è stato quando ho visto scorrere dietro di me un filmato d’apertura con le immagini di mio padre e la scritta: “Ciao Sergio”, e l’applauso. Non lo sapevo, non mi era stato detto, e mi ha lasciato senza parole, pieno di emozioni.

Cosa la colpisce di più di Giorgia Meloni?
Sicuramente la fortissima carica, l’ideale, e il coraggio. C’è un bellissimo ritratto su “Libero”. Giorgia Meloni è stata la prima donna ad aver fondato un partito, e la prima ragazza a esser diventata segretario di Azione Giovani. Con Giorgia Meloni ho cenato assieme: in autogrill, con un panino dopo una giornata di lavoro. Non si è dimenticata com’è iniziato tutto e di com’erano le cose quando lavorava per pagarsi gli studi.

La Ferriera va chiusa?
Si. Va chiusa sicuramente l’area a caldo. Non possiamo continuare ad avere, in città, una realtà di quel genere; ricordo bene i colloqui con Arvedi e le assicurazioni in merito a come l’apertura del laminatoio avrebbe permesso di riconvertire completamente lo stabilimento senza perdere un solo posto di lavoro. Mi piacerebbe veder aprire subito un tavolo che dia chiarezza sulla ricollocazione degli operai. I dibattiti, invece, da quattro o cinque anni mi sembrano essersi fermati.

Il problema dell’immigrazione?
Non siamo in grado, come paese, di gestire l’attuale livello d’immigrazione né da un punto di vista economico né sul piano sociale. La situazione di Trieste e del Friuli Venezia Giulia è anche in questo caso particolarissima e se ne parla molto poco: non abbiamo migranti della rotta mediterranea ma della rotta balcanica. Se i trattati internazionali fossero applicati correttamente non ne avremmo neanche uno, perché gli unici migranti ad approdare, letteralmente, a Trieste sono quelli che vivono situazioni tragiche nascosti nei container che arrivano in porto. Il Trattato di Dublino sancisce che il primo paese ad avere dovere di accoglienza è quello in cui per primo i migranti mettono piede: questo trattato viene sbattuto in faccia all’Italia da anni per ciò che riguarda i migranti della rotta mediterranea come i nigeriani, gli etiopi, i nordafricani che sbarcano a sud. In Friuli Venezia Giulia, però, tranne i pochi del porto di Trieste arrivano via terra: arrivano attraversando, quindi, sempre un paese Schengen. Che sia l’Austria o che sia la Slovenia. Potremmo quindi fare ciò che fa l’Austria sul Brennero e la Francia a Ventimiglia: rispedirli indietro in quei due paesi, proprio secondo quegli stessi trattati bilaterali. Non si fa perché gli interessi a livello strategico, nella gestione dell’immigrazione, sono diversi, e il problema rimane quindi da gestire localmente. Ma non può continuare a essere così.

Cosa ama, di più, della sua città, Trieste?
Lo spirito triestino.

Cosa farà domani?
Di giorno lavorerò e poi starò con la mia famiglia. E la notte mi dedicherò alla politica.

La ringrazio.

[Claudio Giacomelli, laureato in giurisprudenza e avvocato, è nato a Trieste il 14 novembre 1973. È stato, con Alleanza Nazionale, consigliere comunale e assessore al demanio e patrimonio del Comune di Trieste. All’Assemblea Nazionale di Fratelli d’Italia tenutasi a Bologna il 13 gennaio, Claudio Giacomelli, è stato eletto nella Direzione Nazionale del movimento di Giorgia Meloni.]

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Roberto Srelz
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Giornalista iscritto all'Ordine del Friuli Venezia Giulia

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