15.2.2017 | 8.33 – «Ma che meraviglia, pensai, scrivere una pièce senza alcuna transizione, con un dialogo che balzasse da un osso all’altro di uno scheletro, oggetto di aggiunte incessanti, un organismo essenziale quanto una foglia, spoglio come quello di una formica. (…) Trovare una forma che mostrasse passato e presente insieme, senza mai interrompere né l’uno né l’altro, invece di rappresentare un susseguirsi di eventi in una determinata sequenza temporale» Arthur Miller (in “Svolte – La mia vita”) ricorda così le riflessioni che lo abitavano prima di scrivere “Morte di un commesso viaggiatore”, uno dei vertici della sua drammaturgia, capolavoro ospite del teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia nella bella edizione firmata da Elio De Capitani per il Teatro dell’Elfo.
“Morte di un commesso viaggiatore” sarà in scena al Politeama Rossetti per la Stagione Prosa da mercoledì 15 a domenica 19 febbraio, sempre alle 20.30 tranne che per la pomeridiana di domenica. L’autore porta a compimento il dramma nel 1949 e vi ricostruisce gli ultimi due giorni di vita di Willy Loman, un self-made man convinto assertore del sogno americano, da cui si trova però improvvisamente escluso, alla fine della carriera. L’architettura drammaturgica della pièce concretizza proprio le riflessioni dell’autore e in un continuo sfumare di piani, fra passato e presente, pone sulla scena del Novecento una struttura molto nuova da un lato, e dall’altro una storia che cattura il pubblico, con la forza di una tragedia classica, fino al compimento di un destino che sembra sempre più ineluttabile. Il sortilegio si compie anche oggi, a quasi settant’anni dalla prima rappresentazione, tanto che l’applaudita edizione – che Elio De Capitani firma come regista e sostiene nel ruolo del titolo – viene riproposta per la terza stagione consecutiva, forte della mutevole scenografia di Carlo Sala, di una regia limpida e incisiva e le prove degli interpreti, tutte intimamente intense.
Se negli anni di Miller a calamitare l’attenzione era soprattutto la denuncia dei limiti e delle ombre di una società sempre più votata al consumo, al guadagno, dove le sole cose che si posseggono sono quelle “che si possono vendere”, oggi invece colpisce le platee la rappresentazione obiettiva e drammatica di un meccanismo che produce solo bugie e sulle bugie tenta di reggersi. È ciò che ha fatto Willy Loman, spendendo la vita nella rincorsa del successo professionale e nell’aspirazione alla “popolarità” per sé e per i propri figli, Biff e Happy, proiettando in loro aspettative e fallimenti, fino a minarne l’equilibrio e la felicità. Ma quel sistema che Lomann ha sempre idolatrato, ora – quando a 63 anni ha difficoltà a piazzare la merce, ad affrontare le lunghe trasferte che un tempo viveva come meravigliose avventure, a illudersi e illudere il prossimo – lo rifiuta e lo abbandona davanti alle rovine del castello di sogni e bugie che si era costruito. Un destino crudele, a cui tenta di giocare un estremo “scacco” per restituire un ultimo respiro di dignità e benessere alla famiglia: a costo della sua vita.
«Sto scavando da anni nella psiche dei bugiardi cronici – commenta Elio De Capitani nelle sue note di regia – dal “Caimano” di Moretti al Roy Cohn di “Angels in America”, fino al povero Hector di “History boys” – la più innocente di queste figure di uomini che mentono a se stessi – e ora aggiungo queste due figure imponenti. Specchiarmi nella complessità del mentire, come riflesso in negativo del nostro connaturato istinto di conservazione, mi sembra una necessità di questi tempi, anche se è da secoli la nostra malattia nazionale. Ma ora, che siamo in una fase acuta dell’epidemia (e se non ci curiamo, non ne usciremo mai), grazie a Vonnegut e Arthur Miller intuisco che il senso ultimo del nodo culturale ed esistenziale che avviluppa il nostro paese non è l’apparenza, il far finta, ma l’intreccio tra far finta e sopravvivere, l’intreccio tra noi e il bisogno di sognare qualcosa di diverso: sognare noi, ma diversi da quello che siamo e sognare un mondo diverso da quello che è. Sognare, far finta, simulare, immaginare: sono verbi che si declinano sia sul fronte della menzogna che su quello del progetto. Non è dunque lì il nodo? L’uomo ha bisogno di simulazione e al tempo stesso può rimanerne schiavo. Lo stesso dilemma della politica è tutto qui. E anche il paradosso del mio mestiere, l’attore: la “verità scenica”, se ci pensate, è un ossimoro paradossale. Ma come farne a meno, se quella finzione è uno strumento così prezioso d’indagine, inventato dai greci come strumento massimo di autoconsapevolezza. In fondo il teatro è il punto d’incontro tra tante cose che prima mancavano all’uomo per riflettere collettivamente su se stesso. Un punto di incontro persino tra antropologia e storia, un punto di incontro innovativo, creato 25 secoli fa».


