23.1.2017 | 13.13 – Oltre mille spettatori all’anteprima assoluta di “Trieste, Yugoslavia”, il documentario di Alessio Bozzer prodotto da Video Est e presentato al pubblico il 21 gennaio in occasione della 28esima edizione del Film Festival di Trieste. La grande affluenza di questo sabato ha spinto gli organizzatori del Festival a inserire una replica di “Trieste, Yugoslavia”, prevista per domenica 29 gennaio alle ore 17.00 alla Sala Tripcovich.

Il film, fuori concorso al Festival, rappresenta un importante documento storico della Trieste della seconda metà del ‘900, dagli anni ’50 fino agli anni ’90. In questo lungo periodo la città era considerata un mito dagli abitanti dell’ex Jugoslavia. In particolare era la meta prediletta per lo shopping. Jeans, caffè, autoricambi: merci difficili da trovare a prezzo di mercato in Jugoslavia. A Trieste, al contrario, in piena espansione commerciale, andavano moltiplicandosi i commercianti e i punti vendita. Negli anni ’70 e ’80 milioni di cittadini jugoslavi venivano a Trieste almeno due volte all’anno. Centro nevralgico delle attività era Piazza Ponterosso, come suggeriscono le numerose testimonianze audiovisive contenute nel film.

Il documentario vede la partecipazione, tra gli altri, del sindaco Roberto Dipiazza, che ricorda i suoi anni da commerciante, ma anche del cantante di Sarajevo Goran Bregović e dei giornalisti Claudio Ernè e Pierluigi Sabatti. Le voci di chi quegli anni li ha vissuti aiutano lo spettatore a ricostruire un contesto estremamente lontano da quello odierno. Tra gli interventi, anche quello di Wendy D’Ercole, figlia di negozianti, che ha per prima l’idea del documentario. “Abbiamo voluto raccogliere voci e punti di vista diversi, per dare una visione completa del periodo storico” commenta il triestino Alessio Bozzer, regista. Un imprevisto, però, ha ostacolato la realizzazione del film: “Nessuno dei venditori di jeans che abbiamo rintracciato ha voluto lasciare la propria testimonianza, anche se non abbiamo ancora capito quale sia il motivo preciso di questo rifiuto”.

Sugli obiettivi di “Trieste, Yugoslavia” il regista è chiaro: “Abbiamo voluto ricostruire quegli anni attraverso le immagini e le parole dei chi li ha vissuti. Lo abbiamo fatto anche perché Trieste nessuno ha raccontato quegli anni e per questo non c’è una memoria collettiva, in Jugoslavia la nostra città è ancora considerata un mito”. È la volontà di ricostruire un periodo lontano, spazzato via dalla guerra degli anni ’90 a spingere il comitato Trieste Contemporanea ad accettare di inserire la pellicola all’interno di un progetto più ampio, che aveva come tema principale il contrabbando. Nasce così la coproduzione che vede coinvolti VideoEst, il Missart e Al Jazeera Balkan, che si sono impegnati a sostenere la realizzazione del film.
“Abbiamo iniziato con un video promo di venti minuti – ricorda Bozzer – che ha attirato l’attenzione di diverse case produttrici, ma anche dell’HRT, televisione nazionale croata, e di Rai Cinema. A quel punto è nata una collaborazione internazionale per sviluppare meglio i contenuti che avevamo a disposizione e trovarne di nuovi. Il documentario dura un’ora ma potrebbe durarne anche quattro, perché sono tantissime le testimonianze raccolte”.


