‘American Pop Art: Icon’ al Tergesteo per “Le vie delle foto 2014”

23.9.2014 | 20.03 Intervista con Roberto Srelz. Da anni si occupa di informazione: giornalista per TriesteAllnews, redattore di Centoparole Magazine e di esperto di informatica. La fotografia lo appassiona e ci racconta la sua prima esperienza di esposizione per “la via delle foto” di Trieste.

Il vernissage della mostra fotografica: American Pop Art: Icon avverà gioved’ 2 ottobre, alle ore 19:00 presso il Tergesto.  Per l’occasione sarà organizzato un Aperitivo ‘Pop’ con il Lambrusco di Sorbara ‘Mozart State II’ con tanto di etichetta Pop, offerto da Vini Casolari.

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Ciao Roberto, parlami di te. Quali sono le tue esperienze, storie, passioni?

«Ho sempre amato scrivere, fin da bambino. Scrivevo storie fantastiche; fantascienza, Fantasy. Le scrivo ancora, anche se non più con la frequenza di una volta ,per il momento, almeno.
Purtroppo non ho ancora pubblicato i miei racconti, li conservo tutti in un cassetto (reale non dei sogni) e sono sicuro che prima o poi li farò uscire da lì per poterli pubblicare.»

Quando nasce il tuo amore per la fotografia?

Parecchio tempo fa, attraverso un regalo, una Kodak Instamatic analogica. Da quella volta non ho mai smesso di fare fotografie, ma sempre come passatempo, poi cinque anni fa la fotografia è diventata molto importante per me.»

Prediligi uno stile fotografico preciso?

«Il ritratto ambientato – in strada,dove capita. E’ un tipo di ritratto artistico perché le mie foto le sviluppo (mi piace dire ancora così, anche se è sviluppo digitale) aggiungendoci spesso colori e ombre irreali. Amo anche la fotografia in studio e la ‘Street’. I miei scatti sono molto legati alla pubblicità, agli oggetti e alla cultura di ogni giorno.»

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E’ a tua prima mostra per “Le vie delle foto”?

«Si, la prima volta da fotografo.»

Come mai hai deciso di partecipare?

«Linda Simeone, l’organizzatrice mi ha sempre spronato a partecipare e quest’anno ce l’ho fatta. Organizzare una mostra vuol dire scattare, scegliere, pensare, sviluppare, far stampare, preparare i supporti, è un vero e proprio impegno.»

A cosa si deve la tua passione per la POP ART?

«Qualche anno fa ho visitato la mostra di Warhol a Trieste e l’anno scorso l’esposizione di Steve Kaufman (“discepolo” di Warhol), a Palazzo Costanzi mi ha incuriosito.

Volevo vedere i quadri di un artista ‘Pop’ di seconda generazione che non fosse Warhol. I dipinti di Kaufman mi sono piaciuti molto, così mi sono appassionato riuscendo a creare addirittura una collaborazione artistica con  ‘Steve Kaufman Art Licensing’. Sono persone straordinarie.»
E’ stato difficile porre in fotografia questo particolare stile artistico?

«Non particolarmente, proprio perché il tipo di fotografia che mi piace ed elaboro è affine all’arte ‘Pop’.

Le foto che espongo a ‘Le vie delle foto‘ sono molto semplici e molto colorate, sono foto ‘di ogni giorno‘, perfettamente riproducibili eppure uniche perché toccate in qualche modo una a una.
Per l’elaborazione grafica al computer devo ringraziare Chiara Scrigner che è una studentessa bravissima, molto versata nell’arte digitale. Nell’arte digitale sembra tutto semplice ma non lo è.»

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Racconti una storia nelle tue foto? C’è un messaggio? Descrivi la mostra in poche parole…

Nelle foto ‘Pop’ più che raccontare una storia c’è la volontà di rappresentare,di trasformare il quotidiano in icona.

L’icona ‘Pop’ la guardi e non ti racconta niente di diverso da quello che è, la definirei “una storia da strada”.
Il messaggio che può portare è il desiderio di essere più forti di quello che siamo e di poter cambiare le cose e il punto di vista ogni giorno. Essere diversi da ciò che siamo diventati negli anni.

Nella mostra ci sono sette foto che contengono altrettante icone americane, interpretate e rese uniche da ritocchi manuali di Kaufman accompagnati dalla modella, la bellissima Maria Musil, resa unica e irripetibile sia dallo scatto che dal lavoro grafico fatto assieme a Chiara.

Kaufman utilizzava la tecnica del ritocco manuale per rendere uniche le sue opere, e così abbiamo fatto noi in modo digitale rendendo la modella un’opera Pop.»

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L’antico Tergesteo è totalmente in contrasto con la modernità della Pop Art nelle tue foto, cosa pensi di questo particolare connubio?

«Penso che sia interessante, soprattutto perché si tratta del Tergesteo ristrutturato, qualcosa di architettonicamente molto moderno all’interno di una struttura classica, molto bella e molto importante per Trieste.
Io amo i colori e grazie a “Le vie delle Foto” ho portato il colore e Kaufman in questo antico pezzo di storia, speriamo che piaccia!»

Noto che il soggetto principale delle tue immagini sono le persone, come mai?

«Credo che tutto sia dovuto a questo ricordo. Il critico che amo di più , nel mondo della fotografia, è Roland Barthes. Alla fine del suo ‘Camera Chiara’, scrive, commentò una foto di André Kertész , il soggetto era un ritratto di un ragazzino che tiene in braccio un cagnolino e disse : « Non guarda nulla; trattiene dentro di sé il suo amore e la sua paura: ecco, lo Sguardo è questo».
Quella foto e quella frase mi hanno emozionato la prima volta e mi emozionano ogni volta; nelle mie foto, cerco lo sguardo.

Una foto senza un soggetto umano non m’interessa; le rispetto, spesso le ammiro , mi è impossibile trovare parole adeguate, per esempio, di fronte a una foto di Ansel Adams ,ma non mi emoziono.»

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A chi consiglieresti la professione del fotografo?

«Con sincerità,in questo momento, rispondo: la professione di fotografo non la consiglierei a nessuno.
Io non vivo con la fotografia; non potrei, la crisi del settore è estrema.

Ammiro chi ha il coraggio di iniziare oggi perché è molto difficile, ammiro chi ha iniziato qualche anno fa e continua ad avere buoni risultati. A Trieste ci sono molti bravi professionisti.
La passione per la fotografia, invece, la consiglio a tutti. Io credo che sia la forma d’espressione che più si avvicina al nostro modo di essere, è alla portata di tutti. Ed è straordinaria.»

 

Giulia Livia

Riproduzione Risevata

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