CULTURA La tormentata storia degli esuli istriani ha emozionato il pubblico del Rossetti. Per le prossime repliche si rischia il tutto esaurito

25.10.2013 | 10.31 – Erano anni che non assistevo ad una standing ovation generale a teatro come quella che si è verificata al termine di “Magazzino 18” di Simone Cristicchi, in scena al teatro “Rossetti” di Trieste fino a domenica 27 ottobre.
Dopo l’entusiasmo iniziale, erroneamente da alcuni attribuito al clamore mediatico attorno allo spettacolo, mi sarei aspettata il solito pubblico in fuga al primo battito di mani. Ma non sono rimasta sorpresa nel vedere la passione con cui l’intero teatro ha dimostrato la propria approvazione, e nemmeno accorgendomi che molti fra il pubblico asciugavano le lacrime.
Ho pianto anch’io, mi sono indignata, e mi sono anche meravigliata di non conoscere fino in fondo alcuni drammatici dettagli di quelli che furono gli anni della cessione dell’Istria italiana alla Jugoslavia, e della tragedia umana che ne seguì. Cristicchi ha saputo emozionare in un crescendo esplorativo di uno dei capitoli più neri, ma anche più scomodi, della storia italiana, quello degli esuli giuliani e dalmati, l’orrore delle foibe, l’esodo, il rifiuto, l’oblio della memoria storica e il tarlo del revisionismo.
Un grande lavoro che ha meritato finora il tutto esaurito. Una ulteriore conferma dello straordinario talento del bravo attore e cantante, che già avevamo visto qualche anno fa alla Sala Bartoli del “Rossetti” in un sorprendente monologo, “Li romani in Russia”, altro dolente capitolo dedicato alla Seconda Guerra Mondiale.
Scritto dallo stesso Cristicchi assieme allo storico Jan Bernas, “Magazzino 18”, quel deposito tutt’ora esistente all’interno del Porto Vecchio di Trieste, è una ricostruzione appassionante ma anche spietatamente precisa delle ingiustizie subite dagli esuli istriani. Non ci sono posizioni politicamente corrette, poiché l’intenzione è quella di far comprendere come le vicende di quegli anni non possano avere più di un’interpretazione.
L’Italia uscì sconfitta dalla guerra a causa del fascismo, e sempre a causa del fascismo fu costretta a pagare un prezzo altissimo, ovvero la cessione delle sue terre istriane.
Una fusione di narrazione, canto, musica, poesia e immagini storiche circondati dagli oggetti di proprietà degli esuli conservati nel vecchio magazzino e mai reclamati. Un grande lavoro la cui regia è firmata da Antonio Calenda, e al quale hanno preso parte i giovani talenti del coro della scuola di teatro StarTs Lab.
A sorpresa si scopre in chiusura l’orchestra dal vivo ad accompagnare l’intera performance, la FVG Mitteleuropa Orchestra diretta dal Maestro Valter Sivilotti. Tra il pubblico moltissimi giovani ma anche tante persone appartenenti a quelle generazioni a cui le vicende istriane cambiarono la vita. Proprio loro, con gli occhi umidi, hanno applaudito a lungo l’attore, riscattati forse da settant’anni di deliberato silenzio.


Alessandra Ressa
Foto di scena Tommaso Le Pera
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