CULTURA Fino al 19 aprile le opere sono visitabili nella Sala Giubileo di via Mazzini 3
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9.4.2012 | 15.16 – A Trieste un piccolo pezzo del vicino oriente. Dai monasteri del Monte Athos sono giunte infatti più di 80 icone contemporanee dipinte dai monaci athoniti. La mostra, inaugurata il 5 aprile, presso la Sala Giubileo di via Mazzini 3, sarà visitabile fino al 19 aprile, tutti i giorni dalle 11 alle 19. Il giorno dell’inaugurazione, dopo il saluto del rappresentante della Comunità Greco-Orientale di Trieste, è intervenuto l’Archimandrita Padre Gregorio che ha illustrato brevemente la storia e il senso spirituale che permeano questi dipinti. Le prime icone bizantine risalgono al V secolo, ma la tradizione vuole che il primo ritrattista sia stato San Luca.
L’icona permette al fedele di passare dal “visibile all’Invisibile”. Fa appello a un’arte che esprime una bellezza percepibile nella sua completezza solo a chi la contempla attraverso la propria luce interiore. L’icona è dunque un’arte liturgica, ricca di dottrina e di spiritualità.
Questa finestra sul mondo del Monte Athos promuove la conoscenza del mondo cristiano-ortodosso e delle sue sacre tradizioni. La mostra è promossa dalla Comunità Greco Orientale di Trieste e dalla Fondazione Ellenica di Cultura, sezione italiana.
I proventi della mostra saranno dedicati al restauro e alla rivitalizzazione del “metoki”, un monastero, dedicato a San Nicola, un Santo particolarmente venerato e ritratto in moltissime icone, ma, non lo dimentichiamo, caro anche a noi triestini.
A chi non avrà la possibilità di visitare il Monte Athos, viene instillata un po’ di quella spiritualità e bellezza attraverso la scoperta di questi piccoli capolavori, alcuni molto semplici, altri ricoperti di foglia d’oro, finemente lavorata, alcuni molto importanti per le dimensioni, altri tanto piccoli quanto affascinanti.
Difficilmente l’osservazione attenta riesce a svelare le tecniche e gli accorgimenti che, tramandati nel tempo, consentono una conservazione inalterata per secoli. I maestri iconografi utilizzano sapientemente le tavolette di legno, il gesso, il lino, i prodotti della terra e il tuorlo d’uovo per trasformarli in colori vivaci, ma non basta, è l’atto spirituale ciò che dà senso all’opera.
E così, avvicinandoci ai ritratti di santi e di vergini con bambino, qualcosa ci trasporta in un mondo lontano, vicino ai colori del mare, al nero dell’abito dei monaci, all’oro che riflette la fede nella croce che portano appesa al collo, alla luce che vogliamo vedere e alla semplicità dei gesti e della terra che ha permesso di realizzare questi piccoli tesori.
Viviana Kus


