17.02.2019 – 15.25 – Si sa che, nell’antico Egitto, non così distante dalla nostra Europa, i gatti erano preziosi e riveriti compagni di vita. Esportarli era proibito; eppure molti di loro trovarono lo stesso una loro strada, a bordo di qualche nave o nel cesto di qualche carovana, per arrivare in Turchia, in Grecia e poi in Italia già nel 3000 prima di Cristo. Non c’era, naturalmente, all’epoca, nessuna anagrafe felina, e sappiamo del loro arrivo perché sappiamo di alcuni individui storicamente importanti che di gatti accanto ne avevano. Sant’Agata, che morì nel 251 dopo Cristo, ha il 5 di febbraio come suo giorno nel calendario, e si dice che in quel giorno appaia in forma di gatta. San Girolamo, che morì nel 420, aveva un gatto, e spesso gli artisti lo rappresentarono inserendolo al posto del leone; Papa Gregorio, fra i primi Papi, non possedeva nulla, ma aveva un gatto come leale compagno. I primi santi amavano i gatti. All’inizio del Medio Evo avere un gatto come cucciolo era una cosa comune, normale per una famiglia: un compagno fedele, e utile per ridurre la popolazione di topi e ratti contenendo così anche la diffusione delle malattie. Si arriva, poi, via via, all’anno 1000, in cui oltre alla fortuna dell’uomo, che inizia ad emergere dai Secoli Bui ma non vive di certo la migliore delle sue età, purtroppo se ne va anche quella del gatto.
Un altro papa Gregorio, Papa Ugolino, i gatti invece non li amava, e li dichiarò “creature diaboliche” all’inizio del Tredicesimo Secolo. I cattolici più colti difendono la memoria di quel Papa, raccomandando di leggere bene il testo della sua Enciclica nel quale non ci sarebbe invero nessun esplicito riferimento all’uccisione dei gatti; eppure si dice con un certo fondamento che quell’enciclica provocò il massacro dei gatti in tutta Europa. Non c’è certezza, solo probabilità, ma la quasi scomparsa del gatto domestico in Europa in quel secolo si ritrova in più testi. I tempi difficili per i gatti continuarono fino agli anni della Morte Nera; dopo il Quindicesimo Secolo i gatti vennero almeno in parte assolti dalle loro supposte colpe e perdonati, perché ritenuti benefici per il controllo della pestilenza: Francesco Petrarca mummificò il suo gatto, e si disse che amò più lui di Laura. Per qualche motivo, però, i Papi continuarono ad avercela con i piccoli quattrozampe: Innocenzo VII sentenziò che il gatto era una rappresentazione del Maligno, e, malcapitati, migliaia di essi finirono arrosto sancendo l’inizio della persecuzione che a fianco del loro gatto vedeva incatenate alla graticola anche le streghe. Il gatto che viveva assieme a una donna, specie se ella non era sposata, era una reincarnazione del Diavolo, e se la faceva con lei, che conosceva la magia nera. Quindi entrambi andavano purificati con la fiamma. Durante le festività religiose, grandi quantità di gatti venivano cacciati, torturati, sacrificati e bruciati vivi come parte della celebrazione, e una delle loro sorti era finire murati vivi nelle case perché questo avrebbe portato fortuna alla famiglia. L’odio nei confronti dei gatti non portò però fortuna ai suoi persecutori, perché il numero di malattie veicolate dai topi aumentò, e questo fattore contribuì alla diffusione delle grandi epidemie. Il 1700 portò la luce, e si riprese a pensare: i gatti, pian piano, recuperarono il loro posto nelle case e a fianco dei bambini, e ricomparvero anche nei salotti dei potenti. Il cardinale Richelieu amava i gatti: ne aveva dozzine, alcuni dei quali salvati dalla strada, e preparava per loro ogni giorno la pappa, fermandosi a giocare anche per ore, fino al punto di decidere di adibire a rifugio per i gatti una delle sale di Versailles. Nel suo testamento, lasciò una somma ingente per supportarli dopo la sua morte.
Alcune delle superstizioni nei confronti dei gatti sono arrivate fino a noi, come quella del gatto nero, inviso a Papa Ugolino, che ci attraversa la strada e quindi porta sfortuna; da Richelieu in poi molte persone famose sono state ricordate per il loro amore per i gatti, e pian piano i mici hanno iniziato a essere selezionati, ammirati, preparati e fatti sfilare nei concorsi di bellezza: la prima esibizione felina si tenne nel 1871 a Londra, al Crystal Palace, e la popolarità del gatto è da allora sempre cresciuta fino a far diventare il numero di proprietari di gatti mediamente più alto di quello di proprietari di cani. Oggi, il gatto è l’animale domestico più comune, mentre sono scesi di numero, soprattutto a causa delle sterilizzazioni di massa, i gatti da strada.
Il gatto a pelo corto europeo, il più comune dalle nostre parti, il nero-grigio domestico che amiamo tutti con tutte le sue varianti bianco-nero, arancio-grigio, a macchie e chi più ne ha più ne metta, è una specie, si può dire, autoctona, che pian piano si è sviluppata, nei millenni, probabilmente a partire dal gatto selvatico africano o da quello selvatico europeo stesso. Si riproduce facilmente e in gran numero, è molto territoriale, tollera gli altri gatti e convive con i cani, ma non ama le intrusioni nel suo angolo, dal quale scaccia gli altri molto volentieri. La variante inglese è stata incrociata dall’uomo con quello persiano, e anche quella americana, leggermente diversa, fu portata all’Ovest dai pionieri dopo un lungo viaggio dall’Olanda e dall’Europa.
Il nostro gatto europeo vive una quindicina d’anni; poco più, poco meno e a seconda delle condizioni di vita: se in casa, può arrivare alla ventina d’anni. Pian piano, essendo stato selezionato e fatto entrare in casa nostra scegliendo fra quelli più simpatici, affettuosi, ed efficienti nella caccia ai topi, ha finito per avere proprio questo carattere: forte e attivo, e di norma molto amichevole nei confronti dei bambini e delle persone di tutte le età. Intelligente – un ‘giocattolone’ vivo, soprattutto nei primi anni di età – sopporta bene i cambiamenti. E i bambini. Gatti, amici di sempre, che non mancano mai di stupire e far sorridere.


