26.01.2019 – 09.55 – La ricorrenza del Giorno della Memoria (27 gennaio 2019) offre l’occasione per ripercorrere la storia della comunità ebraica di Trieste, caratteristica nella sua evoluzione della storia cittadina.
I mutamenti e i cambiamenti a cui andò incontro Trieste nel corso dei secoli si riflettono nella comunità ebraica; a sua volta quest’ultima influenza e determina le fortune della città.
La semplice crescita demografica rappresenta un dato incontestabile: dagli appena sessanta cittadini della Trieste seicentesca, ai centotré del 1735, agli oltre 670 del 1788. La comunità costituiva pertanto un microcosmo cittadino, all’interno del quale si ricreavano i conflitti e i cambiamenti propri di Trieste. In tal senso, se molto è stato scritto a proposito della storia della comunità nell’Ottocento e ancor più nel Novecento, meno nota è la sua storia nel Medioevo e nell’età moderna, prima che le riforme di Carlo VI e Maria Teresa d’Austria innescassero quel cambiamento economico e sociale destinato a mutare irreversibilmente la città. Quanto proposto è solo un veloce excursus divulgativo, che non sostituisce l’ampia storiografia disponibile a questo proposito; in particolare si segnala tra le fonti online “Trieste”, del sito Italia Judaica.
I primi ebrei che giunsero a Trieste erano schiavi al seguito della Legio XV Apollinaris, che aveva combattuto in Siria (65 d. C.) e aveva insanguinato Gerusalemme nell’omonima battaglia, prima di dirigersi in Pannonia passando proprio attraverso la città (72 d. C).
Parliamo invece di ebrei “liberi” nel caso degli squadroni di cavalleggeri che custodivano il “limes” del Danubio, nella zona di Vindobona (odierna Vienna). Generalmente vi sono notizie sulla presenza di ebrei a Trieste, Grado e ovviamente Aquileia tra il terzo e il quarto secolo d. C.
Il primo riferimento in età medievale a un israelita “triestino” risale a un documento del 1236, nel quale il vescovo Giovanni menziona un debito con l’ebreo Daniel Davide, di origini goriziane, giunto nella città per un prestito di 500 marchi, dalla lontana Carinzia. In realtà, anche ammettendo la legittimità del documento, non è chiaro se Daniel Davide avesse residenza in città.
Le prime notizie certe risalgono invece alla fine del ‘300, quando un gruppo nutrito di ebrei e fiorentini giunse in città nella qualità di mercanti e banchieri. Specificatamente una lapide del 1325 ricorda un rabbino, il quale esercitava il mestiere di medico. A questo proposito, il volume Trieste Romantica (1972) riporta l’aneddoto di una stele del 1325 per due cugini, Zaccaria e Leone Levi, entrambi falciati da un’epidemia. Sulla pietra l’epitaffio: “Quelli che si amavano soavemente in vita, in morte non si disgiunsero”.
Gli statuti comunali del 1350 rivelano una preferenza della città per i banchieri ebrei invece che i fiorentini; ai primi viene accordata l’escussione dei crediti, mentre i triestini che hanno debiti con i banchieri toscani si vedono accordata una dilazione e un dimezzamento del debito.
La precaria condizione della minoranza ebraica la obbligava a prestiti più vantaggiosi rispetto ai fiorentini cristiani, che esercitavano tassi d’interesse molto più alti. Pertanto i cittadini preferivano gli ebrei come prestatori, perchè ben consci di poter contrattare da una posizione di forza.
La piccola, ma attiva comunità ebraica trecentesca era raccolta nel quartiere di Riborgo, con la rilevante eccezione del “banchiere del Comune”, il quale per legge doveva abitare in Municipio.
Gli statuti del 1350 e del 1365 non contengono particolari restrizioni verso gli ebrei, elemento di notevole progresso per la città; anzi, alla comunità era affidato il prestito su pegno, i cui utili venivano divisi tra il singolo banchiere e l’amministrazione tergestina.
La comunità ebraica viene a formarsi tuttavia tardi, se si considera come nella vicina Lubiana esistesse già nel XIII secolo una collettività bene organizzata con una sinagoga.
Tra il 1300 e il 1420 la comunità continuò a crescere considerevolmente grazie ai profughi israeliti in fuga dalle persecuzioni rispettivamente da Roma e dalle regioni della Germania meridionale, specie del Reno e del Meno.

I rapporti della comunità ebraica con la città rimasero sempre cordiali e distesi per tutto il ‘300 e il ‘400, specie se confrontati con la situazione nella penisola e in Austria. Il compito di sorveglianza, affidato al Patriarca di Aquileia, veniva svolto con relativa libertà e tolleranza. Questo viene confermato per altro dalla presenza, nel 1348, della “domus judaeroum” in Piazza Grande. Verso la fine del Trecento le autorità concessero un cimitero ebraico in via del Monte, dove rimarrà fino al 1909, quando il terreno verrà ceduto dalla Comunità stessa, che spostò le più vecchie lapidi nella nuova sede di via della Pace.
Il passaggio della comunità sotto la diretta giurisdizione della Casa d’Austria comportò l’obbligo di portare la O gialla con relative multe, ma la misura non doveva essere particolarmente severa se consideriamo come nel 1490 l’Imperatore Federico III si lamentasse con il capitano Balthazar Dürer, perchè a Trieste nessuno rispettava l’obbligo.
Sei anni dopo, la comunità riceveva un flusso di profughi israeliti in fuga dalla Germania (1496).
Verso il 1558 Trieste ribadiva la sua autonomia rifiutando la cattura e restituzione degli ebrei Davide e Leone, richiesti dall’Imperatore Ferdinando I. La città andava controcorrente con il clima europeo, caratterizzato da un’ondata di persecuzioni e misure restrittive; Trieste nel 1565 riconfermava invece i privilegi degli ebrei “triestini” e nel 1592 ammetteva, di nuovo contro l’Imperatore, gli ebrei ai diritti statuari cittadini. Il rispetto di cui godeva la comunità è quantomai evidente nella nomina di Aaron Parente (1599) a portavoce per trattare i pubblici affari della città con la reggenza di Graz.
La peste del 1600, con il passaggio del secolo, incrinò i rapporti tra cattolici ed ebrei, con la familiare accusa a quest’ultimi di essere gli untori, portatori del terribile male. Tuttavia le vittime per la pestilenza all’interno della comunità stessa presto evidenziarono quanto fossero sospetti infondati e la situazione non degenerò in cacce per strada, a differenza di altre città.
Se i rapporti della comunità con le istituzioni erano altalenanti, ma nell’insieme positivi e altrettanto lo erano con le autorità centrali e l’Imperatore, la vera avversione era col popolino.
Il Cinquecento e in special modo il Seicento si caratterizzano per le continue proteste della plebe, che richiedeva la cacciata della minoranza e talvolta i Rettori della città davano loro ragione, inoltrando le proteste fino alle soglie di Vienna.
La situazione era così preoccupante che nel 1597 il Capitano della città dovette emanare il seguente proclama in difesa degli ebrei: “et occorrendo che li Hebrei fossero insultati, battuti ovver ingiuriati da alcuno et non potessero essi lo insulto […] provar per testimoni legittimamente, in quel caso il prefato Ill.mo Signor Capitanio procederà conttro tali con il solo giuramento de detti Hebrei offesi, dato More Hebraico, reservando nell’arbitrio suo la punition et castigo secondo il tenor de li Reggi Mandati”.
Il buon rapporto degli ebrei triestini con gli Asburgo proseguì con la concessione di privilegi alla famiglia Parente nel 1624, successivamente nel 1638 allargati all’intera comunità. I risparmi degli ebrei triestini permisero inoltre la costruzione del castello con un’apposita tassa di 6000 fiorini (1630).
Verso il 1641 il clima in città peggiorava nuovamente con un memoriale del Governatore inviato a Ferdinando II, dove si riportavano le proteste contro gli ebrei: l’usuale miscela di antigiudaismo fomentato dalla Chiesa e risentimento popolare. La soluzione proposta dal Governatore era triplice: un Monte di Pietà per sostituire il banco ebraico, l’apertura di un ghetto e l’imposizione di un copricapo giallo come segno distintivo. L’Imperatore si limitò a istituire il Monte (1650), mentre la comunità ebraica passò a dedicarsi ai commerci, con notevole profitto.
Quando nel 1669 un gruppo di cattolici profanò una tomba ebraica, il magistrato locale li condannò senza esitazioni; un vandalismo invece considerato “normale” nella gran parte dell’Europa moderna.
Verso il 1675 le identiche proteste di vent’anni prima (1641) vennero ripetute alle orecchie dell’Imperatore: il Consiglio di Trieste chiedeva l’espulsione di tutte e 15 le famiglie della comunità.
Le accuse parodiavano gli stereotipi antigiudaici dell’epoca, dalla ricchezza eccessiva, agli insulti verso la religione cattolica, la mancanza del segno distintivo, le truffe…
Leopoldo I predispose allora un’inchiesta per verificare le accuse, constatandone la completa falsità.
Correva l’anno 1684 quando il popolino tornò a protestare la comunità, con accuse che si coloravano di nuovi stereotipi antigiudaici: il possesso d’immobili, le (presunte) frodi legate all’usura, il contrabbando di merce rubata e sopratutto “i rapporti carnali con cristiane”.
“Non hanno gli Ungheri tanto timor del Turcho, che noi miserabili del popolo fomentato di Trieste” scrivevano in un appello gli ebrei triestini all’Imperatore (1694) con il timore di venire espulsi, se non peggio. La frase è emblematica di un secolo, quale il Seicento, dove il rapporto della comunità ebraica con l’Imperatore e l’amministrazione centrale era di reciproca utilità, mentre al contrario era difficile e teso il rapporto con la popolazione residente.

La superstizione era diventata isteria e nonostante le proteste Leopoldo I ordinò l’istituzione di un ghetto (1694); dapprima fu nella “Corte Trauner”, rivelatosi fin dall’inizio troppo piccola per le 15 famiglie. Gli ebrei triestini la descrivevano come “la scintina di tutte le immonditie et il peggior loco di tutta la Città, di aria insalubre, affatto incapace e talmente remoto che molti della Città mai entro vi furomo, ne sanno dove si sia”.
Successivamente si passò a quello che è oggi conosciuto come l’ex ghetto, ovvero il nucleo di tredici case dietro il Municipio, raccolte intorno alla “Piazzetta delle Scuole Ebraiche”, così chiamata per la presenza di un edificio dove la comunità si riuniva in preghiera.
L’accesso al ghetto era regolato da tre porte, in piazza del Rosario, in Riborgo e in fondo a via delle Beccherie. Ma la sorveglianza era svogliata, tutt’altro che rigida: le porte venivano sbarrate solo nelle ore notturne.
Gli ebrei erano liberi di recarsi a teatro nelle ore serali pagando un pedaggio al custode cattolico. I banchieri e i professionisti di stanza presso il Comune, inoltre, erano esentati dall’obbligo, né dovevano apporre alcun segno distintivo. Per altro risiedere nel ghetto era obbligatorio solo per le famiglie ebree più povere e per i piccoli commercianti.
La patente di Porto Franco concessa da Carlo VI d’Asburgo (1719) fu il primo passo nella direzione di una crescita per la città che garantisse alla comunità un carattere e una dimensione cosmopolita finora inusitata, in grado di proteggerla dalle peggiori minacce dei locali.
Le Patenti sovrane di Maria Teresa d’Austria (1771) e infine il Toleranzedikt di Giuseppe II (1781) trasformeranno questo cambiamento economico in uno legislativo, giungendo infine alla simbolica abolizione del ghetto (1785).


