Calcio triestino: nobile decaduto

SPORT Intervista a Vittorio Russo in esclusiva


07.02.2014 | 22.00
Trieste, da sempre culla di ricordi e di grandi personaggi sportivi, sta vivendo una profonda crisi, soprattutto per quel che concerne il mondo calcistico.

Una passione sfrenata quella dei triestini, un amore puro per questo sport, difficilmente rintracciabile in altre piazze d’Italia se non nel meridione: laddove ci si potrebbe aspettare che la gente sostenga i colori di maglia delle squadre più blasonate, i cui giocatori sono abituati a calcare i campi più prestigiosi in Italia e in Europa, a Trieste esiste una generazione di persone che ha dato ed ancora oggi da tutto per la squadra della città, la Triestina e, non con meno trasporto, per le squadre minori, i cui colori di maglia sono spesso irriconoscibili, inzuppati di fango per le condizioni dei campi da gioco, anziché sporcati dai fili d’erba verde appena tagliata.

Per chi lo ha vissuto, impossibile dimenticare lo storico derby Triestina – Ponziana nel dicembre ‘74, quando entrambe le squadre militavano nella quarta serie, che vide più di 20.000 spettatori paganti gremire gli spalti dell’odierno “Grezar” di Valmaura.

A fronte di un passato fulgido e glorioso, che ha portato in dono ai triestini grandi campioni del calibro di Giorgio Ferrini, Cesare Maldini, Mauro Milanese, Dario Hubner, Max Tonetto, grandi ed indimenticate squadre, Triestina a parte, come il Ponziana (società calcistica più anziana di Trieste, fondata nel 1912), il San Giovanni, il Portuale (squadra finanziata dai lavoratori del porto, i cui soldi permisero la realizzazione dell’impianto “Ervatti” di Prosecco), l’Edile Adriatica (che negli anni ’80 poteva contare sull’estro dei più forti giocatori della città, tutti corteggiati e poi acquistati dalla stessa Triestina), e grandi allenatori come il “ruvido” Nereo Rocco, si spiega un presente livido e povero di talenti nostrani, o meglio, deficitario in termini di tali presenze, con i vari Cristiano Rossi (’93, in prestito al Feralpi Salò ma di proprietà del Varese), Forte (’95, titolare al Varese), Petagna (’95, in forza al Milan), Gulin (’95, in primavera e nel giro della prima squadra della Fiorentina), andati a crescere e costruire le loro carriere lontano dal capoluogo giuliano che li ha visti nascere.

Una decadenza probabilmente cominciata con il susseguirsi di problemi legati alla gestione della Triestina, che anno dopo anno ha perso colpi, sul piano tecnico ed economico, fra salvezze strappate con i denti nella serie cadetta e varie presidenze disastrose su tutti i fronti, fino al fallimento della società e alla retrocessione in Eccellenza, in un turbinio, non ancora placato, nel quale sono finite anche tante squadre dilettanti del panorama triestino.

In questo opaco scenario abbiamo ascoltato la voce di Vittorio Russo, grande uomo di calcio, nato a Trieste, attualmente osservatore dell’Inter per lo scouting ed il reclutamento dei giocatori over 18, con un recente trascorso sulle panchine di Livorno, in veste di “tutor” al fianco di Gennaro Ruotolo, e Sampdoria, come vice di Walter Mazzarri (memorabile la vittoria per 3-0 nella semifinale di andata di coppa Italia contro l’Inter di Mourinho nel 2009, con Russo in panchina per la squalifica di Mazzarri), ma con più di 20 anni trascorsi da allenatore dei dilettanti (fu lui a portare il Ponziana in serie D nel ’73) e, allenatore prima, responsabile poi, del settore giovanile della Triestina, oltre ad aver avuto un passato, se pur breve, da giocatore.

Fra l’aroma del caffè e l’immancabile dialetto triestino, il mister ci ha concesso una ricca e generosa chiacchierata sul calcio triestino e non, in uno storico bar sportivo di Trieste.
 
Una vita calcistica spesa solo qualche anno sul rettangolo verde per poi andare subito ad allenare. Come mai questa scelta?
“Più che una scelta è stato un percorso naturale: da calciatore mi sono preso le mie soddisfazioni, ma capivo che c’erano ragazzi più bravi. Fin da giovane invece, sentii una particolare pulsione alla leadership, alla comunicazione, mi resi conto di riuscire a trasmettere qualcosa agli altri, quindi decisi di passare dall’altra parte dello spogliatoio. I miei calciatori mi hanno sempre riconosciuto una spiccata dote nella gestione del gruppo.”


L’opportunità di approdare nel calcio che conta è arrivata tardi per lei. Come se lo spiega?

“Io credo che nella vita capitino delle occasioni imperdibili, dei treni che passano una volta sola. Nella carriera di un allenatore, come per tutti i mestieri, è importante conoscere persone che apprezzino e gratifichino il lavoro svolto, io ho avuto la fortuna di conoscere grandi uomini in tal senso, da Massimo Giacomini a Sergio Vatta, da Marco Tardelli a Cesare Maldini, fino a Walter Mazzarri. Anche se è arrivato tardi, sono stato bravo a saltare su quel treno, ho colto la mia occasione.”


Entrando nel tema giovani, come interpreta questa penuria di talenti nel calcio triestino?

“Io sostengo da sempre che nella realtà triestina ci siano delle gemme, dei talenti in erba ancora inespressi perché giovani e con delle potenzialità tecniche straordinarie…il problema è che qui non c’è possibilità di crescita, non esiste una società sportiva di riferimento! Questi ragazzi andrebbero seguiti, ma senza un settore giovanile di livello devono andare a crescere altrove.”


Avrà saputo invece del settore giovanile del Ponziana ceduto alla Triestina, di quello del San Giovanni che minaccia di chiudere…

“Si, ho saputo ed è un grande dispiacere. Il problema economico è ingente ma risolvibile: quando ero responsabile del settore giovanile della Triestina avevo stipulato un accordo con 24 società dilettantistiche, firmato da tutti i presidenti, nel quale avremmo prelevato in prestito annuale i giovani migliori pescando dalle categorie giovanissimi, allievi e primavera, pagando una somma crescente prestabilita a seconda della categoria di provenienza per ogni ragazzo. Alla fine ci furono dei problemi, ma la strada da seguire secondo me è quella giusta: io provengo da lì e so per certo che i giocatori crescono nelle società dilettantistiche, quindi è giusto riconoscere loro un ritorno economico.”


Quanto è importante per la crescita di un ragazzo, aldilà dell’aspetto tecnico, ricevere un istruzione?

“Non dico prevalente, ma molto importante. Ai tempi della Triestina ho fortemente voluto, ed ottenuto di affidare i ragazzi ad un tutor scolastico, in quanto ce n’erano molti che venivano da fuori Trieste. Gli allenatori e gli istruttori a livello giovanile hanno la grossa responsabilità di non illudere questi ragazzi: c’è la tendenza ad abbandonare gli studi, soprattutto fra quei giovani che assaggiano la prima squadra, dopo tanti anni tra le fila della Primavera e credono di essere arrivati. Dedicarsi allo studio è fondamentale perché il mondo del calcio può elevarti, ma da un momento all’altro farti cadere!”


Come si concilia il ruolo dell’istruttore con quello della famiglia?

“Ha toccato un argomento delicato. I genitori sono un po’ la croce e delizia dei settori giovanili, in quanto sono vitali per quanto riguarda l’apporto che danno nelle trasferte, nello stare vicini alla squadra nei momenti belli e soprattutto in quelli brutti, ma allo stesso tempo, questa posizione li porta in qualche caso ad interferire con il lavoro dell’allenatore, sia sul fronte tecnico che su quello educazionale, e questo non è corretto”


C’è qualcosa da migliorare nell’universo dei settori giovanili?

“Troppo spesso ho sentito chiedere ai ragazzi, alla fine di una partita: “quanto avete vinto?”, quando invece la domanda giusta da fare è: “come avete giocato?”. Non è un fattore solo tecnico, ma etico: quando in campo si profila un grande dislivello tecnico, la squadra più forte è spesso portata dal proprio allenatore ad incrementare il vantaggio, trovo sia una vergogna. Mi è capitato di assistere in prima persona ad una scena simile, e nonostante mi feci sentire animatamente nei confronti del tecnico avversario, non fui espulso, più che giustamente credo. Mino Favini (responsabile del settore giovanile dell’Atalanta, n.d.r.) mi propose una regola non scritta, per la quale a fronte di una netta disparità in campo, la squadra in largo vantaggio debba fare almeno dieci passaggi prima di andare a rete; trovo sia corretto e rispettoso nei confronti dell’avversario.”


Mister, a breve compirà 75 anni, molte persone alla sua età penserebbero ad un ritiro…

Caro mio, anche se go 75 anni, non me sento ancora pronto a sentarme su una panchina al parco a tirarghe la molena (la mollica del pane) ai colombi !”


Luca Tarable

(riproduzione_riservata) 

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